Pensieri su San Siro che sarà buttato giù
di Aldo Maria Valli
E così San Siro sarà buttato giù. Non il santo, poverino, che non ha fatto niente di male. Parlo dello stadio. Dove io sono diventato pazzo. Pazzo per l’Inter.
Dicono che il nuovo stadio sorgerà proprio lì, accanto al vecchio, e che del vecchio resterà forse solo qualche muro, così, tanto per ricordare.
Non so se sarò ancora vivo quando ci sarà il nuovo. E adesso non vorrei fare il sentimentale, ma lo dico: con San Siro morirà un po’ (un po’ tanto) di me stesso.
Pazzo per l’Inter lo diventai a causa del mio papà, il pazzo numero uno, arci-tifoso di quell’Inter che nell’epoca fascista divenne Ambrosiana perché al regime non piaceva il nome Internazionale (poi ripristinato dopo la guerra). A quei tempi l’Ambrosiana giocava all’Arena Civica, in pieno centro, non lontano dal Castello Sforzesco, e avrebbe desiderato continuare a giocarci sistemando un po’ l’impianto, ma l’Arena, monumento napoleonico, era intoccabile. Dunque, anche per l’Inter, com’era già successo per i cugini, fu San Siro.
Un posto, San Siro, che per me sarà sempre il teatro dei sogni (rubo la definizione all’Old Trafford del Manchester United) e quello pre-mondiali del 1990, con due soli anelli. Un San Siro elegante nella sua grandiosità essenziale. Molto milanese, molto meneghina.
Ovviamente a portarmi a San Siro fu il pazzo numero uno, che lì soffriva come un cane se l’Inter non girava come voleva lui. Oppure sorrideva soddisfatto, ma quasi quasi senza volerlo ammettere, se l’Inter vinceva.
Il pazzo numero uno, cresciuto nel mito del Peppin Meazza (al quale dal 1979 sarà dedicato lo stadio), negli anni Cinquanta va a San Siro per ammirare il biondo Skoglund, Benito “Veleno” Lorenzi, Armano (la prima ala tornante), l’apolide Nyers, il cannoniere Angelillo. E poi, negli anni Sessanta, ecco la Grande Inter di Herrera, la cui formazione il sottoscritto imparerà presto come una filastrocca: Sarti, Burgnich, Facchetti…
L’Inter a quel tempo è grande ma io sono piccolo e a San Siro non posso andare (non come adesso, che ci portano pure i neonati). Non ci vado neppure in quella notte di maggio del 1965, quando in un San Siro ribollente l’Inter travolge tre a zero il Liverpool in Coppa dei Campioni ribaltando la sconfitta dell’andata. A San Siro ci sono i miei, che poi mi raccontano l’impresa: la punizione pennellata dal mancino Corso, il gol d’astuzia di Peiró che ruba la palla al portiere Lawrence, la cannonata di Facchetti che ci regala la qualificazione.
Il Facchettone diventa presto il mio eroe fra gli eroi. Tendo a essere alto, all’oratorio gioco terzino sinistro, mi identifico in lui. Sulla mia maglietta dell’Inter incollo un numero tre ritagliato nella stoffa. E quando io e il mio amico Roberto (milanista) in quarta elementare fondiamo la squadra che partecipa al torneo delle scuole, e per due volte vinciamo la coppa, anche sulla maglietta della nostra classe (rossa e gialla, per non scontentare nessuno tra interisti, milanisti e juventini) ci metto il numero tre.
Il mio primo ricordo a San Siro di persona personalmente (come direbbe Catarella) risale al 1971, Coppa dei Campioni: Inter – AEK Atene. È il 15 settembre, una dolce serata. Per l’occasione il pazzo numero uno ha preso due posti nei distinti, proprio a metà campo, roba da sciuri. Per la prima volta vedo in azione le maglie nerazzurre (la tv a colori sarebbe arrivata qualche anno dopo) e dentro le maglie ci sono proprio i miei eroi in carne e ossa! Gli ateniesi hanno magliette gialle e dopo un quarto d’ora il loro numero undici, tale Pomonis, ha la pessima idea di farci un gol, gettandomi nello sconforto. Mi sento come se San Siro fosse collassato su di me. Ma passano solo cinque minuti e Mazzola pareggia, poi ci penseranno Facchetti, Jair e Boninsegna (quest’ultimo su rigore) a completare l’opera. Quell’Inter lì solo in parte è ancora la Grande Inter, ma per me è grandissima. Di quel giorno, anzi di quella notte, ho un ricordo molto fisico: un tremore che mi prese in tutto il corpo, come se io stesso fossi in campo a combattere. Quell’anno andremo in finale, ma saremo sconfitti dall’Ajax del genio Cruijff.
Degli anni Ottanta ricordo un Inter – Juventus di novembre: quattro a zero per noi con doppietta di Rummenigge e gol di Ferri e Collovati. Se vincere è una gioia, vincere contro la Juve è per un interista una gioia al quadrato, e San Siro è folle di gioia. In porta c’è Walterone Zenga, in attacco, insieme a Rummenigge, c’è Spillo Altobelli. Regista è l’elegantissimo Brady, uno dei giocatori più intelligenti che abbia mai ammirato nel teatro dei sogni.
