Cronache dalla grotta / “Deus non irridetur” e la legge della penultima
di Rita Bettaglio
Nolíte erráre: Deus non irridétur. Non illudetevi: non ci si può prendere gioco di Dio. Così san Paolo ai Galati che poco prima aveva redarguito, chiamandoli “stolti” per essersi fatti ammaliare da dottrine balzane.
Oggi queste parole risuonano amplificate, in una congerie di voci, ora suadenti ora scomposte, che assai spesso riescono a insinuarsi nell’intelletto e nell’anima.
Ricordate i consigli di Berlicche al nipote Malacoda, giovane diavolo e tentatore in erba, ne “Le lettere di Berlicche?”. “Alcune età sono tiepide e compiacenti, ed è nostro affare cullarle in un sonno ancor più profondo. Altre età, delle quali la presente è una, sono squilibrate e pronte alla faziosità, e allora il nostro compito è di eccitarle”. Per ogni età e stato Berlicche ha l’inganno giusto per portare il “paziente” fuori dalla realtà e, quindi, lontano da Dio.
Nella grotta settembre è stato altalenante, comportandosi un po’ da agosto e un po’ da ottobre con le sue piogge e sciroccate.
L’altro giorno ho preso in mano un manuale di latino medievale e ho letto della lunga serie di modificazioni che la lingua di Cicerone ha subito nella tarda età imperiale.
Dovete essere indulgenti con me che, come la maestra dei “Ricordi di scuola” di Giovanni Mosca, si perde dietro a una matita rossa e blu. Tale matita è per me il latino e leggere nel citato manuale, enumerate una per una, le degradazioni di quella lingua così perfetta, mi ha rattristato. Mi pareva di sentire, in sottofondo, i gemiti dell’Arpinate.
Ma ciò che più mi ha scosso è stata la ferale notizia dell’abolizione della “legge della penultima” (l’accento tonico cade sulla penultima sillaba se questa è lunga, mentre cade sulla terzultima se la penultima è breve). Sarà che è la prima cosa che mi fu insegnata in IV ginnasio, sarà che resta tuttora il primissimo insegnamento che impartisco a ogni alunno che si avvicina al latino, fatto sta che mi è spiaciuto molto apprendere che tale norma, così chiara e certa, era semplicemente scomparsa, neppure abolita, ma espunta dall’uso quotidiano, caduta nell’oblio.
Ma, senza quelle corruzioni, quell’involgarirsi di un idioma cristallino, non avremmo avuto l’italiano e, perciò, cercherò di farmene una ragione. È questo settembre, e l’inizio della scuola, che mi rende più sensibile a grammatica e sintassi.
Anche in questa minuscola circostanza possiamo trovare un insegnamento: “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno” (Mt 24, 35). Ci sono parole che non deperiscono e non si alterano né corrompono: sono stabili per sempre. “In æternum, Domine, verbum tuum permanet in cælo” (Sal.118,89): il verbo di Dio, cioè il Verbo, il Logos, Nostro Signore Gesù Cristo resta stabile nei cieli, anche se pare sconfitto e annientato sulla terra.
Perciò accogliamo l’invito di san Paolo: “State, et nolite iterum jugo servitutis contineri” (Gal 5,1). State saldi, in piedi, e non vogliate farvi nuovamente imprigionare dal giogo della schiavitù.
La schiavitù più pesante è quella del peccato, certamente. Ma c’è tutto un nugolo di piccoli e anche piccolissimi nemici che ci pungono di continuo, attraverso i pensieri e la fantasia. Ci avete mai fatto caso che viene voglia di salame solo al venerdì e che tutte le cose che abbiamo dimenticato di fare durante la giornata si risvegliano appena prendiamo in mano il breviario o la corona del rosario?
Niente paura: se noi possiamo essere facilmente giocati dai demonietti con questi mezzucci, tuttavia Deus non irridetur. Non ci si può prendere gioco di Dio e non c’è Malacoda che tenga. Però dobbiamo saper usare le armi giuste, che sono gli strumenti delle buone opere: soprattutto, come dice la Regola benedettina, “Spezzare subito in Cristo tutti i cattivi pensieri che ci sorgono in cuore” (RB 4, 50).
I detti dei padri del deserto raccontano di un monaco che fu sottilmente tentato dal diavolo che gli domandò perché stesse in monastero. La prima risposta fu: “Per rendere gloria a Dio” e questa affermazione fece assai piacere al demonio perché apriva la porta dell’orgoglio. Subito il monaco si corresse e disse: “Per i miei peccati sono in monastero”. Il demonio non ebbe a cui attaccarsi e si allontanò.
Dalla grotta per ora è tutto. E, come dicono i Galli: à la prochaine fois.
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