Cantare tutto, cantare comunque. Per la Chiesa di Milano un libello politicamente correttissimo. E assai dannoso

di Organista ambrosiano indignato

Stimatissimo Valli,

l’Organista ambrosiano indignato si era ripromesso di tacere, per il bene dell’istituzione, in merito all’avvicendamento alla guida della cappella musicale del Duomo di Milano fra i sostituti che per sei mesi hanno diretto per conto del maestro monsignor Massimo Palombella in “sede impedita” e il nuovo titolare, maestro Alberto Sala. Pur rispettando il mio proposito, ora non posso non compiacermi per il ritorno alla normalità che emerge dai programmi predisposti per le ultime solennità in cattedrale nei quali, senza ipocrisia, l’attuale gestione della cappella mostra il suo inserimento consapevole in una tradizione plurisecolare. Il pretesto per l’aggiunta di una nuova pagina a questi virtuali cahiers de doléances non sarà, evidentemente, il modus operandi della cappella metropolitana (con cui è tornato a collaborare anche l’ottimo maestro Emanuele Vianelli!).

A margine del giubileo dei cori e delle corali, celebrato in Duomo lo scorso 8 novembre, è stato consegnato ai direttori di coro un libello firmato dall’arcivescovo Mario Delpini intitolato “Il canto della profetessa”. Con la consueta ironia e capacità osservativa che gli sono proprie, l’arcivescovo affida a tre racconti la fotografia impietosa dello stato pietoso della musica sacra in troppe chiese del vasto territorio arcidiocesano. Al netto dell’oggettività con cui sono ben descritte le piaghe delle messe “animate” da anziane signore volenterose, da coretti sgangherati di pargoli indisciplinati e da opachi cori di universitari (dei quali non si cela l’appartenenza a un noto movimento ecclesiale nato proprio nel capoluogo ambrosiano), le soluzioni proposte sembrano essere l’attuazione musicale dei tormentoni del momento: inculturazione e sinodalità.

Riconoscendo all’arcivescovo lo sforzo creativo della stesura delle tre storielle, il ghostwriter dell’agile opuscolino è don Riccardo Miolo, responsabile della sezione musica sacra dell’Ufficio liturgico dell’arcidiocesi ambrosiana, che in un’intervista rivendica la paternità di un testo infarcito di contraddizioni. Ci si rivolge ai direttori di coro senza menzionare direttamente i cori, senza parlare – abrogando di fatto “Sacrosanctum Concilium” e “Musicam sacram” – del ruolo riservato alle scholæ cantorum nell’economia generale delle funzioni per concentrarsi su un unico problema: la mancata partecipazione assembleare al canto liturgico. Benché non si parli di repertorio, di polifonia, di canto ambrosiano, di organi, di brani tratti dal grandioso deposito della Tradizione della Chiesa o dei più moderni (e mediocri, per essere eufemistici) tentativi di canzonette di consumo, all’orecchio e all’occhio di chi giudica sembra che qualsivoglia canto proposto sotto le volte delle chiese ambrosiane impedisca la actuosa participatio dei fedeli. I compilatori del libercolo, però, non si chiedono cosa voglia dire partecipare e non riescono a sollevarsi dalla banalità di discorsi da sagrestia secondo cui la piena partecipazione alla ritualità liturgica troverebbe riscontro e conferma soltanto nell’iperattività meccanica di fedeli continuamente stimolati a compiere gesti bislacchi, rispondere a preghiere improbabili e cantare sempre, cantare tutto. Peccato che i sacerdoti spesso si perdano in un bicchier d’acqua e non diano, in prima persona, il buon esempio cantando ciò che loro compete: in quante chiese si sente ancora una messa cantata così come previsto dalle rubriche del nuovo messale? Dove il celebrante canta tutte le orazioni, il prefazio con il suo dialogo, la dossologia, l’anamnesi, il “Pater noster” e la benedizione? Eppure le norme sono chiare: prima di inventare direttori dell’assemblea che muovono le mani nel vuoto davanti a poche decine di fedeli – gli effetti della Chiesa in uscita – penalizzando cori che con sacrificio e dedizione s’impegnano per rendere più belle le liturgie. Persino papa Leone XIV ha inaspettatamente rilanciato l’idea della via pulchritudinis liturgica concludendo l’omelia di domenica 9 novembre al Laterano…! L’antifona sembra chiara, diano perciò essi stessi testimonianza col canto, senza prorompere nei soliti noiosi piagnistei contro un rito con cui non si può interagire, se non passivamente.

