Vangelo “addolcito” e forme brevi. Un lettore chiede, l’Investigatore Biblico risponde
Caro Aldo Maria Valli,
scrivo per chiedere la sua opinione circa due questioni riguardante le Scritture.
Alla messa di domenica 7 settembre il passo del Vangelo (Lc 14,25-33) riporta le parole di nostro Signore: “Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo”.
Ebbene, all’omelia il sacerdote dice che questa forma è stata adottata “recentemente” e che in precedenza era scritto “chi non odia più di me…”. Ma siccome è impossibile che Gesù abbia odiato qualcuno, c’è stato sicuramente un errore di traduzione che fortunatamente qualche anno fa si è provveduto a correggere.
Non aggiungo altro perché non so quale traduzione sia corretta, ma poiché sembra che ultimamente si stiano accorgendo di diversi errori di traduzione nei testi, ai quali stanno “fortunatamente” ponendo rimedio, vorrei chiederle che cosa pensa di questi aggiornamenti.
Aggiungo una considerazione sulla forma breve dei Vangeli, della quale non ho mai capito il senso. Mi chiedo: com’è possibile che i sacerdoti alla domenica in certi casi (vedi la genealogia di Gesù) adottino la forma breve per non farci annoiare? Dobbiamo pensare che secondo la madre Chiesa ci siano passi evangelici in cui nostro Signore si sia dilungato troppo, così che sia meglio saltare qualche riga? Dobbiamo pensare che sia meglio evitare che qualcuno possa sbuffare?
La ringrazio per la sua pazienza e attenzione.
Luca Munari
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Risponde l’Investigatore Biblico
Caro signor Luca,
Aldo Maria Valli mi ha girato la sua lettera sincera e appassionata, in cui si sente tra le righe un amore profondo per la Parola di Dio e per la liturgia, e questo è già un grande dono.
Sì, nel testo originale greco del brano evangelico citatoil verbo che compare è “miseîn”, che significa “odiare”. Non possiamo edulcorare la Parola: Gesù ha davvero usato un’espressione forte, provocatoria, capace di scuotere e di chiedere una scelta radicale. Naturalmente, questo “odiare” non va compreso nel senso di un sentimento negativo o distruttivo, ma nel senso biblico di “preferire meno”, di “distaccarsi da”. Gesù ci domanda di amare lui sopra ogni altra relazione, persino le più care e sacre, non perché disprezzi la famiglia, ma perché solo mettendo Dio al primo posto ogni altro amore trova il suo giusto ordine e la sua pienezza.
Lei ha ragione anche quando osserva che, talvolta, nelle traduzioni e nelle spiegazioni, si tende a smussare le asperità, quasi a temere che la Parola sia troppo dura. In realtà, proprio la forza di certe parole di Gesù custodisce la loro bellezza e verità: ci provocano, ci costringono a riflettere, ci aprono a una dimensione nuova dell’amore.
Riguardo poi ai cosiddetti “tagli” nelle letture liturgiche, comprendo bene la sua perplessità. La Chiesa, nel lezionario, offre talvolta una “forma breve” per facilitare la proclamazione in assemblea. Ma è vero che questa prassi rischia di togliere spessore a certi brani, come le genealogie, che forse non sono “accattivanti” all’ascolto, ma custodiscono un messaggio prezioso: ci ricordano che Gesù entra in una storia, in una carne, in una genealogia fatta di luci e ombre. Non è un dettaglio inutile: è il segno che Dio si fa davvero vicino, condividendo la nostra umanità fino in fondo.
Capisco quindi il suo disagio: la Parola di Dio non va mai considerata “troppo lunga” o “inutile”. Essa è sempre dono, anche nelle pagine che ci sembrano più aride.
Grazie per la sua attenzione amorosa alla Scrittura. Continui a leggere, a interrogarsi, a custodire le domande: è così che la Parola diventa viva.
Ogni benedizione!



