A proposito di “nudge”. Quelle “spinte gentili” che influenzano le nostre scelte

di Laura Dodsworth

Il disegno di legge sugli adulti malati terminali, attualmente all’esame della Camera dei Lord a Londra, è stato presentato dai suoi sostenitori come una misura fondata su valori quali autonomia, dignità e libertà di scelta. Sono parole che colpiscono. Chi potrebbe essere contrario

Sotto la superficie di un linguaggio seducente si nasconde una questione che non dobbiamo ignorare: il modo in cui siamo sottilmente guidati, spinti e attratti verso determinate decisioni da strutture e sistemi, nonché dalla struttura stessa del nostro processo decisionale. Stiamo parlando di quello che gli scienziati comportamentali chiamano nudge.

Un nudge (letteralmente: “spinta gentile”) è un intervento che modifica l’ambiente decisionale delle persone per influenzare il loro comportamento verso determinate scelte, apparentemente senza imporre restrizioni o limitare la libertà di scelta.

Un nudge non dovrebbe essere coercitivo: in effetti, non proibisce opzioni né impone punizioni. Però spinge in una certa direzione. Come affermano Richard Thaler e Cass Sunstein nel loro libro “Nudge”, questo nome indica “qualsiasi aspetto dell’architettura delle scelte che alteri il comportamento delle persone in modo prevedibile senza proibire alcuna opzione o modificare significativamente i loro incentivi economici”.

Le persone non possono evitare l’influenza dei nudge proprio perché non sono visibili. Operano al di sotto del livello di coscienza e sono sottili, altrimenti non funzionerebbero.

Evidente la contraddizione: come si può stesso tempo influenzare la scelta e preservare la libertà di scelta?

Nell’architettura delle scelte entrano molteplici elementi: impostazioni predefinite, inquadramento, tempistica, ordinamento, promemoria, effetti di messaggeria o anche piccole modifiche nell’ambiente.

I nudge sono ormai una tattica impiegata comunemente nel mondo degli affari, dell’istruzione, della pubblica amministrazione e in tutti gli ambiti della vita. Ma soprattutto nel settore sanitario.

Alcune misure di incoraggiamento non sono controverse. Negli ospedali, i dispenser di disinfettante per le mani sono posizionati vicino a porte e corridoi, accompagnati da poster che ricordano al personale di lavarsi le mani, il che aumenta l’aderenza alle prescrizioni. I sistemi sanitari nazionali a volte mettono in mostra il costo dei farmaci insieme a quello dei farmaci equivalenti più economici, spingendo i medici verso opzioni più convenienti senza vietare le alternative. Nel campo delle vaccinazioni, gli appuntamenti prenotati e i messaggi di promemoria stimolano l’adesione ai programmi.

I nudge sono stati sperimentati anche nelle cure di fine vita. Gli studi dimostrano che le opzioni predefinite nelle direttive – che si tratti o meno di trattamenti di sostegno vitale – influenzano in modo significativo le scelte dei pazienti. Uno studio statunitense ha rilevato che quando la scelta predefinita puntava su cure incentrate sul confort, un numero maggiore di pazienti la faceva propria rispetto a quando la scelta puntava su interventi di sostegno vitale. Non si tratta di questioni di poco conto; influiscono sul fatto che un paziente finisca in terapia intensiva o a casa con il supporto di un hospice.

I rapporti sulle politiche del Servizio sanitario nazionale hanno documentato l’esistenza di spinte di questo tipo in tutti gli ambiti: nella programmazione degli appuntamenti, nelle segnalazioni, nell’aderenza alla terapia farmacologica e nella pianificazione del fine vita. A prima vista, queste “spinte gentili” sembrano innocue: cosa c’è di sbagliato nell’influenzare le decisioni in modo che le persone siano più propense a lavarsi le mani, assumere le medicine o rispettare gli appuntamenti? Eppure, quando le spinte vengono introdotte in contesti di vita o di morte, in particolare nel fine vita, il terreno etico diventa decisamente meno solido.

Come ha spiegato un medico: “I medici si chiedono giustamente se non ci sia qualcosa di immorale in tutto questo. Se i nudge influenzano le scelte, come possiamo giustificarli? Tradizionalmente, i nudge sono stati giustificati quando hanno contribuito a promuovere ciò che le persone desiderano veramente nel profondo. Ma, come abbiamo visto, nell’ambito della fine della vita è difficile per i pazienti sapere esattamente quali tipi di cure mediche li aiuteranno a raggiungere al meglio i loro obiettivi. In questi casi, i medici dovrebbero basarsi su uno standard a cui si sono sempre affidati: lo standard del miglior interesse, in base al quale, in assenza di prove convincenti su ciò che un paziente vorrebbe veramente, dovremmo agire in un modo che pensiamo – o sappiamo, sulla base delle prove – possa promuovere il suo miglior interesse”.

Anche le conversazioni apparentemente più neutrali sulle decisioni di fine vita nascondono stimoli nascosti: “Come studenti di medicina, ci viene insegnato quanto sia importante discutere se i pazienti desiderano un ordine di non rianimazione. Ci viene detto che il modo migliore per farlo è essere neutrali, come dire qualcosa del tipo: ‘In questa situazione, il cuore del tuo caro potrebbe fermarsi. In tal caso, vorrebbe che praticassimo le compressioni toraciche?’. Ma questo pone un enorme peso sui familiari, che devono sapere esattamente cosa vorrebbe il loro caro in una specifica situazione, ovvero qualcosa che raramente conoscono con certezza. Quindi il tutto non è poi così neutrale: dire di no alle compressioni toraciche significa rinunciare a qualcosa, il che è sempre difficile. Questo mi sembra problematico nei casi in cui le compressioni toraciche farebbero quasi certamente più male che bene. Quindi, con l’esperienza, ho imparato a dire: ‘In questa situazione il cuore della persona a lei cara potrebbe fermarsi. Se così fosse, non faremmo le compressioni toraciche di routine, perché è improbabile che funzionino. Le sembra ragionevole?’. In tal modo, ho impostato un’opzione predefinita, ma non ho rimosso alcuna opzione. Ho usato questo linguaggio diverse centinaia di volte con le famiglie di pazienti che con ogni probabilità sarebbero morti, e solo una volta un familiare ha scelto la rianimazione cardiopolmonare. In effetti, diverse famiglie mi hanno ringraziato per averle aiutate a capire quali sono le norme”.

Questa consapevolezza, ovvero che i nudge sono già utilizzati nell’assistenza sanitaria e persino nelle cure palliative, dovrebbe farci riflettere quando consideriamo cosa significherebbe legalizzare il suicidio assistito all’interno del Servizio sanitario nazionale.

La distribuzione del vaccino contro il Covid-19 offre esempi lampanti, di cui ho parlato ampiamente nei mei studi “A State of Fear” e “Free Your Mind” e in numerosi articoli. Non voglio ripetermi.

In sostanza, la questione è che il vaccino è stato promosso con una serie evidente di spinte, prima di essere infine imposto alla popolazione riluttante con obblighi, variabili da paese a paese.

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