Il funerale di Charlie Kirk e il gran ritorno della fede nel discorso pubblico
di R.R. Reno
Per i funerali di Charlie Kirk settantamila persone hanno riempito ogni posto dello State Farm Stadium, e altre migliaia si sono riversate nelle strade vicine. È stato descritto come uno dei più grandi servizi funebri mai avvenuti per un privato cittadino. Ma è stato molto di più. La cerimonia, durata quasi cinque ore, ha segnato una pietra miliare nel cammino dell’America.
Per chi ha vissuto gli ultimi decenni del XX secolo l’elemento più sconvolgente è stata la testimonianza cristiana schietta, sentita e potente, espressa più volte dal podio. Charlie Kirk era un cristiano convinto che parlava spesso della sua fede in occasione di eventi pubblici. Era quindi prevedibile che i suoi amici e colleghi sottolineassero la presenza di Cristo nella sua vita. Ma non sono stati gli unici a parlare di fede. Il segretario di Stato ha concluso il suo discorso con un’ampia elaborazione del Credo niceno. Il segretario alla Guerra ha detto: “Solo Cristo è Re, nostro Signore e Salvatore”. E il vicepresidente ha dichiarato: “Charlie portò la verità che Gesù Cristo era il Re dei Re”. Non riesco nemmeno a immaginare Gerald Ford o Cyrus Vance pronunciare affermazioni del genere, né Dick Cheney o Donald Rumsfeld.
L’entusiasmo patriottico è stato evidente quanto le manifestazioni di fede, e spesso si fondevano tra loro. Chris Tomlin, un cantante cristiano, ha eseguito “How Great Is Our God”, precedduto dalla lettura del primo capitolo del Vangelo di Giovanni.
Alcuni miei amici si sono lamentati del mix di patriottismo, politica e fede. Posso capire le loro preoccupazioni. Dovremmo guardarci dalla tentazione di mettere l’autorità di Dio al servizio degli interessi degli uomini.
Ma la mia reazione è stata diversa. Occorre che la religione influenzi e purifichi la vita pubblica. E per farlo deve essere presente nel grande tumulto del dibattito politico e nella nostra vita civile.
Sono grato che i nostri leader politici abbiano parlato con tanta audacia. Ora possiamo dedicarci ad affinare il nostro pensiero su come la fede dovrebbe plasmare la sfera pubblica; su come la nostra nazione cristiana possa abbracciare il suo pluralismo religioso senza ridursi a moralistiche banalità; su come un autentico ardore patriottico possa essere sia incoraggiato sia subordinato a un più profondo amore per Dio.
Un discorso esplicito su Cristo coniugato a scopi politici non è insolito nella nostra recente tradizione politica. Quando intervenne alla commemorazione della reverenda Clementa Pinckney – che, insieme a otto membri della sua chiesa, fu assassinata nella chiesa di Charleston – Barack Obama pronunciò un sermone travolgente, ricco di citazioni bibliche e linguaggio teologico. Il contenuto era sia teologico che politicamente schierato.
In proposito feci alcune critiche, ma accolsi con favore l’uso di un linguaggio apertamente cristiano da parte di Obama. Voglio che la religione sia presente nella piazza pubblica e preferirei essere rimproverato da Obama con il linguaggio della Scrittura, per quanto abusato, piuttosto che essere sculacciato da una o l’altra pietà progressista priva di riferimenti alla Parola di Dio. Mentre siamo in disaccordo sulla politica, lui e io potremmo certamente discutere con maggiore costrutto sul significato delle parole di san Paolo, un’impresa intrinsecamente edificante.
Il discorso di Erika Kirk alla cerimonia funebre è stato straordinario. Ha esordito con queste parole: “L’amore di Dio mi è stato rivelato proprio il giorno in cui mio marito è stato assassinato”. Ecco la gratitudine che supera la perdita. Un resoconto fermo, chiaro e perfettamente equilibrato della complementarietà tra marito e moglie nel matrimonio, con la spiegazione del vero significato della supremazia maschile, come insegnato da san Paolo in Efesini 5.
Erika Kirk ha reso una potente testimonianza dell’eroismo spirituale del perdono. Dopo di lei, Donald Trump ha confessato: “Odio i miei avversari e non voglio il meglio per loro”. Ma ha tradito un accenno di consapevolezza: nelle preoccupazioni dell’anima, che contano di più, era stato superato.
Qualche anno fa ho scritto un libro, “Il ritorno degli dei forti”, in cui prevedevo un crescente desiderio per gli amori fondamentali della fede, della famiglia e della bandiera. La cerimonia funebre di Charlie Kirk è stata ricca di tutti e tre gli amori. Kirk è stato lodato come un marito devoto, e molti oratori hanno fatto riferimento alle sue esortazioni ai giovani a sposarsi e ad avere figli. Kirk inoltre è stato celebrato come un grande patriota americano e quasi tutti gli oratori ci hanno esortato a seguire il suo esempio. La fede religiosa è stata considerata la stella polare della sua vita e coloro che si sono rivolti alla grande assemblea hanno esortato alla conversione e al risveglio. Persino il presidente, che non è noto per la sua pietà, ha esclamato: “Dobbiamo riportare la religione in America. Vogliamo che Dio torni!”
Fede, famiglia, bandiera. È facile confonderle. È difficile tenerle al loro posto nell’ordine dei nostri amori. Tutte e tre infiammano i nostri cuori, il che può metterci in pericolo. Ma il fuoco dell’amore ci trascina oltre noi stessi. È il motore della trascendenza e ci conduce alla paradossale realizzazione della nostra vita, che si trova negli altri, non in noi stessi.