Un altro ricordo incancellabile di quel decennio è legato allo scudetto 1988/89. È l’Inter di Berti (ah, la sua cavalcata solitaria per il gol contro il Bayern a Monaco!), Díaz, Aldo Serena, i tedesconi Brehme e Matthaus, Mandorlini, Matteoli, lo zio Bergomi, Walter Zenga ancora in porta. Andare a San Siro vuol dire pregustare un dolce buonissimo: si sa già che la Beneamata non deluderà. In quella squadra tutto funziona alla perfezione: arrivano il primato di punti (e non c’erano i tre punti per la vittoria), il primato di vittorie e lo scudetto numero tredici.
Per gli anni Novanta il ricordo che scelgo è Inter – Aston Villa, Coppa Uefa. Vittoria per tre a zero con gol di Klinsmann. I biglietti me li ha procurati il mio collega Dario, un altro pazzo per l’Inter. A ogni gol ci abbracciamo come due bambini. Pare che Aristotele abbia detto che la felicità dipende da noi stessi. Mi spiace contraddirlo: la felicità dipende dall’Inter.
Vabbè, non la faccio tanto lunga. Direte: ma ricordi solo le vittorie? Certo che no. Ve ne racconto una. È il 3 luglio 1977. Quattro giorni dopo avrò l’esame di maturità classica e sto studiando (al solito, inutilmente) come un dannato. A San Siro si gioca la finale della Coppa Italia ed è un derby. Io e il mio amico e compagno di classe Guido, veramente stufi di stare ad angustiarci per il massacro imminente, decidiamo di andarci. Detto fatto, eccoci in tribuna. Siamo tutti e due pazzi per l’Inter e vorremmo tanto che i nostri eroi ci regalassero una consolazione, così almeno andremo al massacro con una gioia nel cuore. E invece l’Inter, quel giorno in maglia bianca, gioca male che più male non si può. Risultato: due a zero per i cugini, con gol di Maldera e Braglia. Loro festeggiano la vittoria della Coppa Italia, io e il mio amico Guido ce ne torniamo a casa più depressi di prima, pronti a mettere la testa sotto la ghigliottina della commissione esaminatrice (saremo promossi entrambi senza infamia e soprattutto senza lode).
A un certo punto il lavoro mi porterà lontano da Milano e da San Siro, ma di tanto in tanto riuscirò a tornare al teatro dei sogni, specie da quando, diventato nonno, c’è un certo lavoro da fare, come sanno bene tutti i nonni tifosi.
Tanti anni fa, per un libro in cui raccontai la mia esperienza di papà di un calciatore in erba (“La palla è rotonda. Lettera da bordo campo a un figlio adolescente”) ebbi modo di intervistare tre storici capitani nerazzurri: Facchetti, Bergomi e Zanetti. E Bergomi dove mi diede appuntamento? A San Siro. Un San Siro vuoto, come una cattedrale addormentata. Dove si era indotti a parlare sottovoce, per non disturbare gli spiriti degli eroi di un tempo.
Come dite? Volete sapere se esiste un pazzo numero tre? Ma certo che sì. Vive e lavora lontano da Milano e da San Siro, ma la circostanza, anziché allontanarlo dall’Inter, lo ha reso ancora più pazzo. Ed esiste già un pazzo numero quattro, il figlio di mio figlio, da noi portato in pellegrinaggio non solo dentro San Siro ma pure nella pancia dello stadio, nello spogliatoio degli eroi.
Insomma, il teatro dei sogni sarà buttato giù, ed è inutile piangere. D’altra parte, se visto da fuori fa ancora la sua bella figura, basta entrarci per capire che San Siro è vecchio. E Milano non è città che si lasci fermare dai sentimentalismi. Se c’è da cambiare, si cambia.
Avremo così uno stadio all’avanguardia, pieno di elettronica e di comodità. Ma al sottoscritto nessuno potrà mai togliere i ricordi: tutto il freddo e il caldo patiti sui gradoni di cemento; le partite con la nebbia (quando da una curva all’altra i tifosi chiedevano: cos’è successo là da voi?) e quelle con il campo gelato; Mariolino Corso che in estate si piazzava dove c’era l’ombra e trotterellava con i calzettoni abbassati e un inizio di pancetta, ma poi castigava gli avversari con una punizione a foglia morta; Zanetti detto El Tractor che arava il campo con le sue sgroppate infinite; il mio Facchettone che difendeva e attaccava con pari eleganza da quattrocentista; il baffo Mazzola che rincretiniva le difese avversarie con i suoi dribbling; Ronaldo il Fenomeno che faceva magie e tutto San Siro esclamava “Ooooh!”; l’indio Zamorano che, siccome il numero 9 era riservato al Fenomeno, aveva il numero 18 ma tra l’1 e l’8 aveva appiccicato un segno + per far capire che lui comunque era il centravanti; El Principe Milito con le sue valanghe di gol. Eccetera eccetera eccetera.
Come dice il nostro inno, “C’è solo l’Inter per me”. E ci sarà anche su un prato nuovo, che magari, come usa adesso, avrà il nome di una banca, di un’assicurazione, di una compagnia aerea e via dicendo, ma dove il pazzo numero tre porterà il pazzo numero quattro e il pazzo numero quattro porterà il pazzo numero cinque… Perché va bene l’elettronica, la digitalizzazione e chissà quali altre diavolerie, ma il fascino di una palla che corre sul prato nessuno lo potrà togliere. E se quella palla sarà scagliata in rete da uno con la maglia nerazzurra il cuore di noi pazzi per l’Inter farà sempre un balzo.



