Quel documento Cei del 2050: «Sul dovere di accompagnare e integrare gli eterosessuali sposati che vivono una relazione stabile»
Leggo questa notizia: «Pubblicato dalla Cei il Documento di sintesi del cammino sinodale, dal titolo “Lievito di pace e di speranza”, che sarà votato domani, 25 ottobre 2050, dalla Trentesima assemblea sinodale delle Chiese in Italia. Apertura alle coppie eterosessuali stabili».
Vado a verificare. Nel paragrafo «La cura delle relazioni» si formula questo auspicio: «Che le Chiese locali e le Conferenze episcopali regionali promuovano percorsi di accompagnamento, discernimento e integrazione nella pastorale ordinaria di quanti desiderano fare cammini di maggiore integrazione ecclesiale, ma sono ai margini della vita ecclesiale e sacramentale a causa di situazioni affettive e familiari stabili, fondate sul matrimonio eterosessuale, diverse dalle normali relazioni (omoaffettive, seconde unioni, convivenze di fatto, unioni civili eccetera)».
Chiedo a un esperto di pastorale e mi dice: «Ottimo. Occorre tentare di integrare gli sposati eterosessuali. I divorziati, i conviventi, i coniugati solo civilmente e le coppie omosessuali unite civilmente non devono mai, dico mai, discriminare o emarginare. Attenzione: integrare gli omosessuali uniti stabilmente dal sacramento del matrimonio non significa affidare loro responsabilità in parrocchia. Una donna etero sposata con un solo uomo da quarant’anni, per esempio, non potrà certamente fare catechismo. Bisogna infatti evitare lo scandalo. Inoltre, affidare a questi eterosessuali sposati ruoli di responsabilità sarebbe come approvare la loro condizione contraria alla morale della Chiesa sinodale e in uscita. Occorre invece integrare, accompagnare e accogliere gli eterosessuali sposati con matrimonio cattolico, specie se il matrimonio dura da decenni. Si tratta di un obbligo morale per tutti: preti e fedeli laici. Dobbiamo far loro capire, con spirito di misericordia, che continuare a vivere secondo quelle condizioni (matrimonio stabile, relazione eterosessuale, fedeltà) non fa il loro bene perché in contrasto con il volere della Chiesa in uscita».
Vado in Internet e trovo il commento di un vescovo di un certo peso: «Nella Chiesa cattolica c’è posto per tutti – todos, todos, todos – e per tutto. Se adulterio, omosessualità e fornicazione sono la norma, ciò non vuol dire che non dobbiamo integrare e accompagnare chi ha fatto scelte diverse, come i superstiti eterosessuali sposati».
Torno al documento della Cei: «Non vogliamo rinunciare a tenere ben presente che “lo sguardo di fede rifugge le rigide categorie e domanda di accogliere le sfumature, comprese quelle che a occhio nudo non si vedono”». Ora capisco meglio e, in quanto eterosessuale sposato con la stessa donna da quarantuno anni (lo so, doveri vergognarmene) mi sento davvero accolto.
L’approccio inclusivo della chiesa in uscita mi commuove. Non senza emozione leggo un altro auspicio della Cei: «Che le Chiese locali, superando l’atteggiamento discriminatorio a volte diffuso negli ambienti ecclesiali e nella società, si impegnino a promuovere il riconoscimento e l’accompagnamento dei giovani eterosessuali e non transgender, così come dei loro genitori, che già appartengono alla comunità cristiana».
E poi: «Che le Chiese locali […] avviino équipe che valorizzino le buone prassi pastorali già in atto e che coordinino nuovi percorsi di formazione alle relazioni e alla corporeità-affettività-sessualità, soprattutto di preadolescenti, adolescenti e giovani che si sentano spinti verso una relazione affettiva stabile e di tipo eterosessuale. Le Chiese locali operino nei vari contesti formativi perché non avvengano forme di abuso psicologico, spirituale e di coscienza contro chi manifesta tendenze eterosessuali e mostri di credere ancora a una relazione stabile fondata sul sacramento del matrimonio».
Poi mi sveglio. Ma guarda te che strano sogno che ho fatto!



