Una lettera aperta (con mia risposta)
di Fabio Battiston
Caro Aldo Maria,
dopo aver letto tutto ciò che vai pubblicando ormai da diverse settimane (non mi riferisco alla globalità dei contributi ma, in particolare, a quelli redatti da te) mi sembra che tu stia manifestando non solo un’insofferenza sempre più incontenibile ma anche – dimmi se sono in errore – un’evidente percezione che la triade relazione-rapporto-confronto con l’attuale chiesa cattolica ha forse raggiunto per te il momento in cui si è di fronte a decisioni non più rinviabili.
Da quasi quattro anni il nostro essere passeggeri a bordo di questa barca temporale – che pare ormai avviata a un più che probabile naufragio – lo stiamo vivendo con la medesima sofferenza ma, com’è naturale, con reazioni, atteggiamenti e prospettive certamente diverse. La mia tendenza centrifuga, unita alla volontà sovente dichiarata di “staccare la spina” una volta per tutte da questa casa temporale, non è mai stata in sintonia col modo riflessivo, profondo e mai incline a valutare scenari di rottura che ha invece contraddistinto il tuo percorso. Ed è giusto che ciascuno di noi viva questa tragedia – e vi si confronti – nei modi e con le speranze (o le pessimistiche previsioni) che la propria coscienza di credente gli suggerisce. Quello che tuttavia mi sembra di percepire dalle tue sempre più frequenti considerazioni non è solo la stanchezza (della quale, peraltro, fai esplicito riferimento nel contributo sulle “luci pagane che offuscano l’unica vera Luce del mondo”) ma direi anche un opposto sentimento di “reazione” che si fa man mano strada.
È qualcosa che, a lungo andare, rende insufficiente la reiterata denuncia di uno stato di cose che appare irreversibile; che fa apparire progressivamente sterile la sola presenza di una comunità accerchiata, comunque fiera, coraggiosa e consapevole, alla quale basta, per sentirsi viva, proclamare con forza (forse ormai solo a se stessa?) una Verità che per la maggioranza dei cattolici è ormai relativizzabile. Sto parlando di una reazione, o meglio, una sorta di contro-rivoluzione (parafrasando Corrêa de Oliveira) per rispondere, non solo a parole, a una deriva che appare inarrestabile. Un cambio di prospettiva operativa che sollecita e impone di percorrere strade nuove pur se pienamente inserite nel solco del nostro essere fedeli al Dio trinitario.
Che “ci sia del marcio in Danimarca”, dovrebbe essere ormai essere chiaro a tutti. Nonostante ciò abbiamo sinora continuato, almeno la gran parte di coloro che abitano nella casa degli indietristi divisivi, a considerare immutabile e indiscutibile la nostra presenza in questa Chiesa, ubbidienti sine mora al dogmatico ammonimento di San Cipriano. Ecco, ubbidienza è forse la parola chiave per uscire da una situazione che per molti di noi si è trasformata in una prigione: ubbidire sì, certamente, ma a chi e a che cosa? Alcuni giorni fa ho avuto, su questa problematica, un interessante confronto con una religiosa senz’altro vicina al nostro mondo. Non so se la prospettiva che essa mi ha indicato sia formalmente ineccepibile (francamente, vista la gravità del problema sul tappeto, di tale questione mi importa il giusto); ciò che mi interessa sottolineare è che la sua analisi mi appare condivisibile e, come tale, la offro alla tua attenzione e riflessione. Ecco i termini della questione (mi scuso con te e i lettori se ciò che dirò potrà apparire semplicistico o farcito di errori dottrinali; non sono un teologo ma solo un poveraccio in cerca di una via d’uscita; perdonatemi).
Ciò che a noi, come credenti, deve interessare è il nostro rapporto con la Chiesa Santa; con quel Corpo Mistico, di cui Cristo è il Capo (in tutti i sensi) e del quale, nella nostra splendida individualità di creature di Dio, facciamo parte come membra vive. La nostra fedeltà, e quindi ubbidienza, è tutta unicamente rivolta a quella realtà trascendente, essa sì immutabile e mai suscettibile di contaminazioni secolari o devianze relativistico-mondane. Una realtà di fede che trova nell’obiettivo escatologico del cristianesimo la coordinata esclusiva che ciascuno di noi deve seguire: quella che porta alla Salvezza e alla Vita eterna. L’immagine mistica e spirituale della Chiesa Santa ha, o almeno dovrebbe avere, la sua immagine secolare ancorché imperfetta nella Chiesa terrena e in tutti coloro, ordinati e laici, che sono chiamati a farne parte in modo attivo. Qui il rapporto/relazione di ciascuno di noi con questa realtà assume connotati del tutto diversi poiché entra in gioco la variabile essere umano, con tutto ciò che ne deriva. Laddove, come nella temperie che stiamo vivendo, ci troviamo di fronte ad una serie sempre più impetuosa, inarrestabile e fuorviante di situazioni che vedono la chiesa terrena e i suoi rappresentanti abbandonare deliberatamente duemila anni di Tradizione, Scrittura e Magistero, diviene nostro ineludibile dovere disubbidire. Tale atteggiamento potrà anche essere espresso in forme eclatanti, sino al punto in cui il marcare la nostra opposizione e diversità potrà portare a decisioni forti – da parte nostra – o a punizioni esemplari che una Chiesa preternaturale riterrà necessario infliggerci. Una simile eventualità non dovrà però scoraggiare il nostro percorso di fede, tutt’altro; sarà il faro della Chiesa Santa, alla quale non cesseremo mai di appartenere, a guidare il nostro cammino di poveri peccatori ma non certo di traditori come sono coloro che vorranno affliggerci una condanna che sarà invece per noi un grande onore ricevere. D’altra parte, abbiamo tutti un concreto, splendido esempio cui fare riferimento e che mostra come disubbidire alla chiesa secolare restando fedeli alla Chiesa Santa sia una strada percorribile; una strada che anzi, in certe situazioni, deve obbligatoriamente essere percorsa anche a costo di sacrifici, privazioni e condanne. Mi sto riferendo, come avrai certamente compreso, alla figura e alla storia di monsignor Viganò. La scomunica che gli è stata inflitta non ha minimamente scalfito la sua serenità di credente, sacerdote per sempre; di più, è una medaglia luminosa che egli potrà portare un giorno dinanzi al Giudice Supremo a testimonianza della sua fedeltà e ubbidienza alla Chiesa Santa.
