“Mater populi fidelis” / 5
di Martino Mora
Sulla questione del no secco a Maria Corredentrice da parte di Prevost e “Tucho” Fernández si fa al solito molta confusione.
Ancora una volta non si capisce che per comprendere la crisi della Chiesa non si deve partire da codici immaginari, giudizi emotivi, complotti improbabili. Si deve partire dai principi, veri o falsi che essi siano. Sono i principi a spiegare tutto.
La Chiesa conciliare che da sessant’anni ha eretto un idolo al principio dell’ecumenismo non sosterrà mai, dogmaticamente o meno, qualcosa che potrebbe dispiacere ai “fratelli separati” protestanti. O a ebrei, musulmani, induisti, maghi e stregoni.
Non è un ghiribizzo del cardinale Fernández. Il dogma di Maria Corredentrice creerebbe tensione coi protestanti. Quindi non va bene.
Il no a Maria Corredentrice è quindi la conseguenza dell’assunzione sessantennale di un principio autodistruttivo, l'”ecumenismo”, altrimenti detto la fornicazione permanente con gli eterodossi.
Del resto per questi idolatri del Concilio Vaticano II “nessuno possiede la verità tutta intera”, come dice espressamente lo scettico relativista yankee Francis Robert Prevost.
Da sessant’anni la Chiesa conciliare (ora anche sinodale) ha scelto di essere “pastorale” e non dogmatica, e continuerà ad esserlo finché, umanamente parlando, non si sarà autodistrutta.
Non ci sono più soluzioni umane al problema. Il clero cattolico ha deciso di seguire da sessant’anni principi “moderni” che non sono cattolici, e lo ha fatto perché si è secolarizzato all’interno e per compiacere i poteri mondani. Questi principi sono autodistruttivi, tanto nella società quanto nella Chiesa.
Non ci sono più soluzioni umane al problema. Ma solo sovrannaturali.



