Vienna e dopo. Popoli, lingue, confini. Quell’Europa centrale a noi sconosciuta
di Marco Anca
Mi ricollego all’articolo sulla resistenza di Vienna del 1683 (opportunamente pubblicato da “Duc in altum” qui) per parlare di ciò che è accaduto dopo.
Invito tutti a guardare una mappa di quella parte dell’Europa ai tempi dell’assedio di Vienna.
Dopo la ritirata ottomana da Vienna, inizia un’altra Reconquista, quella dei territori del Regno di Ungheria occupati dal Turco fin dal 1526 (prima battaglia di Mohacs), anche se molto più concentrata nel tempo e meno epica, per cui poco conosciuta.
Come si può notare, l’unica parte del Regno d’Ungheria non occupato dagli ottomani era quella dei Comitati dell’Alta Ungheria, corrispondenti alle attuali Slovacchia e Transcarpazia, chiamati anche Ungheria Reale, la cui capitale, dove viveva la nobiltà ungherese e venivano incoronati i re di Ungheria, era Pozsony (in tedesco Pressburg), oggi Bratislava.
Il protagonista assoluto fu Eugenio di Savoia, appartenente alla famiglia Savoia, savoiardo nato e cresciuto in Francia, che dopo una gioventù dissoluta aveva scelto il mestiere delle armi e si era messo al servizio degli Asburgo.
Riassumiamo brevemente alcuni accadimenti militari in cui Eugenio di Savoia si rese protagonista, limitandoci al quadrante ungherese (aveva combattuto un po’ dappertutto), e concentrandoci sui risultati duraturi e non ad avanzate effimere.
1686
Liberazione di Buda
1687
Vittoria nella seconda battaglia di Mohacs, con liberazione della Slavonia e assunzione del pieno controllo degli Asburgo sulla Transilvania
1697
Vittoria nella battaglia di Zenta, nel Banato (oggi Senta in Vojvodina, Serbia).
Questa vittoria porta nel 1699 alla Pace di Carlowitz (oggi Sremski Karlovci, in Sirmia, Serbia), con cui gli Asburgo riprendono formalmente il controllo di Ungheria, Transilvania, Croazia e Slavonia
E con alcuni territori in altri quadranti ceduti dall’Impero Ottomano alla Repubblica di Venezia, alla Polonia ed alla Russia.
1716
Vittoria nella battaglia di Petervaradino (ora Petrovaradin, in Sirmia, Serbia; vi è una fortezza sul Danubio, di fronte a Novi Sad, definita pomposamente “Gibilterra sul Danubio”, ma in realtà è una caserma fortificata).
La vittoria viene seguita nel 1718 dalla Pace di Passarowitz (ora Pozarevac in Serbia), con Banato e Vojvodina che passano definitivamente agli Asburgo, mentre Venezia deve cedere dei territori greci all’Impero Ottomano
Fin qui la cronistoria militare, focalizzata sulle conquiste permanenti e non effimere.
Poi ci sono alcuni fatti politici, il più importante dei quali, a mio avviso, avviene nel 1687, alla Dieta dell’Ungheria Reale a Pozsony (Pressburg/Bratislava): la decisione di rendere ereditaria a favore degli Asburgo la corona del Regno di Ungheria in cambio del mantenimento dei diritti e dei privilegi della nobiltà ungherese. Un passaggio importante della storia della Mitteleuropa, con il radicamento strutturale della casata degli Asburgo.
Decisivo anche l’inizio del ritiro dal continente europeo degli ottomani, che vedrà il suo culmine con il Trattato di Santo Stefano (ora Yesilkoy, un bel quartiere sul mare di Istanbul/Costantinopoli dove vivono ancora alcuni levantini e ci sono tre chiese, la latina, la greco ortodossa patriarcato di Costantinopoli e l’armena apostolica, tutte e tre dal nome Santo Stefano! E poi ce ne è una nuova siriaca ortodossa, tutte nel giro di poche centinaia di metri), che sancirà la perdita ottomana di gran parte dei territori balcanici e secondo diversi storici rappresentò l’inizio dell’accelerazione del declino dell’Impero Ottomano.
Poi il viaggiatore studia, va sui luoghi e nota alcune curiosità.
In Ungheria le tracce visibili della dominazione turca sono poche: a Budapest la tomba di un governatore ottomano a Buda e un paio di bagni termali (Kiraly e Rudas), a Eger il minareto ottomano più a nord d’Europa, a Pecs due moschee, di cui una trasformata in chiesa cattolica sulla piazza principale, e degli ex bagni termali, non molto altro.
A Kamenec Podolski, in Podolia, la chiesa latina era stata trasformata in moschea con costruzione di un minareto esterno poi trasformato in una colonna con una Madonnina dorata in cima.
