di Chris Jackson
Nella sua lettera al seminario di Trujillo, Leone XIV dipinge una visione idilliaca della formazione sacerdotale: suona più come un opuscolo per un ritiro gesuita che come un manuale per soldati di Cristo. Parla di “rettifica interiore”, “libertà dall’ambizione” e “obbedienza trasparente”. Bellissime parole, se non fossero inserite in un sistema che prevede come primo atto di obbedienza quello vero il Concilio Vaticano II, che ha distrutto l’obbedienza stessa.
Il seminarista descritto da Leone non è san Giovanni Maria Vianney, forgiato dalla penitenza e dal fuoco, ma un uomo moderno e sensibile che impara il “discernimento” e il “dialogo”. Sparito il linguaggio del sacrificio, della gerarchia e della grazia come potere, al suo posto ecco un’antropologia terapeutica: il sacerdote come facilitatore consapevole, che gestisce le emozioni, esamina le motivazioni e impara a non essere “ambizioso”. La “rettitudine d’intenzione”, tanto elogiata, è psicologica piuttosto che morale: una sorta di autenticità vocazionale slegata dalla verità oggettiva.
Persino la vita intellettuale, un tempo coronamento della formazione seminaristica, è ridotta a “studio come forma d’amore”. Sembra nobile finché non si ricorda che il curriculum seminariale moderno tratta Rahner come un Padre della Chiesa e Tommaso d’Aquino come un reperto storico. L’elogio di Leone alla “fedeltà al Magistero” suona vuoto dal momento che quel Magistero ora benedice l’eresia sotto l’etichetta di accompagnamento.
Questo è il prete moderno: sincero, obbediente al processo, formato per amare tutti tranne coloro che credono ancora in ciò che la Chiesa un tempo insegnava.
Pasqua senza Ascensione
L’udienza generale di Leone sulla Risurrezione propone il suo tema preferito: un Cristo che salva tutti in virtù della sua esistenza. Ripete che “ogni giorno è Pasqua”, che “nessuna realtà contingente ci soddisfa” e che la Risurrezione è “la notizia più bella e travolgente della storia”. Il risultato? Non l’esultanza per la vittoria sul peccato, ma una consolazione esistenziale per le ansie dell’uomo moderno.
Quando la Croce si limita a “trasfigurarsi nella Via della Luce” cessa di essere un riscatto e diventa emozione. Il Cristo di Leone XIV non vince: si limita ad accompagnare. La Risurrezione non rivendica più la verità; relativizza la tragedia. L'”annuncio pasquale”, ci viene detto, è “cura e guarigione”, non pentimento e conversione.
Il messaggio è meramente teilhardiano: Cristo come processo, non Persona; salvezza come ottimismo cosmico, non giustizia divina. Se “ogni giorno è Pasqua”, allora nessun giorno richiede il Venerdì Santo.
Sinodalità come ecumenismo, ecumenismo come sinodalità
Il discorso di Leone al comitato ecumenico europeo offre la sintesi più esplicita della sua teologia: «Nella Chiesa cattolica, il cammino sinodale è ecumenico, così come il cammino ecumenico è sinodale». Con questa sola frase i confini della Chiesa si dissolvono completamente.
Leone elogia la revisione della “Charta oecumenica” come una “visione condivisa sulle sfide contemporanee”, definendola uno “sforzo sinodale di cammino comune”. Qui il Concilio di Nicea non è un modello di chiarezza dogmatica, ma uno sfondo per “incontrarsi e pregare con i Capi delle Chiese” per celebrare “Gesù Cristo come nostra Speranza”. Speranza in cosa? Non nella conversione, ma nella coesistenza.
La vera confessione nicena, consubstantialem Patri, è stata sostituita da un minimalismo ecumenico. La nuova “ortodossia” è semplicemente “dialogo”. E il dialogo, per definizione, non finisce mai.
Una nuova ecclesiologia in miniatura
Anche la lettera apparentemente di routine che conferma l’elezione dell’arcivescovo maggiore greco-cattolico rumeno porta con sé lo stesso DNA. Leone prega affinché egli “promuova la comunione e la missione” e “prosperi memore dei tanti martiri”. Eppure i martiri che invoca sono morti piuttosto che sottomettersi allo scisma. Oggi ai loro successori viene chiesto, in nome della fraternità, di onorare l’unità con quegli stessi scismatici.
L’intera struttura dell’autorità postconciliare esiste ora per affermare la propria inclusività. In ogni conferma episcopale, ogni comitato sinodale, ogni stretta di mano interconfessionale ognuno è un sacramento della nuova ecclesiologia, in cui la verità si riduce all’esperienza di stare insieme.
Le sorelle dello spirito del 1968
Ed eccoci, infine, al discorso di Leone alle Religiose di Gesù e Maria e alle Suore Scalabriniane, parole che completano il quadro. Il papa celebra il loro “coraggio di cercare il volto di Dio nei fratelli e nelle sorelle bisognosi” e le invita a lasciarsi guidare nel loro discernimento da “Rut” e “dai discepoli di Emmaus”. Il vecchio linguaggio della clausura e della contemplazione è scomparso. Queste non sono spose di Cristo, ma assistenti sociali in abito.
Leone mette in guardia contro la “sicurezza”, li esorta ad “avventurarsi su nuovi sentieri” e cita la definizione di santità di Francesco come “ricerca del volto di Dio negli altri”. È la teologia della trascendenza orizzontale: il divino rivelato nel prossimo, non adorato nel tabernacolo. Persino la preghiera è funzionalizzata: “Le intuizioni del Capitolo si acquisiscono in ginocchio”, afferma, ma la preghiera è al servizio del processo, non il contrario.
È la spiritualità perfetta per una Chiesa che ha trasformato la santità in un seminario di gestione.
Il Vangelo secondo Leone
In tutti questi testi lo schema è inconfondibile. Il seminarista, il vescovo, la suora e l’ecumenista ricevono tutti lo stesso comando: ascoltare, discernere, camminare insieme. La Chiesa moderna non predica più “pentiti e credi”, ma predica “rifletti e condividi”.
La teologia leoniana della formazione, della Risurrezione e dell’unità ruota tutta attorno a un dogma centrale: la Chiesa deve evolversi attraverso un dialogo perpetuo. È l’anticattolicesimo della riforma cortese: dolce nel tono, totale nell’effetto. La rivoluzione è completa quando i fedeli la scambiano per fedeltà.