Lettera a “Duc in altum” / Paternità spirituale addio
Carissimo Valli,
scrivo a “Duc in altum”, blog che apprezzo sempre di più, per condividere una riflessione che nasce da un grande amore per la Chiesa e da una sincera preoccupazione per il tempo presente. Oggi la nostra Chiesa attraversa un periodo di profonda confusione spirituale e pastorale, che tocca in modo particolare il volto dell’episcopato italiano.
Vorrei partire da una delle pagine più luminose del Vangelo di Giovanni: “Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde” (Gv 10,11-12).
Con queste parole Gesù definisce il cuore del ministero pastorale: il pastore autentico è colui che offre sé stesso, che guida e protegge il gregge anche a costo della vita. È questa la vocazione più alta del vescovo, configurato a Cristo nel suo sacerdozio regale. Tuttavia, in molti casi, questo volto sembra oggi oscurato da logiche estranee al Vangelo.
Non di rado si percepisce una Chiesa più attenta a conservare equilibri umani che a custodire la verità di Cristo. Nel discernimento vocazionale, poi, prevalgono spesso criteri ideologici anziché spirituali. Si tende a promuovere chi aderisce a un certo linguaggio o visione ecclesiale, mentre chi manifesta una sensibilità diversa viene guardato con sospetto. Ma quando la Chiesa rinuncia al discernimento nello Spirito, per sostituirlo con l’uniformità del pensiero, smarrisce la sua libertà e la sua fecondità.
Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: seminari svuotati, giovani disorientati, comunità senza slancio. Non è la fede a essere venuta meno, ma la sua testimonianza credibile. Dove mancano pastori ardenti, disposti a donarsi interamente a Cristo, il popolo di Dio si disperde.
Mi tornano alla mente le parole di san Giovanni Paolo II nella storica omelia del 22 ottobre 1978: “Non abbiate paura! Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo!”
In quel grido profetico risuona il cuore della missione della Chiesa: non difendere sé stessa, ma spalancarsi alla grazia, senza paura di testimoniare la verità. Oggi, purtroppo, sembra prevalere la paura di non essere compresi, di non piacere, di essere giudicati “fuori linea”. Ma la Chiesa non è chiamata a conformarsi al mondo, bensì a illuminarlo.
Emblematica, in questo senso, è l’esperienza di un giovane laico di una diocesi italiana, desideroso di servire la Chiesa, al quale è stato negato il ministero dell’accolitato. A rendere la vicenda ancor più dolorosa, il fatto che il diniego sia stato accompagnato da una lettera calunniosa proveniente dal suo stesso parroco. È un caso che lascia intravvedere una ferita più profonda: quando la carità pastorale viene sostituita dal sospetto, e la verità dall’obbedienza cieca a schemi ideologici, la Chiesa perde la sua paternità spirituale.
Anche la formazione dei presbiteri riflette questo malessere. In molti seminari la vita spirituale è diventata marginale, sostituita da una logica di efficienza e immagine. Si formano sacerdoti più abili nel comunicare che nel pregare, più presenti sui social che davanti al Santissimo, più attenti al consenso che alla conversione. Ma un prete che non vive la preghiera non può essere guida, perché solo chi si lascia ferire da Cristo può farsi strumento della sua misericordia.
Dal 2013 al 2025 molte nomine episcopali sembrano aver consolidato questa deriva. Si ha l’impressione che, più della competenza teologica e spirituale, contino la docilità a un indirizzo e la capacità di non disturbare l’equilibrio generale. L’approvazione del documento finale del Sinodo, sostenuta da figure come il cardinale Zuppi e l’arcivescovo Castellucci, ne è un segno evidente: un testo ideologicamente marcato, ambiguo nei contenuti, e potenzialmente divisivo.
Eppure, anche in questo tempo di smarrimento, non viene meno la speranza. La Chiesa appartiene a Cristo, non agli uomini. Ogni crisi, nella storia, è sempre stata un tempo di purificazione e di grazia. Forse il Signore sta permettendo tutto questo perché la Chiesa torni alla sorgente, abbandonando ciò che è superfluo per riscoprire l’essenziale.
Tornare a Cristo: questo è il vero cammino di riforma. Non una riforma di strutture, ma del cuore. Non una nuova pastorale, ma un nuovo ardore di fede.
Tornare a pregare, a inginocchiarsi, a lasciarsi amare da Dio. Tornare a credere che il Vangelo è più forte di ogni ideologia, che la verità è carità in atto, e che la santità è la sola via credibile di rinnovamento.
Abbiamo bisogno di pastori che siano padri e non funzionari, di sacerdoti che sappiano piangere e adorare, di vescovi che, prima di parlare, si mettano in ginocchio davanti al Santissimo.
Solo così la Chiesa potrà tornare a brillare come segno di speranza in un mondo smarrito. E quando il popolo di Dio vedrà nei suoi pastori non dei gestori, ma degli uomini di Dio, allora anche i giovani torneranno a credere, i seminari torneranno a riempirsi, e le nostre comunità torneranno a respirare il profumo della santità.
Perché tutto nella Chiesa nasce e rinasce da un solo nome: Cristo. Da Lui dobbiamo ripartire, a Lui dobbiamo tornare, in Lui soltanto possiamo ritrovare la nostra unità, la nostra pace e la nostra missione.
Lettera firmata



