Dal grande mandato alla grande conversazione. C’era una volta l’ottobre missionario
Ottobre per la Chiesa cattolica sarebbe il mese missionario. Infatti, ecco alcune notizie arrivate dal Vaticano.
Nella Biblioteca apostolica una stanza è stata messa a disposizione dei musulmani per le loro preghiere. Lo scherzo di un buontempone? No, c’è la conferma ufficiale: il luogo di preghiera è stato chiesto dagli studiosi islamici che frequentano la biblioteca e prontamente approntato.
Per la festa indiana di Diwali (la parola significa “fila di lampade ad olio”) che quest’anno è caduta il 20 ottobre ed è celebrata da tutti gli indù accendendo luci simboliche, il Dicastero vaticano per il dialogo interreligioso (sì, in Vaticano c’è un dicastero apposta) ha inviato un messaggio in cui si fa abbondante uso della retorica dell’incontro e del dialogo ma ci si guarda bene dall’annunciare che, in mezzo a tante luci, l’unica vera Luce che dona la salvezza è quella di Cristo.
Poi ecco il tweet sconcertante di un Leone XIV sempre più sbilanciato verso il sinodalismo: “Essere Chiesa sinodale significa riconoscere che la verità non si possiede, ma si cerca insieme, lasciandoci guidare da un cuore inquieto e innamorato dell’Amore”.
Dunque, se abbiamo capito bene, Dio non ha mai rivelato la Verità alla sua Chiesa. E Gesù Cristo, quando affermò di essere “la via, la verità e la vita”, usò più che altro un’iperbole.
Ed eccoci al 28 ottobre, quando, durante la celebrazione in Vaticano della “Nostra aetate”, la dichiarazione conciliare sulle relazioni con le religioni non cristiane, un manipolo di ebrei, musulmani, indù, animisti africani e pagani è arrivato in Vaticano per… Sì, avete indovinato: per dialogare.
La scena. Nell’aula Paolo VI donne in abiti tradizionali danzano al ritmo di musica orientale e mediorientale. Una regge alternativamente cartelli con il simbolo indù “Om”, il crocifisso e la mezzaluna islamica. Come dire: tutte le religioni pari sono. E Leone? Eccolo: spiega che dopo “Nostra aetate” abbiamo “aperto gli occhi su un principio semplice ma profondo: il dialogo non è una tattica o uno strumento, ma uno stile di vita, un cammino del cuore che trasforma tutti i soggetti coinvolti”. Un “cammino del cuore”? Di quel cuore che “è ingannevole più di ogni altra cosa e insanabilmente maligno”? (Geremia 17:9).
E vogliamo parlare del 23 ottobre? Ecco il riassunto ufficiale targato Vatican News: “Un momento storico quello vissuto questa mattina in Vaticano. I sovrani inglesi in visita di Stato hanno preso parte alla celebrazione per lodare Dio creatore. Prima della preghiera, il colloquio dei Reali con il Pontefice, poi in Sala Regia lo scambio di due esemplari di orchidea per esprimere un impegno condiviso per la cura del creato”.
Che dolcezza! Che tenerezza! Le orchidee! Un delizioso omaggio per un sovrano eretico, massone e ambientalista, capo di una Chiesa nata staccandosi da Roma per capriccio di un re. Chissà che gioia in paradiso per i martiri cattolici inglesi!
Vabbè, ci fermiamo qui. Questo è stato l’ottobre missionario. Ormai è chiaro che la Nuova Religione Mondiale è cosa fatta. E il tutto è dato per talmente normale e scontato che non sappiamo nemmeno più che cosa insegnava la Chiesa cattolica prima di questo delirio.
Facciamo allora un riassunto, a beneficio di chi non vuole cedere.
