La chiesa sinodale e i suoi tradimenti. Quando l’unica verità è il camminare in tondo
Imparano sempre, e non riescono mai a giungere alla conoscenza della verità
2 Tim. 3:7
Nell’omelia per il giubileo delle “équipe sinodali e gli organismi di partecipazione” Leone XIV ha detto: “Nessuno possiede tutta la verità; dobbiamo cercarla tutti umilmente e cercarla insieme”.
La frase è ambigua. Perché se è vero che ciascuno di noi, in quanto peccatore, è sempre esposto al rischio di tradire la verità, c’è una realtà che è depositaria della verità, ed è la Chiesa cattolica, la Chiesa “del Dio vivente, colonna e sostegno della verità” (1 Tm 3,15).
Per quasi due millenni, i cattolici hanno creduto che la Chiesa possieda la verità. Non in ina certa misura, ma nella sua pienezza, perché il suo Fondatore l’aveva affidata loro. Cristo lo ha promesso: lo Spirito di Verità rimarrà “con voi per sempre”. Infatti i papi precedenti al Concilio Vaticano II non hanno mai descritto la Chiesa come “alla ricerca” della verità. L’hanno descritta come custode, maestra e giudice dell’errore e del peccato.
L’affermazione di Leone XIV rischia di far crollare ogni residua distinzione tra la Chiesa e il mondo. Se la verità deve essere “cercata insieme”, ecco che la Chiesa è solo una delle tante realtà che vanno alla ricerca. Un’agenzia come le altre, che partecipa alla ricerca sullo stesso piano di tutte le altre.
L’umiltà è una virtù, ma l’“umiltà sinodale”, intesa come continua ricerca, sfocia nella liquidità tipica del pensiero postmoderno. Il che si traduce in abbandono della postazione. Il custode se ne va e lascia campo libero al relativismo. L’espressione “nessuno possiede tutta la verità” suona benissimo alle orecchie del mondo, ma stravolge la dottrina cattolica. Se la verità non discende dalla Rivelazione, e non è più tale una volta per tutte ma evolve attraverso l’esperienza comunitaria, vuol dire che può cambiare a seconda delle epoche, delle circostanze e delle mode.
E se la Chiesa non insegna più, se non è più magistra, che cosa può fare? Deve consultarsi. Non le resta altro. Nella Chiesa antidogmatica si dogmatizza, di fatto, il dialogo permanente. Ecco perché entrano in gioco le “équipe sinodali e gli organismi di partecipazione”.
Nel mio libro “Come la Chiesa finì” ho immaginato questa deriva utilizzando lo strumento dell’ironia e del sarcasmo. La prima edizione è del 2017. Nemmeno io pensavo che il tutto si sarebbe realizzato così rapidamente.
Lone XIV ha salutato le équipe e gli organismi di partecipazione (che alla fine sono organismi burocratici) come l’immagine di una Chiesa che vive in comunione, incarnazione di un modo nuovo di essere Chiesa. È la Chiesa che ascolta e cammina. Rappresentata da persone sedute attorno a un tavolo, non rivolte in preghiera verso il tabernacolo.
La Chiesa sinodale sarebbe quella ispirata alla “logica dell’amore”, non a quella del potere. Ma anche questa contrapposizione è ambigua, perché se è vero che dobbiamo essere contrari al sopruso e all’arroganza è altrettanto vero che la Chiesa è stata voluta dal suo Fondatore come gerarchica, non “democratica”.
Si sostiene che la Chiesa, per essere accogliente, deve essere collegiale. Ma la Chiesa non deve essere accogliente. Deve essere fedele. L’accoglienza non può avvenire al prezzo della verità.
È come se fossimo davanti a una trasformazione costituzionale. Dalla Chiesa che definisce e insegna eccoci alla Chiesa che si consulta e cammina. Ma per andare dove?
La Chiesa, ripeto, sta facendo proprio il pensiero postmoderno, liquido, fluido, relativista. Un pensiero alieno da ogni valore assoluto. E se non c’è una verità assoluta, riconoscibile come tale, non può esserci un’autorità altrettanto riconoscibile.
La “Chiesa partecipativa” inverte l’ordine divino. L’autorità non discende più dall’alto, ma emerge dal basso e si esprime attraverso gli organi burocratici sinodali. Dalla Sposa di Cristo siamo passati a un parlamento religioso in seduta permanente.
E allora i vescovi a che cosa servono? Non a insegnare la verità, ma a facilitare la partecipazione. E il papa? Diventa una sorta di moderatore della tavola rotonda. E la dottrina? Frutto non della Rivelazione, ma del consenso.
Leone XIV sostiene che “le tensioni tra unità e diversità, tradizione e novità, autorità e partecipazione” sono la vita stessa della Chiesa e non devono essere risolte, ma “armonizzate dallo Spirito”. Che significa? Ci può essere armonia senza verità?
La Chiesa dovrebbe risolvere le tensioni alla luce della dottrina, e così ha fatto per secoli. La nuova Chiesa sembra compiacersi delle tensioni perché le permettono di fare l’unica cosa che ormai si propone di fare: camminare insieme. Ma per arrivare dove?
E naturalmente i paladini dell’inclusione sono poi i più solleciti nel praticare l’esclusione. Di chi? Ovviamente di noi cattolici tradizionali, etichettati come farisei formalisti. Il “camminare insieme” dei sinodalisti esclude, come mi ha detto un amico con un’immagine azzeccata, chiunque non sia disposto a camminare in tondo.
Sotto la melassa sinodale affiora la tragica realtà. Per la nuova chiesa se hai una certezza sei un prevaricatore malato di orgoglio. Umiltà non è più sottomettersi alla volontà divina ma praticare il dubbio. Santità non è più vivere alla luce di Cristo ma ascoltare gli altri. La confusione perpetua e l’ambiguità sono spacciate per sensibilità pastorale. E oggi i pastori non sono più tenuti a dire dove porta il cammino cristiano: insegnano solo che l’importante è continuare a camminare.



