Lettera da Londra / Ricordare il 7 ottobre. Per rifiutare il male, sempre

Cari amici, la questione di Gaza sta dividendo profondamente anche i lettori di “Duc in altum”, e io tutto vorrei meno che ci fossero altri motivi di divisione oltre ai tanti che già esistono. Qui pubblico un contributo di Laura Dodsworth da Londra. So già che darà adito ad altre fratture, ma vorrei chiedervi di leggerlo come un tentativo di andare oltre la narrativa dominante e di riflettere più in profondità rispetto agli slogan gridati nelle piazze.

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di Laura Dodsworth

È difficile scrivere. Mi sento muta. Ma è importante scrivere qualcosa.

Oggi ricorre il secondo anniversario del peggior attacco terroristico della nostra vita. Alcuni diranno che il giorno più buio dei tempi moderni è stato l’11 settembre, ma il 7 ottobre ha in sé qualcosa di più viscerale. Non si è trattato di un orizzonte in fiamme. Si è trattato di case, famiglie, bambini. È stato il realizzarsi dell’incubo di un’orda di predoni. Guardando “Bearing Witness” (documentario israeliano sul massacro del 7 ottobre 2023, detto anche, in ebraico, “il film delle atrocità” o “il film degli orrori”, N.d.T.) ho visto ciò che non può essere ignorato: il male in azione.

Le immagini sembrano appartenere a una storia antica. Richiamano l’archetipo dei predoni d’ogni tempo, come i vichinghi che piombano su un villaggio addormentato per bruciarlo, violentarlo e depredarlo. È l’antico orrore di una civiltà che viene invasa dalla violenza e dal caos. Il 7 ottobre non è stato solo un evento politico, legato a un dato territorio. È qualcosa di archetipico: il ritorno del barbaro, l’irruzione del male. Ciò a cui abbiamo assistito non è stata semplicemente una disputa per il controllo di un territorio: abbiamo visto ciò che succede quando ogni tipo di ordine morale crolla. La psiche collettiva è toccata nel profondo. Abbiamo visto ciò che accade quando l’oscurità assume forma umana.

Due anni dopo, l’odio marcia ancora lungo le nostre strade e la parzialità dei media non conosce limiti. A Glastonbury, i Bob Vylan (un duo punk rap inglese, N.d.T.) hanno gridato “Morte, morte alle forze di difesa israeliane!”. Il partito laburista ha premiato il terrorismo riconoscendo lo Stato di Palestina. E a Manchester un islamista radicale, Jihad Al-Shamie, ha attaccato una sinagoga, uccidendo Melvin Cravitz e Adrian Daulby e ferendone altri.

A proposito di parzialità dei media, da notare che la BBC, capovolgendo la realtà, in più di un servizio ha definito la sinagoga una moschea, come se fosse incapace di immaginare gli ebrei come vittime.

Secondo la Campagna contro l’antisemitismo, l’80% degli ebrei britannici ritiene che i recenti eventi politici abbiano aumentato l’ostilità nei loro confronti e il 42% ha preso in considerazione l’idea di lasciare il Regno Unito negli ultimi due anni. Il Community Security Trust segnala livelli sostenuti di antisemitismo, tra cui aggressioni violente, vandalismo, minacce, abusi e intimidazioni. Non si tratta di un picco, è la nuova normalità.

Ho sentito persino miei buoni amici dire cose terribili su Israele e sugli ebrei. Sono rimasta sbalordita dal successo della propaganda di Hamas: la dimostrazione di come le bugie, una volta ripetute, possano attecchire anche tra persone intelligenti.

Sono stanca della manipolazione. Nei miei libri “A State of Fear” e “Free Your Mind” ho raccontato di come paura e persuasione possano modellare il comportamento. Quella lezione è ancora valida. E come potrebbero non esserlo? La psicologia umana è quella. Le persone sono vulnerabili alle influenze maligne e facilmente intimidite dal pensiero di gruppo e dalla pressione esercitata con tecniche adeguate. Una volta che una falsità prende piede, la verità fatica a recuperare terreno ed è quindi molto difficile riparare il danno.

A chi dice: “L’inizio non è stato il 7 ottobre, ma l’occupazione israeliana di Gaza”, rispondo: no. Semplicemente no. Israele si è ritirato da Gaza nel 2005. Hamas e l’OLP hanno ripetutamente rifiutato la pace. Bill Clinton ha detto che Yasser Arafat rifiutò “il miglior accordo che avrebbero mai potuto ottenere”.

No, tutto questo non è iniziato con l’occupazione, ma con il male di cui gli esseri umani sono capaci.

Israele sta lottando per la sopravvivenza contro Hamas, ma questa lotta va ben oltre Israele. L’Occidente stesso è in guerra, non solo contro l’islamismo radicale, ma per la propria anima. Abbiamo perso fiducia nella nostra civiltà. Ci teniamo in disparte, chiediamo scusa e distogliamo lo sguardo. Ma questo non è il momento della codardia, della confusione e della stupidità volontaria. È il momento di scegliere da che parte della storia – e dell’umanità – vogliamo stare prima che sia troppo tardi.

Sono un’amica degli ebrei. Credo che il popolo ebraico abbia diritto all’autodeterminazione. Negare questo diritto significa schierarsi dalla parte dell’annientamento.

Eppure, mi sento muta. Oggi c’è una veglia sul 7 ottobre organizzata dai miei ex colleghi di British Friends of Israel insieme a Our Fight, una serata di dibattiti e commemorazioni. Avrei desiderato esserci, ma ho un altro impegno.

Attualmente sto seguendo un percorso di iniziazione cattolica per adulti e mi impegno a parteciparvi ogni settimana per capire se questa è la mia strada. Per ora non dirò altro – è un processo privato – ma scegliere di essere al corso di formazione cattolica proprio il 7 ottobre è anche un modo per schierarsi dalla parte di qualcosa, non solo contro il male. Non basta opporsi alle tenebre. Dobbiamo scegliere la luce. Non possiamo – per esempio – lamentarci delle chiese trasformate in moschee se lasciamo che chiese siano vuote. Quel vuoto è il simbolo più vero di ciò che sta accadendo all’anima dell’Occidente. Io mi batto per la verità, per la mia anima e l’anima della nostra civiltà.

Oggi prego per tutti, ma in particolar modo per Israele e per i nostri fratelli ebrei.

I miei ultimi libri

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