La tradizione cattolica ha sempre insegnato che Cristo ha fondato una sola vera Chiesa attraverso la quale lui solo comunica la salvezza. Il Vaticano I (1869-70) fa eco a questa dottrina perenne, e i concili precedenti l’hanno resa esplicita: ad esempio, il Concilio di Firenze (1441) dichiara solennemente che “coloro che non vivono nella Chiesa cattolica, non solo i pagani, ma anche gli ebrei, gli eretici e gli scismatici, non possono diventare partecipi della vita eterna”. Allo stesso modo, Leone XIII (quel Leone al quale l’attuale Leone dice di ispirarsi) insegna che Cristo conosce una sola Chiesa – “Io edificherò la mia Chiesa” -, il che comporta che nessun’altra può essere vera. Leone XIII avverte perfino che chiunque “sa che la Chiesa cattolica è stata fondata come necessaria… e rifiuta di entrarvi o di rimanervi, non può essere salvato”. In breve, l’insegnamento cattolico storico afferma che ogni salvezza viene da Cristo attraverso la sua unica Chiesa, per cui abbandonare quell’unità significa abbandonare la salvezza.
Fondamenti dottrinali e condanne
La dottrina tradizionale insiste sul fatto che l’unità religiosa deve significare non unità in senso generico, ma unità cattolica. La “Mortalium animos” (1928) condanna esplicitamente l’idea di convocare “convegni, riunioni… in cui si uniscono tutti, senza distinzione… infedeli e cristiani”. Infatti, l’opinione secondo cui “tutte le religioni sono più o meno buone e degne di lode” è una falsa opinione che “distorce l’idea della vera religione” e conduce le anime “a poco a poco… al naturalismo e all’ateismo”. Nella “Satis cognitum“, sempre di Leone XIII, si riafferma che Cristo ha istituito un solo Corpo, la Chiesa, e che istituire una “testa” separata o una Chiesa alternativa è contrario al disegno di Dio. Ogni cristiano battezzato al di fuori della piena comunione con il papa è “in errore” – simile a un arto reciso – e perciò destinato alla morte spirituale. Il Concilio di Firenze anatemizza persino l’idea che martiri o pagani generosi possano essere salvati al di fuori della Chiesa cattolica. Tutto il magistero precedente al Vaticano II, insomma, insegna che extra Ecclesiam nulla salus: fuori dell’unica Chiesa di Cristo non c’è salvezza.
Al contrario, il magistero postconciliare abbraccia il linguaggio del pluralismo e dei percorsi paralleli. “Nostra aetate” (1965) esemplifica questo cambiamento, affermando senza mezzi termini che “la Chiesa non rigetta nulla di ciò che è vero e santo in queste religioni”. Spiega che l’induismo, il buddismo, l’Islam e le altre fedi “spesso riflettono ciascuna un raggio di quella Verità che illumina tutti gli uomini”. E sebbene aggiunga che la Chiesa proclama ancora Cristo come “la via, la verità e la vita”, l’enfasi sull’affermazione della bontà delle altre religioni le pone tutte, di fatto, su un piano di parità. Allo stesso modo, la “Lumen gentium” attenua il vecchio insegnamento sulla salvezza, assicurando esplicitamente che coloro che “senza colpa ignorano il Vangelo… e tuttavia cercano sinceramente Dio… possono conseguire la salvezza eterna”. L’interpretazione che ne è seguita, ed è oggi ampiamente condivisa, è che i seguaci di qualsiasi religione possono essere salvati senza conversione. Questa nuova retorica pluralistica, centrata sull’unica provvidenza divina che attira tutti gli uomini verso di sé, si discosta chiaramente dalla posizione precedente secondo cui il battesimo e l’appartenenza all’unica vera Chiesa sono assolutamente necessari per la salvezza.
I papi e l’indifferentismo
A partire dal Concilio Vaticano II, i papi hanno incredibilmente corteggiato le religioni non cristiane in modi un tempo impensabili. Hanno presieduto “preghiere” ed eventi interreligiosi all’insegna di un evidente sincretismo.
Nell’ottobre 1986, Giovanni Paolo II convoca una Giornata mondiale di preghiera ad Assisi con rappresentanti del buddismo, dell’induismo e di sette tribali e animiste. Un resoconto dell’epoca racconta che i monaci buddisti tibetani misero una piccola statua del Buddha sopra il tabernacolo e la venerarono con incenso e rotoli di preghiera. Giovanni Paolo II permise personalmente altri riti sincretici: in India (1982) ricevette il tilak indù sulla fronte e le ceneri sacre dalle sacerdotesse indiane, e in occasione di una beatificazione in Australia approvò una cerimonia aborigena di adorazione del fuoco al posto del normale rito liturgico.
