Vita nella Chiesa / Voltarsi e non trovare nessuno che la pensa come me. È ancora la mia casa?
di Fabio Battiston
Ho letto e riletto, con attenzione e rispetto, “Il deserto e l’appartenenza”, il recente contributo del professor Daniele Trabucco con il quale mai mi sognerei di aprire un dibattito tale è, da un lato, l’incolmabile iato culturale che separa le rispettive cognizioni e competenze in materia ecclesiologica, dall’altro l’altrettanto ampia divaricazione tra le mie e le sue conclusioni rispetto al tema.
Questa quindi non può e non vuole essere una risposta o un’apertura di confronto; è tuttavia evidente come la questione sia quotidianamente all’ordine del giorno sia nella mia imperfettissima vita di credente sia nella mia purtroppo perfetta essenza di peccatore. Indubbiamente ciò che scrive Trabucco sembra poter essere la risposta ritagliata su misura per il sottoscritto. Eppure…
Non ho difficoltà ad ammettere (è il giudizio di un non addetto ai lavori, per carità) come il contributo del professore sia sostanzialmente indiscutibile, formalmente ineccepibile e basato su argomentazioni stringenti. Contro di esso sarebbe assai problematico presentare un’opposizione centrata su una diversa interpretazione delle sue tesi.
Tuttavia la poderosa costruzione di Trabucco si scontra, a mio avviso, con una quotidianità nella quale il “potenziale fuggitivo” (quale io sono nella fattispecie) non riesce praticamente più a declinare in positivo una serie di concetti utilizzati nel contributo – coerentemente col suo disegno complessivo – per supportare e dimostrare l’indiscutibile validità di un’unica conclusione: dalla Chiesa, da questa Chiesa, non si esce, non si può uscire, non si deve uscire. Né ora né in futuro.
Trabucco ci parla di:
– legame con la propria Chiesa particolare, di vincolo sacramentale ed ecclesiologico
– un vescovo che è il principio visibile di unità e la comunione con lui, pur nella debolezza dei suoi atti e dei suoi errori, è parte integrante della comunione con Cristo
– scegliere la propria comunità in base a criteri di maggiore conformità alla tradizione.
Chiesa particolare, vescovo, comunità: sono termini che prendono corpo e sostanza soprattutto nella loro capacità di essere (e apparire) reali strumenti di una relazione viva e proficua tra i fratelli in Cristo, finalizzata a conseguire l’obiettivo fondamentale della Chiesa temporale su questa terra. Premesso per l’ennesima volta che chi scrive è il primo dei peccatori, se guardo nella mia Chiesa particolare, al mio vescovo e alla stragrande maggioranza di quella che dovrebbe essere la mia comunità di riferimento ciò che vedo è il deserto. O meglio, percepisco la presenza di una Chiesa, un vescovo e una comunità visibili ma connotate da uno spirito diverso, nuovo – ma sarebbe meglio dire totalmente altro – rispetto a ciò che mi è stato insegnato nel corso di una parte non banale della mia vita. Il primo impulso che ho provato toccando con mano questa realtà non è stato certo quello di fuggire, bensì una reazione quasi di paura derivante dalla sensazione di essere stato lasciato solo. Non ero io che dovevo uscire da quella chiesa irriconoscibile ma era essa che aveva preso un’altra strada. È questo il concetto di deserto, riportato nel titolo del contributo di Trabucco, che vorrei declinare rispetto alla mia esperienza diretta: voltarmi e non trovare quasi nessuno col quale condividere un progetto di fede. Ne trovo invece moltissimi rispetto ai quali – sebbene certo di condividere la vera e unica fede nel Dio trinitario – mi trovo su strade talmente diverse da poter essere paragonate al concetto di punto improprio nelle rette parallele. È la forma più tetra e spettrale di deserto, un luogo popolato solo da nemici reali o potenziali.
Mi si permetta ora un paragone umoristico, anche per stemperare un po’ i contorni di una questione che per una parte dei credenti è una vera tragedia. I non più giovani ricorderanno certamente un divertente film del 1961, “I due nemici”, con Albero Sordi e David Niven. Durante il secondo conflitto mondiale, in Africa, il Capitano Blasi (Sordi) si trova suo malgrado a condurre un battaglione il cui comandante (un maggiore interpretato da Amedeo Nazzari) era stato da poco ucciso in combattimento. Blasi riceve l’ordine di condurre i suoi uomini al Forte Eguadaba dove potrà raggrupparsi con il resto delle forze italiane presenti in quella zona. Dopo una lunga e faticosa marcia il reparto arriva al Forte in questione e lo trova deserto e semidistrutto. Blasi in preda alla disperazione ha uno (spassoso) eccesso d’ira e, prendendo a calci sassi e detriti, urla in quel lugubre deserto: “M’hanno detto di andare a Eguadaba per raggrupparmi col resto delle forze. Ma mo’ co’ chi me raggruppo io, co l’animaccia vostra!”. Proprio in quel momento la macchina da presa fa uno zoom indietro inquadrando le autoblindo dei nemici inglesi (comandati da David Niven) che nel frattempo hanno circondato il forte.
Chiedo scusa per questa digressione ma la trovo coerente col mio stato d’animo: una solitudine sempre più accentuata in un deserto dove spicca, sì una cattedrale, che tuttavia non rappresenta più un rifugio sicuro ove trovare conforto e compagni di strada ma un nemico dalla cui minaccia sottrarsi al più presto.
Mi riservo una piccola, ulteriore notazione rispetto ad un altro breve passo del professor Trabucco:
– “scegliere” la propria comunità in base a criteri di maggiore conformità alla tradizione.
Personalmente non riesco a identificarmi in questa asserzione. Anzitutto non condivido l’uso del verbo “scegliere” che immediatamente soggettivizza un atteggiamento indebolendo quindi la forza potenziale di un gesto. Ritengo altresì che non poche tendenze “centrifughe” siano invece da attribuire a motivazioni non sempre riconducibili agli ormai flebili legami della Chiesa con la tradizione. Certo, l’abitudine a far coincidere posizioni “resistenziali” quasi esclusivamente con la crisi della liturgia (vista in tutte le sue forme) è anche un po’ colpa di noi conservatori. Ma qui non è in gioco solo il rispetto di una tradizione bimillenaria. Faccio solo un esempio: da tempo – parliamo solo di questi ultimi vent’anni – la Chiesa cattolica, per tramite di molti suoi autorevoli esponenti, sta prendendo letteralmente a calci il “Nuovo” Catechismo edito nel 1993, al cui coordinamento fu designato l’esimio monsignor Fisichella, da anni ormai fedelissimo sodale della Nuova Chiesa Universale postconciliare. Per non parlare poi di tanti altri aspetti che investono la relazione tra la Chiesa e i molteplici fenomeni/scenari di questi ultimi decenni (costume, ambiente/ecologia, natura, società, cultura, mondialismo, immigrazione, scientismo, tecnologia, umanesimo, valori non negoziabili).
Infine un’ultima domanda: ma se nemmeno in nome della fedeltà alla dottrina cattolica e quindi alla parola di Dio (pur con tutte le crepe del nostro essere peccatori), ci viene riconosciuto il diritto/dovere di contrastare l’attuale deriva della Chiesa cattolica, in nome e per conto di chi e cosa dovremmo far sentire la nostra voce e la nostra presenza?



