Lettera a “Duc in altum” / Fuga dalle diocesi? La questione è diversa per sacerdoti e laici
di Liliana de Angelis
Caro Aldo Maria,
nel post “Il deserto e l’appartenenza” [qui] il professor Daniele Trabucco sostiene che è un errore l’uscita di sacerdoti e fedeli dalla propria diocesi o dalla Chiesa locale per approdare in comunità più ortodosse e tradizionali.
Io sono d’accordo con l’analisi, ma credo si debba riferire esclusivamente ai sacerdoti. È necessario distinguere tra sacerdoti e fedeli. L’uscita di un sacerdote non ha la stessa valenza e le stesse conseguenze dell’uscita di un fedele laico. Il sacerdote spesso interrompe l’esercizio delle sue sacre funzioni in ragione delle conseguenze canoniche a cui va incontro; il fedele, al contrario, potenzia e/o ritrova la sua fede abbracciando comunità di fede tradizionaliste.
Utilizzando un’analogia oggi forse purtroppo dimenticata, i sacerdoti sono i “medici” specializzati nella cura delle anime e i fedeli sono i “pazienti” assistiti. Laddove si ravvisino un clima di eccessivo neomodernismo e un degrado liturgico e dottrinale, il sacerdote, più forte spiritualmente e quindi più incline alla perseveranza, dovrebbe resistere alla prova e non scendere dalla croce; il fedele invece deve per forza cercare ossigeno altrove, perché i suoi mali spirituali non vengono diagnosticati e la sua anima, privata delle cure, va in agonia insieme con la sua fede. In questo senso, il laico è il soggetto debole, il sacerdote il soggetto forte.
Per i fedeli laici, dunque, la fuga è una questione di sopravvivenza spirituale; per i sacerdoti notevolmente esposti dal punto mediatico è fondamentalmente una questione di egocentrismo.



