Lettera da Rovigno / Croazia, terra di frontiera

di Marco Anca

Un paio di settimane fa sono stato di nuovo in Croazia.

Volevo portare mia moglie al mare, ma non sull’Adriatico italiano, che non le piace. Così abbiamo deciso di tornare, dopo vent’anni, a Rovigno (Rovinj in croato), nello stesso albergo dell’altra volta.

Come sono cambiate le cose lì dopo due decenni?

L’Istria, meta turistica abbastanza comoda per italiani, austriaci e tedeschi, non è più tanto conveniente dal punto di vista economico. Forse più in giù, dove vanno in massa gli ungheresi, i prezzi sono più bassi, ma in Istria l’introduzione dell’euro, come sempre, ha contribuito ad aumenti dei prezzi e speculazioni.

Tutto il Paese ha fatto passi avanti. Ho visto ovunque infrastrutture nuove e un paesaggio ordinato con tanta agricoltura e alcuni, non moltissimi, capannoni industriali.

Lo stipendio medio netto (giugno 2025) per un croato è 1444 euro. In certe località più famose la vita quotidiana è costosa. Ma i croati non frequentano i posti per i turisti: c’è una netta separazione.

Una cosa si nota subito: niente immigrati extraeuropei. Ho visto solo un paio di asiatici. I croati fanno tutto loro (anche come personale delle pulizie in albergo).

In giro ho visto diverse scolaresche e anche in questo caso niente bambini figli di immigrati. Sono rimasto colpito dagli scolari delle elementari, disciplinatissimi e seguiti dalle maestre come si usava una volta.

La bella Rovigno è stata rimessa a nuovo, con luci e ombre.

Vent’anni fa sul lungomare c’erano i chioschi per la vendita di prodotti locali, come il burek (la tipica torta salata della tradizione balcanica), tutto a buon mercato, e c’erano i cartelli “sobe” (camere) o “zimmer” per le camere, economiche. Oggi niente più “sobe”, ma “apartman” a prezzi alti. E di chiosco ne ho visto uno solo, in centro, con una lunga fila davanti. I prodotti locali si trovano nei nuovi negozi con le scritte in inglese e a prezzi clamorosamente esagerati.

Sul lungomare al posto dei vecchi chioschi ci sono i ristoranti che cucinano a prezzi altissimi pizza e pasta a uso degli allocchi, soprattutto americani. Per mangiare istriano, ma sempre a prezzi alti, occorre che qualcuno ti indichi i posti giusti.

Anche il nostro albergo, che sta su una isoletta, è cambiato. Vent’anni fa era il classico albergone jugoslavo, abbastanza comodo e a buon prezzo. Ora è stato completamente ristrutturato e il livello è salito. Ovviamente è molto più caro, ma mai come in Italia per una struttura dello stesso tipo.

Il personale è tutto croato. La clientela quasi tutta composta da pensionati tedeschi portati dai tour operator. Resta uguale il mare, bellissimo, e il clima mite: a fine settembre si poteva ancora fare il bagno.

La città vecchia è la tipica cittadina della Serenissima. Più fuori ecco le costruzioni asburgiche (come l’ex manifattura tabacchi, la scuola elementare, il liceo italiano) e poi qua e là ecco l’edilizia jugoslava.

Secondo l’ultimo censimento gli italiani (anzi, siamo precisi, i veneti d’oltremare) sono solo il 12% della popolazione (nel 1945 erano il 94%), ma anche i non italiani conoscono la nostra lingua.

L’italianità è presente con il Circolo italiano, il Centro di ricerche storiche italiano, la Scuola superiore italiana. I cartelli delle vie sono bilingui, croato/italiano, e nella cattedrale di Sant’Eufemia alle nove della domenica la santa messa è in italiano. Una comunità viva, nonostante sia ormai minoranza.

Circa la storia della Croazia, mi viene subito in mente ciò che ci diceva il nostro maestro alle elementari, un grande maestro, un abruzzese che aveva combattuto nella seconda guerra mondiale come ufficiale di complemento degli alpini: “Io ho fatto la Jugoslavia e la Russia. Tutti parlano della Russia, della ritirata, ma guardate che la Jugoslavia è stata cento volte peggio”.