Più di recente, anche Benedetto XVI e Francesco hanno portato avanti questo approccio detto “interreligioso”. Benedetto ha partecipato alle commemorazioni di Assisi (2011), e Francesco ha apertamente elogiato i percorsi non cristiani facendo intendere che sono tutte valide vie verso Dio. Nel 2014 durante una funzione ecumenica ha dichiarato “adoriamo lo stesso Dio… abbiamo lo stesso Padre”, e nel 2019, nella visita a una moschea a Rabat con il re del Marocco, ha sostenuto che la missione dei cattolici “non è convertire” i loro vicini musulmani, ma vivere in fraternità: “La Chiesa non cresce per proselitismo, ma per attrazione”. In altre parole, Francesco ha insinuato che la conversione attiva, obiettivo della missione, non sia necessaria.
Come sappiamo, ad Abu Dhabi Francesco, insieme al grande imam, dichiarò apertamente che Dio stesso ha voluto la pluralità delle religioni, mentre prima la Chiesa cattolica riteneva che la pluralità religiosa fosse conseguenza del peccato originale.
Ed ecco una serie di esempi di “gesti di dialogo”.
- 1986, Assisi. Giovanni Paolo II convoca le religioni del mondo per la preghiera; i monaci buddisti pongono un idolo sul tabernacolo.
- 1982, India. Giovanni Paolo II si sottomette ai rituali indù e riceve il tilak e ceneri sacre.
- 1995, Australia. Giovanni Paolo II sostituisce parti della messa con una cerimonia aborigena di adorazione del “fuoco sacro”.
- 1999, Vaticano. Giovanni Paolo II bacia il Corano “in segno di rispetto” durante un incontro con una delegazione musulmana.
- 2002, Assisi. Giovanni Paolo II permette che sia esposta una statua del dio del fuoco azteco Tonantzin.
- 2006, Istanbul. Benedetto XVI, secondo l’uso islamico, prega nella Moschea Blu insieme agli imam a braccia conserte.
- 2019, Marocco. Francesco dice che i cattolici non hanno bisogno di convertire i musulmani: “La conversione non è la vostra missione”.
- 2024, Singapore. Francesco durante una sessione di domande e risposte con i giovani, sostiene che “tutte le religioni sono percorsi verso Dio”.
- Circa il papato di Leone XIV, abbiamo sommariamente riassunto all’inizio quanto è avvenuto solo negli ultimi giorni di ottobre.
In teoria il Catechismo voluto da san Giovanni Paolo II insegna che il dialogo interreligioso va bene finché “non sostituisce la proclamazione di Gesù Cristo”. Ma nella pratica questa condizione non è stata rispettata.
Dottrina storica e tradimento moderno
La regola pre-conciliare secondo cui “nulla al di fuori dell’unica Chiesa cattolica può essere via per la salvezza” è stata di fatto superata. Eppure concili e papi hanno insegnato ripetutamente che unirsi al culto insieme alle false religioni è qualcosa di molto vicino all’apostasia.
Il Concilio di Trento e i Padri precedenti hanno avvertito che “chi abbandona la Chiesa di Cristo non può raggiungere la ricompensa della vita eterna”. L’esperienza dei “vecchi cattolici” e delle “associazioni ecumeniche” dei secoli XIX e XX furono condannate da Pio XI nella “Mortalium animos” come “un abbandono totale della religione divinamente rivelata”. Eppure oggi la Chiesa non solo permette, ma incoraggia il pluralismo religioso: elogia “il dialogo e la collaborazione” con musulmani, indù, buddisti e altri, e tratta i loro culti come qualcosa da venerare.
Questo cambiamento radicale– da extra Ecclesiam nulla salus a omnes viae – è un tradimento sostanziale del deposito della fede. La “Satis cognitum” (1896) afferma che all’unica Chiesa di Cristo è stato dato “un unico mandato… di trasmettere la salvezza operata da Gesù Cristo” a tutti gli uomini. Un mandato oggi dimenticato o minimizzato, a favore di una fraternità multiculturale di stampo massonico.
