Cronache dalla grotta / Il bello del crepuscolo

di Rita Bettaglio

Vespertina oratio ascendat ad te, Domine.Et descendat super nos misericordia tua. L’orazione vespertina ascenda a Te, Signore, e discenda sopra di noi la tua misericordia.

Così i monaci invocano il Signore ai primi vespri della domenica. Un’invocazione in due momenti che ben descrive il movimento della grazia nell’armonia del crepuscolo.

La preghiera ascende da uomini (o donne, naturalmente) pacati e placati dalle fatiche del giorno e della settimana: la domenica comincia a occhieggiare nel dardeggiare del tramonto. La necessità che la misericordia di Dio stenda il suo medicinale velo sull’umanità malata si fa più pressante all’avvicinarsi del dies dominica perché, come ebbero a dire i martiri di Abitene: «Sine dominico non possumus».

Nella grotta il vespro è sempre un momento particolare, di dolce abbandono: precede l’incontro serale col Signore e stempera in un sospiro di gratitudine le cure del giorno. Non che la cavernicola sappia sempre prendere gli avvenimenti nel verso giusto: talora la gratitudine è dovuta unicamente al fatto che quel giorno sia finalmente terminato. Con le sue spine.

Gli psicologi(sti) moderni troverebbero certo qualcosa da diagnosticare nella cavernicola preferenza per le ore crepuscolari. Magari hanno anche ragione, ma la sera, almeno nella grotta, è il momento migliore: la sera non chiede nulla, nessuna impresa da compiere ma solo la confessione delle proprie colpe e la placida discesa tra le braccia benefiche di Dio.

Mia mamma era una donna di una volta, ligure in ogni sua cellula, e anche a livello subcellulare. Il pomeriggio lo trascorreva sempre allo stesso modo: passeggiata con le amiche di una vita e partita di burraco con le medesime, al caffè sul mare. Al rientro chiudeva la porta di casa e soddisfatta, concludeva: «Chiudiamo la porta e non se ne parla fino a domani». Toglieva gli abiti da fuori e metteva quelli da casa e questo significava l’ingresso in una dimensione privata, che doveva essere rigorosamente celata a occhi indiscreti, che a Genova sono praticamente tutti.

Questo sospiro entrando nell’intimità della propria casa è un sospiro dell’anima: perché nel crepuscolo il cielo si distende e viene a occupare gli occhi e il cuore di chi lo contempla. Allora, la realtà, che abbiamo ostinatamente trascurato durante il giorno, s’impone: è Dio il signore del creato e il suo trono è stabile per sempre. Che abbiamo riso o pianto, che siamo stati buoni o cattivi, il sole continua la sua corsa, allo stesso modo: il Padre solem suum oriri facit super bonos et malos: et pluit super justos et injustos (Mt 5, 45). Il sole è del Padre nostro e lo fa sorgere sempre, con infinita pazienza, su tutti, cavernicola compresa.

«Né scolorò le stelle umana cura», scrisse Leopardi: intendeva a suo modo protestare contro l’indifferenza della natura, o di Dio, alle umane vicende. In questo suo grido, però, leggiamo, al di là delle intenzioni dell’autore, l’affermazione della stabilità del creato. Stabilità che è la nostra salvezza nelle mutevoli procelle dell’anima nostra.

Pravum est cor omnium, et inscrutabile: quis cognoscet illud? (Ger. 17,9): il cuore dell’uomo è fallace, inscrutabile, ingannevole nei giudizi, perché prima vittima delle passioni. Ma se alziamo lo sguardo al cielo, se ascoltiamo lo sciabordio del mare, il cinguettio degli uccelli, il ritmo lento del crepuscolo, tutto cambia.

Allora la grotta respira la libertà dei figli di Dio, la confidente libertà del bimbo svezzato in braccio a sua madre.

Sicut ablactatus est super matre sua, ita retributio in anima mea (Sal 130, 2): ecco la retribuzione del crepuscolo.

Così nella grotta: e da voi?

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