Il caso don Ravagnani. La “Chiesa in uscita” e il passaggio da testimone a testimonial

di Vincenzo Rizza

Caro Aldo Maria,

non stupisce che la “Chiesa in uscita” entri nel mondo della pubblicità. Stupisce, tuttavia, ancora meno che “Avvenire”, quotidiano dei vescovi italiani, racconti la cosa con critica indulgente: un po’ di imbarazzo, qualche domanda, ma mai la chiarezza che servirebbe.

Il caso è noto: don Alberto Ravagnani, sacerdote social con molti follower, diventa testimonial di un integratore. Uno spot a tutti gli effetti, degno del miglior Mike Bongiorno. Molti ragazzi, persino suoi fan, gli hanno fatto notare che un prete dovrebbe testimoniare il Vangelo, non un beverone energetico. Lui, tuttavia, si difende con l’argomento classico: servono soldi e li reinvesto nell’evangelizzazione.

E qui casca l’asino. Perché se il fine è astrattamente buono –raggiungere i giovani per portare loro il Vangelo – i mezzi non possono essere scelti a piacere. Il fine non giustifica i mezzi, soprattutto quando i mezzi snaturano la testimonianza. Un sacerdote non può trasformarsi in testimonial pubblicitario senza confondere il messaggio che dovrebbe auspicabilmente incarnare: non più Gesù ma un prodotto commerciale. Tanto più se il messaggio invita a seguire modelli più degni di una Chiara Ferragni qualsiasi, mostrando attenzione più al fisico che allo spirito, dileggiando il senso del peccato e sottolineando che, testuale, “pregare non basta, ciccini”.

“Avvenire”, invece di dirlo con chiarezza, smussa gli angoli. Certo, accenna alle “forti riserve” e al divieto canonico di esercitare attività commerciale, ma subito apre alla solita riflessione: forse c’è una nuova figura di prete, forse i tempi cambiano, forse bisogna dialogare; in fondo c’è stato solo un “disturbo di troppo”. In altre parole: invece di chiamare l’errore per nome, lo relativizza.

Anche se, allora, si apre “più di un fondato dubbio” (bontà loro) sul come il sacerdote abbia agito “che salta all’occhio e al cuore credente”, “le questioni serie che don Alberto pone meritano una riflessione. E una risposta su fini e mezzi per raggiungerli, oggi”.

L’indulgenza, così, diventa complicità. Perché se il prete-testimonial diventa motivo di mera “riflessione” e la pubblicità entra a gamba tesa nel ministero sacerdotale, la testimonianza evangelica si riduce a marketing e il prossimo inevitabile passo, come evidenziato nei loro commenti da alcuni ragazzi (evidentemente più saggi tanto del sacerdote influencer che del quotidiano dei vescovi), sarà la pubblicità durante l’omelia o il messaggio, all’inizio della funzione, “la presente messa è gentilmente offerta da …”. Non ci vorrà molto: diamo tempo al tempo e presto la Chiesa in uscita dimenticherà che il Vangelo non ha bisogno né di sponsor né di testimonial ma solo di testimoni della fede.

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Nella foto (“Avvenire”), don Alberto Ravagnani

 

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