Oltre il diritto mite. Per un diritto forte radicato nella legge naturale
di Daniele Trabucco
L’opera di Gustavo Zagrebelsky, “Il diritto mite”, del 1992, ha costituito uno dei testi più influenti del pensiero giuridico italiano degli ultimi decenni. Con essa l’autore, già presidente della Corte costituzionale nel 2004, ha inteso proporre un modello di giuridicità non autoritativo, non rigido, aperto alla mediazione e alla flessibilità delle soluzioni normative, capace di coniugare il pluralismo delle società contemporanee con l’esigenza di un ordinamento giuridico che non degeneri in arbitrio.
Il diritto, secondo Zagrebelsky, dovrebbe mostrarsi “mite”, cioè non invasivo, non oppressivo, disposto a modulare le proprie pretese attraverso la ragionevolezza, il dialogo, la ponderazione, accogliendo la molteplicità dei punti di vista in conflitto. È il diritto della democrazia pluralistica, che non si impone come rigida e inscalfibile sovranità, ma si propone come tessuto di compromessi, di equilibri, di misurata tolleranza.
Se tale visione, a prima vista, appare come un’armoniosa risposta al rischio di tirannia del diritto, essa rivela, ad uno sguardo più profondo, una pericolosa illusione. Il “diritto mite” non è realmente diritto, bensì una continua sospensione del diritto: la sua mitezza diviene debolezza, la sua apertura diventa disarmo, la sua tolleranza scivola verso l’indifferenza. Non basta invocare la democrazia pluralistica per giustificare l’evanescenza del diritto, giacché la democrazia stessa non può sussistere se non poggia su fondamenti stabili, non negoziabili, ancorati ad una verità che precede e sorregge la mutevolezza delle opinioni. Un diritto che si fa “mite” fino a dissolversi smarrisce la propria funzione ordinativa: invece di reggere l’ordine politico, lo segue passivamente, riducendosi a registrazione delle spinte sociali più forti o a semplice mediazione procedurale. È l’apoteosi del relativismo giuridico. Di contro, l’epoca presente non domanda un diritto fragile e cedevole, ma un diritto forte. Forte non in senso autoritario o tirannico: forte nel senso della sua intrinseca stabilità, della sua capacità di essere criterio, misura e regola. Un diritto forte è espressione di un potere politico regale, ossia ordinatore, capace di assumere il compito proprio della regalità: dare ordine alle comunità umane secondo i principi immutabili che non nascono da una volontà arbitraria, ma si radicano nella legge naturale. Senza un diritto che sia espressione di ordine, la convivenza civile si disgrega in conflitti irrisolvibili. Il pluralismo stesso, senza la legge naturale, diventa caos, una babele di diritti soggettivi senza alcuna misura comune.
A questo punto s’impone la questione decisiva: la legge naturale esiste? Non basta invocarla per chi la riconosce nella tradizione giusnaturalista o nella dottrina cristiana: occorre mostrarne la razionalità intrinseca, la necessità che essa sussista anche per l’agnostico o per il non credente. La legge naturale non è un dogma imposto: è la logica stessa della ragione pratica. Ogni uomo, quando agisce, assume come criterio la distinzione tra ciò che è bene e ciò che è male, tra ciò che è conforme alla sua dignità e ciò che la tradisce. L’esperienza morale elementare attesta un ordine non arbitrario, che non dipende dall’opinione del singolo. Se nego questo ordine, mi trovo nell’impossibilità di criticare alcuna azione: non posso dire che la violenza, l’omicidio, la tortura siano mali, né che la giustizia, l’amore, la solidarietà siano beni. Se non esiste una misura naturale, allora il male e il bene si riducono a preferenze individuali o a decisioni di potere.
Ora, se così fosse, anche il “diritto mite” di Zagrebelsky sarebbe mera imposizione arbitraria: non vi sarebbe alcuna ragione oggettiva per preferire la mitezza alla crudeltà, la tolleranza all’oppressione, la democrazia alla tirannide. La stessa logica della negazione della legge naturale conduce, dunque, al nichilismo giuridico e politico. È sufficiente seguire il filo dell’argomentazione: se non vi è alcuna natura dell’uomo, nessuna essenza della sua dignità, nessun fine proprio della sua vita, allora non vi è alcuna ragione per vietare il più estremo arbitrio. La soppressione dell’innocente diventa lecita se decisa da una maggioranza, la menzogna diventa verità se proclamata da un’autorità. In altri termini: senza legge naturale, il diritto non ha altro fondamento se non la forza. Eppure, proprio chi rifiuta la legge naturale, non può evitare di ricorrere a categorie che presuppongono la sua esistenza. Quando si invoca la dignità, quando si parla di diritti umani (concetto, comunque, della modernità), quando si difende la libertà, si presuppone un valore che non deriva dal consenso, ma lo precede. Persino il più radicale scettico, quando subisce un’ingiustizia, protesta appellandosi a un ordine che non è frutto della convenzione, ma della ragione.
Il diritto forte non è, allora, oppressione dell’uomo, quanto liberazione dall’arbitrio del potere e dalla tirannia delle mode culturali. Esso non impone dall’esterno, ma riconosce ciò che è inscritto nella natura stessa dell’uomo. È diritto regale perché ordinatore, diritto politico perché espressione di una comunità che si struttura secondo la verità dell’uomo. In questo senso, il diritto forte è la sola autentica garanzia della libertà. Senza di esso, la libertà si trasforma in licenza, e la licenza, inevitabilmente, genera nuove schiavitù. L’opera di Zagrebelsky, pur animata da un nobile intento di umanizzazione del diritto, rischia di consegnarci, viceversa, un diritto senza fondamenti, una giuridicità che implode nel relativismo.
Oggi abbiamo bisogno di un diritto che non esiti a proclamare la sua forza, non per opprimere, ma per orientare. Un diritto che non abbia paura della verità. Perché solo la verità, e dunque la legge naturale che ne è la traduzione nel campo dell’agire umano, è capace di sostenere la vita civile. Dove la legge naturale è negata, il diritto muore, e con esso muore l’uomo politico. Dove essa è riconosciuta, il diritto vive e, con esso, la libertà, la giustizia, la vera mitezza, che non è debolezza, ma forza temperata dall’ordine razionale delle cose.



