Lettera / Storia di un cattolico (ammesso che lo sia ancora)

Caro Valli,

le racconto una storia.

Anni Sessanta, collegio Maria Hilf (Maria Ausiliatrice) a Schwyz (Svitto, nella Svizzera centrale tedesca e cattolica). Un mio compagno (lo chiameremo Paolo), il primo della classe, dunque d’intelligenza superiore alla media e certamente alla mia, è destinato alla carriera ecclesiastica, con ingresso in seminario a Coira.

Paolo però improvvisamente cambia idea. Con grande dispiacere del nostro professore di filosofia, il croato Alois Sustar (che aveva studiato a Roma, parlava un perfetto italiano e, di orientamento conservatore, sarebbe poi stato nominato vescovo a Lubiana da papa Wojtyła), Paolo ha conosciuto il movimento dei Focolari di Chiara Lubich e preferisce aderire al Focolare piuttosto che entrare in seminario.

Ai focolarini Paolo dedica con totale impegno almeno vent’anni della sua vita, lavorando soprattutto nelle Filippine, in Cina e Pakistan. La sua dedizione è tale che alla morte del padre decide di devolvere l’intera eredità al movimento. Ma a un certo momento entra in crisi e abbandona tutto. Lo fa senza sbattere la porta (Chiara Lubich infatti gli dimostrerà comprensione), ma in modo irrevocabile.

Così, senza una vera professione e senza soldi, a cinquant’anni deve ricominciare da zero. Ma l’intelligenza non l’ha persa. Si inventa fabbricante di scarpe, che vende in Occidente, si sposa e vive felice. In Vietnam.

Da circa un anno abbiamo ripreso contato. Ci scriviamo in italiano, conversiamo, discutiamo. Non possiamo considerarci amici, ma abbiamo pur sempre trascorso sei anni insieme in collegio, dal 1958 al 1964, e c’è una simpatia reciproca.

Paolo non ha abbandonato la fede. Si considera sempre cristiano e cattolico e va a messa la domenica. È bergogliano e mi dice che per conto suo San Pietro e il Vaticano potrebbero essere trasformati in musei. Inoltre secondo lui Dio non è una persona. Ciò che conta, dice, è la fratellanza universale. I dogmi? La dottrina? Solo anticaglie, argomenti da storicizzare, roba buona, al più, per studiosi e teologi.

Paolo è spesso evasivo. Io pongo domande precise, sulla Trinità, Gesù, i dogmi, la morale, ma non ottengo risposte chiare e soddisfacenti. A fronte dell’idea bergogliana secondo cui le diverse religioni sono altrettante vie che conducono a Dio, vorrei sapere chi era Gesù, se è davvero la seconda persona della Trinità, vero Dio e vero uomo. Ma lui, come tutti i bergogliani, che cosa risponde? Non può ridimensionare completamente Gesù e dichiararlo un semplice profeta come tanti, perché si squalificherebbe. Però di fatto ha apostatato, come del resto quasi tutta la gerarchia: non credono più in Gesù vero Dio e vero uomo e ritengono che la risurrezione di nostro Signore sia solo una metafora. Ciò che conta è fraternizzare e darsi pacche sulle spalle, dire che siamo tutti fratelli e figli di Dio.

Non ci sono più i peccati di una volta. L’adulterio è una debolezza scusabile, il matrimonio non è più indissolubile. Se “uno cerca Dio” (secondo le famose parole di Bergoglio e del suo sodale gesuita pro lgbtq Martin), tutto va bene. Ci sono invece nuovi peccati, come mettere in dubbio la sinodalità, anche se nessuno sa bene cosa significhi.

Con Paolo parliamo di tutto e lui sa come la penso. Anche se il primo saluto di papa Leone mi è piaciuto perché ha nominato Gesù Cristo e la sua risurrezione, vera e non metaforica (un saluto ben diverso dall’accattivante e un po’ ruffiano “buonasera” di Bergoglio), mi sembra che Prevost, per quanto meno sbracato del predecessore, sia una fotocopia di Bergoglio.

Con Paolo sono molto chiaro. Se Leone, Zuppi, Parolin, Martin e compagnia bella non credono più nei dogmi cattolici dovrebbero semplicemente dimettersi, lasciare la Chiesa che oggi usurpano in quanto miscredenti e magari persino atei. E rinunciare alle cariche.

Da mater et magistra che era, la Chiesa si è fatta compagna di strada, anzi è addirittura desiderosa di imparare dagli altri. Non ha nessuna verità da proclamare e insegnare. Da maestra si è fatta discente e se ne vanta. A domande precise – come quelle che faccio io a Paolo – questa nuova Chiesa risponde ipocritamente a mezza bocca, perché evidentemente non è ancora il momento di dichiarare apertamente che i dogmi sono una sciocchezza e quindi vanno superati.

Anche il mio caro Paolo non risponde. Non ha il coraggio di dire che, suvvia, Gesù non era Dio, figuriamoci! E poi se la Chiesa insistesse troppo con la faccenda di Gesù figlio di Dio gli islamici e gli ebrei e tutti gli altri si offenderebbero, anzi si infurierebbero, e addio fratellanza universale.

Il vostro dire sia sì sì, no no. Questa raccomandazione mi piace e cerco di viverla. Ma vedo che non è così per tutti i fratelli nella fede.

Ecco, la storia che le ho raccontato mi sembra, nel suo piccolo, emblematica di ciò che la Chiesa ha vissuto negli ultimi settant’anni.

Sergio Pastore

Sennwald, Svizzera

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