Bratislava invece, dove tuttora vive una minoranza ungherese (in alcune chiese si celebrano messe in ungherese), è sede di tutti i palazzi della nobiltà ungherese (in occasione di una mia visita avevo chiesto all’ufficio del turismo un elenco con gli indirizzi, ed una gentile e professionalissima addetta me li aveva forniti tutti), e nella cattedrale di San Martino venivano incoronati i re di Ungheria.
Parlando di Bratislava non si può non menzionare la splendida Chiesa Blu (Santa Elisabetta), capolavoro Art Nouveau di Odon Lechner.
Ma, visto che abbiamo parlato del Banato (“il Banato, chi è costui?” si chiederebbe il 95% degli italiani), ritengo utile raccontarne qualcosa. Banato sta per regione di frontiera governata da un bano.
Il Banato apparteneva al Regno d’Ungheria, ma la popolazione ungherese lì non è mai stata molto numerosa.
Il suo capoluogo è Timisoara (Temesvar in ungherese, Temeschwar in tedesco), ora in Romania, nella regione appunto del Banato.
Fino a non molto tempo fa, la maggioranza della popolazione era tedesca (più del 40%). L’attuale sindaco della città appartiene alla minoranza tedesca, nella cattedrale cattolica si fa messa anche in tedesco, la scuola più prestigiosa è il liceo tedesco Lenau, c’è il teatro tedesco e un piatto tradizionale di Timisoara sono gli spatzle, piatto del mondo tedesco meridionale, poi c’è la birra Timisoareana, il cui stabilimento data 1718 (voluto da Eugenio di Savoia in persona) ed è ancora visitabile, e poi c’è il salam banatean, un salame del Banato.
Come mai tutti questi tedeschi?
Nel 1716 Timisoara viene liberata dalle truppe imperiali, ed Eugenio di Savoia nomina governatore un suo fedelissimo, il generale conte Claudius Florimund Mercy d’Argenteau (a Timisoara c’è ancora il suo palazzo).
Costui si trova davanti la devastazione, sia economica sia demografica, dovuta alla guerra e al disastroso governo ottomano. E scrive a Vienna.
Da Vienna decidono che serve ripopolare, e individuano nelle popolazioni cattoliche della Germania meridionale un bacino di emigrazione utile, e tutti dissero che era un’ottima idea.
Partivano dal porto danubiano di Ulm, città sveva (visitata da chi scrive nel 2022, ha nella piazza principale un interessante Munster, la cattedrale luterana), e infatti questa popolazione è nota come “svevi del Banato” (altra curiosità, gli svevi del Banato sono cattolici, mentre l’altra minoranza tedesca della Romania, i sassoni della Transilvania con le loro chiese fortificate, sono luterani, e il sindaco di Sibiu è ancora oggi spesso uno di loro), anche se qualcuno magari era alsaziano o bavarese.
Piccola particolarità: a Vienna ricorsero anche all’immigrazione di contadini bulgari, purché diventassero cattolici, e infatti nel villaggio di Vinga c’è ancora una comunità bulgara di fede cattolica.
Questa del cattolicesimo è una cosa che differenzia la Romania asburgica da quella ottomana. Infatti gli Asburgo privilegiavano il cattolicesimo, e i romeni erano invitati a scegliere il cattolicesimo di rito bizantino (tuttora presente nella parte asburgica) piuttosto che l’ortodossia romena, che era gerarchicamente sottoposta nell’Impero alla chiesa ortodossa serba (una minoranza serba è presente nel Banato e in Ungheria, a Timisoara c’è la cattedrale serba con il suo vescovado), perché i serbi non potevi invitarli a diventare cattolici e, dato che erano ottimi agricoltori e grandi soldati (uno di loro era il feldmaresciallo Svetozar Bojna von Boroevic, il “leone dell’Isonzo”), andava bene così.
Timisoara è una città godibile, con tutti i palazzi d’epoca, le varie chiese delle varie confessioni, la sinagoga sefardita (i sefarditi erano arrivati con gli ottomani, non erano autoctoni), le piazze e la sua complessità culturale e storica.
Come si può vedere, in Europa più ci si spinge dal centro verso Est e più c’è una stratificazione storica, culturale, religiosa, linguistica ineludibile.
Francesco Giuseppe scriveva gli appelli “ai suoi popoli” in una molteplicità di lingue, yiddish compreso. Gli attuali confini amministrativi, disegnati tragicamente a Versailles, e confermati con modifiche peggiorative nel 1945, non coincidono assolutamente con i confini storici e culturali. E di questo, guardando agli avvenimenti geopolitici o semplicemente viaggiando con serietà, va tenuto conto.