Quando Francesco dichiara che tutti gli uomini hanno la possibilità di essere “partecipi” del Mistero pasquale di Cristo attraverso “vie note a Dio”, si discosta dalla dottrina tradizionale. E tutto ciò nonostante la “Dominus Iesus” (2000) del cardinale Ratzinger riaffermi che “ogni salvezza viene da Cristo… attraverso la Chiesa che è il suo Corpo”.
L’effetto cumulativo di questi cambiamenti è chiaro: la Chiesa post-Vaticano II non ritiene più che Verità sia posseduta pienamente dalla Sposa di Cristo, ma sia suddivisa tra le molte religioni. Ogni abbraccio papale agli idoli, ogni affermazione secondo cui la conversione non è necessaria, ogni affermazione secondo cui “tutte le religioni adorano lo stesso Dio” è ormai patrimonio comune dei cattolici. Non si tratta nemmeno più di buonismo, ma di indifferentismo esplicito, lo stesso che Leone XIII condannò come “uno dei segni più angoscianti dei tempi”.
Il grande mandato tradito
L’ultimo comando di Nostro Signore non fu un suggerimento, ma un mandato divino: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato” (Mt 28,19-20). Questo è il grande mandato, cuore pulsante della missione della Chiesa dalla Pentecoste ai giorni nostri. Per quasi due millenni, ogni papa, martire e missionario ha creduto e professato che Cristo ha affidato alla sua unica vera Chiesa il compito di convertire tutte le nazioni, non di entrare in dialoghi religiosi con loro da pari a pari, né di nobilitare i loro idoli ed errori come “vie verso lo stesso Dio”.
Gli apostoli non cercavano “esperienze comuni di preghiera” con pagani o eretici; predicavano il pentimento e la conversione, chiamando tutti gli uomini all’unità nella Chiesa cattolica. San Pietro non invitò i sommi sacerdoti a unirsi a lui in un “momento condiviso di silenzio”. San Francesco Saverio non assicurò agli indù e ai buddisti dell’Asia che avrebbero potuto trovare la salvezza nelle loro religioni ancestrali. Il sangue dei martiri fu versato non per “l’armonia interreligiosa”, ma per la confessione che al di fuori della Chiesa non c’è salvezza e che Cristo è Re di tutte le nazioni, non semplicemente un leader religioso tra i tanti.
Oggi, tuttavia, i successori di quegli stessi apostoli sembrano aver abbandonato il grande mandato a favore della grande conversazione. Lo zelo di convertire le anime è stato sostituito dallo spirito del dialogo. La chiamata a battezzare tutte le nazioni ha lasciato il posto all’invito a chiacchierare amabilmente. Laddove un tempo la Chiesa cercava di salvare il mondo dall’errore e dal peccato, ora sembra desiderosa soltanto di confermare il mondo nel suo errore e nei suoi peccati. Al nuovo missionario viene detto non di predicare la Croce, ma di “camminare insieme” verso una vaga fratellanza universale, nozione condannata ripetutamente dal Magistero pre-Concilio Vaticano II come indifferentismo religioso e naturalismo.
Così la Chiesa che un tempo inviava missionari ora produce funzionari. La Chiesa che un tempo convertiva le nazioni ora si congratula con loro. La Chiesa che un tempo sconfiggeva gli idoli ora sta davanti a loro in preghiera. E in questo tragico capovolgimento la luminosa chiarezza del grande mandato è stata oscurata dalla nebbia della falsa misericordia e della confusione modernista.
Eppure il comando di Cristo rimane immutato ed eterno. La “Satis cognitum”ci ricorda ancora oggi che l’unità nella fede può esistere solo dove c’è unità nella verità, e che la vera Chiesa deve chiamare tutti gli uomini a “tornare all’unico ovile sotto un solo pastore”. Nessun concilio, nessuna enciclica, nessun gesto potrà mai annullare il mandato divino di insegnare, battezzare e convertire. Compromettere questa missione significa tradire la ragione stessa dell’esistenza della Chiesa.
In questa nostra epoca la fedeltà a Cristo esige che i cattolici proclamino ancora una volta, senza scuse, che esiste una sola Fede, un solo Battesimo e una sola Chiesa – la Chiesa cattolica – e che solo in essa l’uomo può trovare la salvezza. Qualsiasi parola diversa non è espressione di carità, ma tradimento della Croce.



