Dentro la Moldova. Piccola e complicata

di Marco Anca

Visto che in Moldova stanno per svolgersi elezioni (temo truccate) che spingeranno il paese alla guerra conto terzi come l’Ucraina, ecco qualche spiegazione su quella realtà.

La Moldova (in romeno, lingua molto simile al moldavo, Repubblica Moldova, in russo Moldova) è un’ex repubblica sovietica, piccola ma con una storia densa e un presente che va compreso nella sua complessità.

La chiamiamo Moldova e non Moldavia perché la Moldavia è una regione storica della Romania, divisa in due parti, la Moldavia settentrionale o Bucovina, asburgica dal 1775 (il cui capoluogo è Czernowitz, nome tedesco-asburgico e yiddish, in russo Chernovtsy, in polacco Cernovcy, in ucraino Chernivtsi, in romeno Cernauti), divisa a sua volta in due parti: quella settentrionale, comprendente Czernowitz, che è in Ucraina, e quella meridionale, dove ci sono i famosi monasteri dipinti, che appartiene alla Romania, mentre la Moldavia meridionale è l’attuale regione della Moldavia in Romania, appartenente come tributaria all’Impero Ottomano fino al 1859 (cosa che ricordo sempre al mio portinaio che viene da lì e la cosa non lo fa contento), anno dell’unificazione con la Valacchia e la successiva indipendenza.

La Moldova è la Moldavia orientale, nota anche come Bessarabia, separata dal fiume Prut dal resto della Moldavia e appartenente all’Impero Russo dal 1812 (poi Romania, poi annessa all’Urss).

Insomma, più si va ad Est più le linearità, come avete ormai capito, diminuiscono.

Come prima cosa potremmo dire “in partes tres divisa est” come la Gallia di Cesare (e come la Polonia, io amo dire), la Moldova, la Gagauzia e la Transnistria (Pridnestrovie in russo). La capitale è Chisinau – Kishinev.

In tutto ha meno di tre milioni di abitanti, con una numerosissima diaspora soprattutto in Romania e poi in Russia e Italia, ed è un paese dignitoso ma poverissimo, principalmente agricolo (abbastanza quotati sono i suoi vini, in primis quelli delle grandi cantine, tutte sotterranee, Cricova).

I moldavi residenti nel paese hanno una forte identità, che anni fa si è manifestata con il “no” nel referendum per l’unificazione con la Romania (commento del mio portinaio: “Siamo già poveri noi, dobbiamo mantenere anche quelli lì?”).

I moldavi sono ortodossi, in grande maggioranza del patriarcato di Mosca con alcune parrocchie invece del patriarcato di Romania. Ci sono poi minoranze religiose legate all’etnia originaria: armeni apostolici, bulgari, tedeschi e polacchi che formano una piccola comunità cattolica.

Va sottolineata la presenza storica di una folta minoranza ebraica ashkenazita – ora ridotta perché molti sono in diaspora – che nel censimento imperiale del 1897 ammontava all’11,69% dell’intera popolazione del governatorato di Bessarabia, ma a Kishinev città arrivavano al 45,93% della popolazione, con più di venti sinagoghe attive, mentre ora ce n’è una sola, la sinagoga dei soffiatori di vetro. Lo dico anche perché, se ci fate caso, oggi alcuni dei principali leaders dei partiti filorussi sono ebrei, ed è di Kishinev il famoso politico israeliano Avigdor Lieberman, segretario di Israel Beytenu, del partito degli ebrei russofoni, i cui esponenti in visita in Russia parlano correntemente in russo (cosa che fanno anche alcuni ministri israeliani).

Poi c’è la Gagauzia (abitanti 134 mila), per statuto “unità territoriale autonoma”, la cui capitale è Comrat (forse perché era novembre, ma è stato uno dei posti più tristi che abbia mai visitato).

Come al solito, direte: i gagauzi, e chi sono costoro?

I gagauzi sono un popolo turcofono ma cristiano ortodosso (patriarcato di Mosca, quando si parla di ortodossia va sempre citato il Patriarcato di appartenenza), quindi amico della Russia.

La loro diaspora, oltre che in Romania, è folta in Turchia. A Istanbul-Costantinopoli si riuniscono nella chiesa greco ortodossa (patriarcato ecumenico di Costantinopoli) di Aya Kiryaki nel quartiere di Kumkapi (utilizzata anche dai serbi), mentre alcuni si rivolgono alla piccolissima chiesa autocefala turco ortodossa (vista da Ataturk come un modo per creare una ortodossia turcomanna controllata dallo Stato) che ha sede nella chiesa di Meriem Ana nel quartiere di Karakoy.

Se ci avete fatto caso, la governatrice della regione, Evgenia Gutsul, sta subendo una persecuzione giudiziaria da parte della magistratura moldava.

Infine c’è Pridnestrovie, cioè la Transnistria (circa 450 mila abitanti).

Chi come me l’ha visitata, ha visto benissimo che è abitata da russi: vi si parla il russo e gli abitanti sono ortodossi del patriarcato di Mosca. C’è anche un contingente militare russo, contrassegnato – lo ha notato mia moglie – da quella pulizia e da quell’ordine che una volta caratterizzavano le città sovietiche. Ci sono pure le statue di Lenin e vie e piazze dedicate ai vari personaggi storici sovietici, in primis l’astronauta Gagarin.

Un’ulteriore curiosità: la capitale della Transnistria, Tiraspol, non era compresa nella Bessarabia annessa nel 1812 all’Impero, ma ne faceva già parte, prima nel governatorato di Novorossijsk, poi in quello di Kherson.

Che cosa ha a che fare quindi la Transnistria con la Moldova? Un bel niente. Infatti per andarci bisogna pure attraversare un confine.

Tutte queste complessità, purtroppo, non vengono spiegate all’uomo-massa che guarda la televisione, e credo invece sia importante conoscerle per comprendere gli accadimenti e dare un significato e un contenuto a nomi e luoghi.

 

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