Non c’è da aver timore alcuno, quindi, se la nostra coscienza di credenti dovesse guidarci verso lidi che ora possono apparire rischiosi o forieri di chissà quale drastica conseguenza. Il tribunale secolare che abbiamo oggi di fronte, nella chiesa temporale, non deve spaventarci, come pure i giudizi di una comunità cattolica ormai pervasa da sincretismo, neo-paganesimo e apostasia. Pensiamo soltanto, da poveri peccatori quali siamo, alla Salvezza e alla Misericordia di Dio, lasciando nel tradimento coloro che su questa terra ci condannano.
Con grande affetto.
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Caro Fabio,
grazie per la lettera e per l’affetto, che so sincero.
Non è da oggi che, nel mio piccolissimo, cerco di vivere, e di scrivere, da controrivoluzionario. A fronte di una rivoluzione (ed è ormai fuori dubbio che la Chiesa vaticansecondista sia stata oggetto di una profonda rivoluzione) occorre rispondere con la controrivoluzione. Il che significa ristabilire l’ordine infranto. Nel nostro caso, in tutti i campi: teologico, dottrinale, liturgico, morale e, in generale, filosofico.
La mia ricetta è molto semplice: mi abbevero a fonti sicure, frequento la santa messa tradizionale e cerco di rispondere colpo su colpo (per quanto me lo consentono le forze) alle martellate con le quali i rivoluzionari (a volte in modo rozzo, altre volte in modo più morbido ma non meno devastante) continuano a colpire tutto ciò che ci è più caro.
Sarò sincero. Il mio campo di battaglia è circoscritto al blog. Come ho già detto altre volte, sono arrivato alla conclusione che un confronto diretto con i neomodernisti, faccia a faccia, sia impossibile. Ci dividono le idee e le valutazioni, ma non solo. Ci divide addirittura il linguaggio. Ormai l’ho constatato ripetutamente. È come se parlassimo due lingue diverse, e senza alcun traduttore che ci possa aiutare. Arrivo a dire che a volte per me è più facile un confronto con atei e agnostici, magari pure radicali, che con coloro che dovrebbero essere i miei fratelli nella fede. Dunque, lo ammetto: se mi trovo a confronto con un rappresentante e sostenitore della nuova chiesa vcaticansecondista, il più delle volte me ne sto in silenzio e mi limito a dire: magari ne parleremo un’altra volta. Stop. Sono diventato un pusillanime? Forse. Di certo, questa elementare strategia mi consente di preservare un poco le forze che riverso nel blog, sia pure con fatica crescente.
Non ho capito bene se dietro le tue osservazioni, caro Fabio, ci sia l’idea di abbandonare la barca per trasbordare altrove. Se è così, sarò molto chiaro: quelli che devono sloggiare non siamo noi, ma loro. Sono i vaticansecondisti venduti al mondo. Per cui tengo la posizione e mi affido con assoluta fiducia al mio Signore, re dell’universo, che conosce i tempi e i modi. Sono un vecchio granatiere di Sardegna abituato a stare di guardia e niente può smuovermi. Mi tengo strette le parole del Crocifisso di Giovannino Guareschi, che a un don Camillo che chiede cosa fare davanti alla pazzia che vede montare attorno a sé risponde: “Ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi: bisogna salvare il seme. Quando il fiume sarà rientrato nel suo alveo, la terra riemergerà e il sole l’asciugherà. Se il contadino avrà salvato il seme, potrà gettarlo sulla terra resa ancor più fertile dal limo del fiume, e il seme fruttificherà, e le spighe turgide e dorate daranno agli uomini pane, vita e speranza. Bisogna salvare il seme: la fede. Don Camillo, bisogna aiutare chi possiede ancora la fede e mantenerla intatta”.
Mi sento come quel contadino. Indegnissimo, ma votato a salvare il seme. E puoi starne certo: come diceva Giovannino, non muoio neanche se mi ammazzano.
A.M.V.