Ma andiamo alla Grande Guerra. L’Istria e la Dalmazia sono state lo “Stato da Mar” (da qui il termine storico per gli italiani, “veneti d’oltremare”) della Serenissima fino al 1797, poi parte dell’Impero asburgico (con la parentesi napoleonica).

Amministrativamente l’Istria apparteneva alla Regione del litorale, assieme alla Contea di Gorizia e Gradisca e alla Città imperiale di Trieste. Una tradizione marinara rimasta nell’Impero asburgico, dato che i territori costieri di Istria e Dalmazia erano distretti di arruolamento della marina, mentre quelli dell’interno, dove la maggioranza della popolazione era slava, erano distretti di arruolamento dell’esercito.

Si narra che dopo la battaglia di Lissa (1866), gli equipaggi delle navi asburgiche per festeggiare la vittoria gridarono “viva San Marco”, perché erano veneti. Il comandante era l’ammiraglio Tegetthof, tedescofono che però, come tutti gli ufficiali asburgici, aveva imparato la lingua del suo reparto arruolato territorialmente, con i sottufficiali che facevano da interpreti, traduttori, insegnanti di lingua e mediatori culturali.

La città di Fiume invece apparteneva direttamente al Regno d’Ungheria, infatti nel porto vedete ancora alcune bitte con scritte in ungherese.

Dopo l’Ausgleich del 1867 (il compromesso austro-ungarico, (Österreichisch-Ungarischer Ausgleich, letteralmente “compenso” o “appianamento”), la Regione del litorale, il Regno di Dalmazia (dove gli italofoni erano una minoranza, secondo il censimento imperiale del 1910) e Dubrovnik (la Repubblica di Ragusa), furono comprese nella parte austriaca. Il Regno di Croazia e Slavonia, sempre Stato asburgico, quindi non veneziano, gravitava invece nella parte ungherese, pur avendo una qualche autonomia e non essendone una provincia come il Banato o la Rutenia Subcarpatica (oggi Transcarpazia).

La Croazia, quindi, come somma di territori che hanno fatto cammini diversi nella storia.

Un altro elemento va ricordato. Mi riferisco alla Frontiera militare (austriaca), istituita nel 1553 e abolita nel 1882 dopo l’annessione asburgica della Bosnia – Erzegovina. Un insieme di caserme, fortificazioni e presidi militari lungo l’arco del confine tra la Croazia, quindi Impero asburgico, e la Bosnia, Impero ottomano. I soldati erano contadini-soldati, una sorta di fanteria leggera di stanza dove vivevano, facilmente mobilitabili, un po’ una di riedizione dei “limitanei” dell’Impero romano.

Particolarità: alcuni di questi contadini-soldati erano serbi ortodossi stabilitisi nell’Impero asburgico perché più a loro agio in un paese cristiano, anche se cattolicissimo. Curiosità: tra i sudditi serbi dell’Impero asburgico c’erano il generale Svetozar Bojna von Boroevic (il “leone dell’Isonzo” durante la Grande Guerra) e Nikola Tesla, il grande inventore, fisico e ingegnere e elettrotecnico.

Ancora oggi, pur dopo l’espulsione di molti di loro del 1995, c’è una minoranza serba nelle regioni di confine con la Bosnia. Per dare qualche dato, ad Ogulin (dove c’è anche una chiesa ortodossa serba) sono il 18% della popolazione e nei villaggi attorno la maggioranza. A Karlovac l’8%.

Lì terminava l’Europa, e dall’altra parte c’era il Turco (anche se i bosniaci non sono turcomanni ma slavi musulmani, il termine “turco” gliel’hanno appioppato i serbi, e non certo per fare un complimento).

L’essere stati per secoli frontiera dell’Europa cristiana ha forgiato il carattere e la memoria storica dei croati. Così come l’essere croati cattolici contrapposti ai serbi ortodossi.

Una realtà così complessa si poteva reggere in equilibrio solo all’interno di un grande impero. Dopo Versailles, con la creazione del Regno dei serbi, croati e sloveni, poi diventato Jugoslavia, tutte le contraddizioni sono man mano tragicamente esplose.

 

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