Lettera di un sacerdote / I vescovi ora chiedono prossimità e vicinanza, ma durante il Covid fecero il contrario!
di Un sacerdote
Caro Valli,
leggo da anni il suo blog che trovo interessante e mi stimola al confronto fra la mia vita di Fede, la mia appartenenza alla Chiesa cattolica e le esperienze e le opinioni di altri.
Mi permetto di scriverle riguardo a un’opinione molto diffusa sulla pavidità e l’omertà dell’episcopato italiano. Molti sostengono che i nostri vescovi siano timorosi nella loro predicazione e nei loro interventi. Non è vero! Hanno un coraggio da leoni!
Infatti ci vuole un bel coraggio per sostenere e predicare pubblicamente in occasione del giubileo della consolazione l’esatto contrario di quello che hanno dichiarato, fatto e imposto durante il Covid.
Partecipando alla veglia di preghiera di lunedì 15 settembre in occasione del giubileo della consolazione, ho sentito il vescovo della mia diocesi affermare che la prima carità verso gli afflitti è la nostra vicinanza fisica; che di fronte alla difficoltà di stare accanto alle persone che soffrono, alla paura di essere coinvolti dal loro dolore, non bisogna cedere alla tentazione di fuggire. Ho sentito dire che la carità non è offrire frasi fatte, discorsi stereotipati sulla sofferenza di Gesù e sull’offerta delle proprie sofferenze, tutti discorsi pieni di moralismo, simili ai discorsi degli amici “consolatori di Giobbe”. La carità è anche una presenza silenziosa, fisica, che esprime condivisione e attenzione anche nell’ascolto “silenzioso” del sofferente. Tutte parole vere e bellissime. Ma perché allora cinque anni fa i vescovi hanno predicato, attuato e imposto tutto il contrario? Ricordiamo: chiusure, distanziamento, divieto di visita, divieto di presenza dei cappellani nei reparti ospedalieri, divieto delle celebrazioni esequiali. Una ritirata del clero unica nella storia della Chiesa.
Vissi quel periodo con grande vergogna e sofferenza, cercando nel mio piccolo di bypassare norme e divieti e di farmi più prossimo possibile ai miei parrocchiani e amici. Una vergogna e sofferenza che si è rinnovata lunedì sera in occasione di quella veglia, con tanta rabbia per l’ipocrisia del gesto, non accompagnato da nessuna ritrattazione e condanna degli errori e dei soprusi commessi nel periodo del Covid.
Purtroppo non sono ancora riuscito a incontrare il mio vescovo per confrontarmi con lui su questi problemi e mi sembra ingiusto pubblicare il mio nome e cognome, che permetterebbe di identificare anche lui, e additarlo negativamente, senza avergli dato la possibilità di controbattere e spiegarmi la sua posizione. Pertanto se decidesse di pubblicare questa mia, la prego di farlo in forma anonima.
Mi impegno a comunicarle immediatamente le risposte che il mio vescovo darà alle mie osservazioni.
Con grande stima e amicizia.



