Confessione di un ex combattente

Più divento vecchio e meno sono disposto ad affrontare controversie su temi sociali, politici e soprattutto religiosi. Quando capisco che l’interlocutore non mi capisce (perché non vuole o perché non ce la fa) preferisco troncare la discussione, magari dicendo: “Vabbè, ne parleremo un’altra volta”, ma sapendo già che un’altra volta non ci sarà.

Sono diventato un pusillanime? Non lo so. Sicuramente sono molto stanco. Gli anni trascorsi sotto il tallone bergogliano mi hanno stremato e ora mi accorgo che sul cruscotto delle mie pochissime e scarsissime qualità sotto la voce “lotta” si è accesa la spia: sono in riserva.

Per cui, anziché combattere con qualcuno che non possiede neppure più il mio stesso vocabolario (spesso me la intendo molto meglio col mio gatto), preferisco dedicarmi a occupazioni che mi sembrano ben più urgenti e costruttive. Tipo leggere romanzi gialli, fumare la pipa.

Sentite qua. Siccome sono un sostenitore della messa tradizionale (nel senso che chiedo semplicemente di poterla frequentare, non certo di impedire agli altri di andare alla messa novus ordo) recentemente mi sono sentito accusare di essere uno che trama contro l’unità nella Chiesa.

Io che tramo? Contro l’unità?

La persona che mi ha accusato ha puntato il dito ed esclamato: «Guarda che le restrizioni alla messa tradizionale stabilite dalla “Traditionis custodes” non sono un atto di guerra contro di te e quelli come te, ma provvedimenti necessari per preservare l’unità che voi mettete a repentaglio. Voi siete una minaccia. Non accettate il Concilio Vaticano II, mettete in discussione gli insegnamenti dei papi postconciliari, guardate sempre indietro e rompete la comunione con il papa!».

Non so perché quelli che mi attaccano dicono sempre «voi» fate questo è quello, «voi» dite questo e quest’altro. Non dicono mai «tu». Come se dessero per scontato che un tradizionalista non possa ragionare con la sua testa ma per forza di cose debba essere affiliato a qualche gruppo di pressione composto da cattivissimi provocatori.

Comunque. Avrei potuto rispondere che per me la verità viene prima dell’unità e che l’unità si può fare solo nella verità. Avrei potuto rispondere che la lealtà è una cosa e la sottomissione un’altra. Che il Concilio non richiede e non può richiedere un assenso totale perché non è un dogma. Che è quanto meno bizzarro aver dogmatizzato un concilio che non è stato pensato come dogmatico ma pastorale. Che per me il rispetto verso l’autorità implica la valutazione di ciò che viene insegnato, altrimenti perché il buon Dio mi avrebbe donato la ragione? Avrei anche potuto rispondere che chi dogmatizza il Vaticano II è in contraddizione con sé stesso visto che i paladini del Vaticano II dicono di essere per la sinodalità e l’ascolto. Avrei potuto rispondere che il Vaticano II con la scusa della «preoccupazione pastorale» ha spalancato la porta all’ambiguità nella teologia, al relativismo nella morale e allo storicismo nell’ecclesiologia. Avrei anche potuto rispondere che forse qualche tradizionalista sarà pure fazioso, ma la faziosità si trova anche tra i modernisti e comunque non è questo il modo di affrontare la questione del culto. Avrei potuto rispondere che la liturgia non è questione politica da trattare come si ci fossero diversi partiti ma è il cuore della vita della Chiesa, risultato di secoli e secoli di fede che non può essere modificata in base allo spirito del tempo. Avrei potuto rispondere che se vi sta tanto a cuore l’unità dovreste cercare di mettervi nei panni di chi ama la tradizione, mentre invece ci mettete ai margini come fossimo appestati (e tutto ciò nella chiesa dell’inclusione).

Lo confesso. Avrei potuto, ma non l’ho fatto. Ho avvertito con assoluta certezza che sarebbero stati tempo e fiato sprecati.

 

 

 

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