Eppure il rito ambrosiano, più del romano, insiste sulla componente spettacolare, sulla sinestesia di gesti, parole, suoni, immagini e arredi (si pensi al triduo del Santo Chiodo in cattedrale, al rito del faro che si celebra quanto il titolare delle parrocchie è un martire, alla funzione del padiglione d’altare, o – più semplicemente – al lucernario nella liturgia vespertina e vesperale). La recente solennità di san Carlo Borromeo, co-patrono della Chiesa ambrosiana, dovrebbe richiamare alla memoria come la spettacolarità di una liturgia in grado di parlare sorprendendo fu uno degli strumenti più efficaci dell’opera di rievangelizzazione promossa dal santo arcivescovo per fissare con maggior efficacia le verità di fede nei cuori e nelle menti dei semplici. Plena est terra gloria Ejus, cita il motto episcopale dell’arcivescovo Delpini, tuttavia lo slancio verticale connaturato nella liturgia e in certa musica che invita a elevarsi al cielo trova una crassa controparte terrena nell’orizzontalità di assemblee disorientate da una mistagogia immanente. Del resto un vituperato alleluia elettrotecnico, che ha rovinato generazioni di pargoli innocenti, in anticipo sul mantra sinodale cantava: “Perché la festa siamo noi, che camminiamo verso Te”. Come si sente dire troppo spesso, la liturgia deve essere costruita come festa tutta mondana pervasa da una gioia scomposta, perché concepirla come sacrificio salvifico del Calvario è una visione superata e indietrista (per citare l’Augusto trapassato). Quindi, come previsto dal copione dei migliori intrattenimenti da villaggio turistico, un canto coinvolgente e un po’ sguaiato è indice di gradimento, purché si vada a tempo e si attacchi tutti insieme. Bando alla devozione, al raccoglimento, alla preghiera silenziosa, alla crescita spirituale e all’apertura trascendente, ciò che conta sono le relazioni di buon vicinato, la stretta di mano prima dell’offertorio, i sorrisi (tirati) d’ordinanza e un’iperattività tutta di facciata.

Ecco l’uovo di Colombo, l’intuizione profetica: il direttore del canto assembleare, un “facilitatore” che nel sessantesimo anniversario della conclusione del Concilio Vaticano II ne perpetua lo spirito mefitico. E da questo un corollario di soluzioni altrettanto improbabili, ma politicamente correttissime: in nome di un’inculturazione a senso unico vengono proposti balli, danze tribali e tamburi non già nelle celebrazioni allestite per gruppi omogenei di fedeli ma un po’ dappertutto; non contano più la professionalità, gli studi o l’attinenza al calendario liturgico, perché ciò che ora importa è non cadere nella “ricerca di specialisti che vengano da fuori per fare una prestazione occasionale”. Come sempre c’è spazio per todos, todos, todos (“persone che, in seno alla comunità, abbiano il gusto dell’unità armonizzando sensibilità, storie e provenienze differenti”) tranne per chi ha una visione divergente, con l’aggravante che questa volta viene proposta una soluzione che dovrebbe risolvere (e non risolve) un problema che esiste solo nelle orecchie di chi lo vuole sentire. Dobbiamo purtroppo registrare un passo indietro rispetto alla bella lettera “Cantate, cantate al Signore!” che l’arcivescovo Delpini pubblicò nel novembre 2021 – distribuendone una copia ai direttori dei cori incontrati in occasione delle visite pastorali – nella quale la polifonia, l’organo, un sano alternatim fra schola e assemblea venivano ancora proposti come esempi per un celebrare dignitoso, consapevole e armonico.

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