Quella sindrome chiamata “inclusivite”. Come si manifesta e come si combatte
di Vincenzo Rizza
Caro Aldo Maria,
pare che dopo aver letto il testo del Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia, l’ineffabile Organizzazione mondiale della sanità abbia scoperto l’esistenza di una nuova temibile epidemia scatenata da una terribile malattia denominata syndroma inclusivitatis viralis, volgarmente anche detta sindrome di Carlo V o del todos (todos todos) caballeros.
Si tratta di una sindrome subdola, ma fortunatamente non serve il tampone per riconoscerla. Colpisce, infatti, soprattutto ambienti ecclesiali e non si manifesta con febbre, tosse o mal di gola, ma con improvvisa avversione per parole come “peccato”, “verità”, “tradizione”, “principi non negoziabili”, che il paziente affetto da inclusivite tende a sostituire con vocaboli più accoglienti: fragilità, cammino, diversità, dialogo, ascolto, pastoralità, spirito del tempo.
La diagnosi è piuttosto semplice: il malato mostra un bisogno compulsivo di “non giudicare” e nei casi più gravi tende a ripetere la parola “inclusione” come un mantra, usandola come intercalare ogni volta che vuole esprimere un concetto e ancora più spesso se non ha alcun concetto da esprimere.
Il test decisivo per capire se il paziente ne è affetto è ricordargli che il Vangelo parla anche di peccato e conversione e che Gesù è l’unica fonte di salvezza: reagisce immediatamente con irritazione e quando va bene cambia discorso, quando va male ti accusa di rigidità e indietrismo.
Non è ancora chiaro come il virus si diffonda; gli studiosi più accreditati, tuttavia, scommettono per una trasmissione liturgica ma soprattutto sinodale, tenuto conto che la malattia è particolarmente presente e aggressiva nei seminari, nelle assemblee pastorali e nelle commissioni diocesane e sinodali.
Pare che l’inclusivite nasca dal contatto più o meno prolungato con il linguaggio delle Ong e delle agenzie Onu. I più, tuttavia, ritengono si tratti di mutazioni incontrollate del virus post-conciliare che avrebbero determinato una frattura insanabile con il passato. In realtà la causa più probabile resta quella antica: la tentazione di piacere al mondo più che a Dio.
Attualmente non esiste alcun vaccino, ma le terapie che sembrano più efficaci prevedono le letture del Vangelo e delle lettere di san Paolo (anche nelle parti scomode), ripetuti cicli di logica tomistica ma soprattutto l’assoluta astinenza da assemblee sinodali.
Se non curata, l’inclusivite porta a gravi complicazioni: il paziente confonde la Chiesa con una Ong, il peccato con la fragilità e la misericordia con l’accondiscendenza. In molti sacerdoti provoca anche la perdita del senso del ridicolo e strani fenomeni come presepi arcobaleno, messe eco-friendly e cerimonie sincretiste.
C’è comunque ancora speranza: molti guariti raccontano che la malattia è regredita fino a scomparire dopo aver letto la frase: “Sia il vostro parlare sì sì, no no”. Altri testimoniano la remissione spontanea dopo aver scoperto che la Verità non si aggiorna a colpi di maggioranza restando tale anche senza l’approvazione del comitato sinodale e soprattutto che non c’è inclusione senza Verità.



