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Modesta proposta: un chiarimento ufficiale sulla Nota «Mater populi fidelis»

di padre Santiago Martín

Dalla pubblicazione della Nota dottrinale «Mater populi fidelis» non hanno cessato di susseguirsi reazioni negative, diverse da quelle suscitate dalla «Fiducia supplicans», direi meno gerarchiche e più popolari. Sono stati molti gli articoli, anche di teologi, che hanno criticato la Nota e hanno difeso sia il titolo di corredentrice sia quello di mediatrice di tutte le grazie applicato a Maria. Tutti concordano sul fatto che non può esserci il minimo dubbio: Cristo è l’unico redentore e l’unico mediatore. Nessuno lo mette in dubbio e, se l’obiettivo della Nota era quello di riaffermare tale verità essenziale della nostra fede, essa è stata diretta contro un nemico che non esiste. Nessun cattolico che ama la Santissima Vergine, tra cui il sottoscritto, nega questa verità e sono sicuro che tutti accettiamo la subordinazione di Maria al suo divino Figlio. Lei non è una dea, ma la schiava del Signore, e questa è la sua più grande gloria e il suo titolo migliore, quello che lei stessa si è attribuita.

Pertanto, pensando di placare le acque teologiche agitate e di aiutare il papa nella sua missione di pacificare e unire la Chiesa, oltre che di tranquillizzare il popolo e rendere giustizia a Nostra Madre, desidero chiedere umilmente che il Dicastero della dottrina della fede emetta un chiarimento alla Nota. Lo ha già fatto con «Fiducia supplicans», quindi non sarebbe una novità se lo facesse ora. Si potrebbe dire, ad esempio, che corredentrice equivale a collaboratrice, una collaborazione così essenziale e indispensabile che, senza di essa, il Redentore non avrebbe potuto nascere e, quindi, non avrebbe potuto compiere la sua missione redentrice. È così difficile comprendere la corredenzione in questo senso di collaborazione singolare e indispensabile? Si potrebbe anche approfondire il tema della collaborazione con la redenzione attarverso la sofferenza di Maria ai piedi della croce, ma non solo in quel momento. So che molti affermano che associare la redenzione alla croce di Cristo implica credere in un Dio non misericordioso ma giustiziere, che esige una vittima propiziatoria per placare una sete che sarebbe più di vendetta che di giustizia. Tuttavia, l’unione della redenzione con la morte del Signore sulla croce non è forse una costante sia nella Parola di Dio che nell’insegnamento ininterrotto della Chiesa? La giustizia e la misericordia sono nemiche? La misericordia non ha bisogno della giustizia, proprio per agire dove questa finisce? Approfondire il rapporto tra la sofferenza – in modo particolare quella di Maria – e la collaborazione alla redenzione mi sembra una questione della massima importanza. In questo modo si darebbe un senso alle immense ondate di dolore che affliggono ogni persona e l’umanità intera mostrando che tutto quel dolore non è una sventura, ma un’opportunità per collaborare con Cristo che, insisto, è l’unico redentore. Come si può negare questa collaborazione e affermare, allo stesso tempo, che Dio ha voluto contare su di noi per evangelizzare, per soccorrere chi soffre e persino per prendersi cura del creato? Perché possiamo essere collaboratori in un aspetto e non in un altro?

Per quanto riguarda la mediazione, non parliamo forse da secoli di Maria come mediatrice? Non ci sono feste liturgiche dedicate a onorarla con questa invocazione? Si dice che dia fastidio il fatto che lei sia «di tutte le grazie», ma possiamo noi dire a Dio cosa deve fare e porre limiti alla sua volontà? E se Dio, nel suo amore provvidente, ha oluto che fosse sua Madre, una donna, a mediare tra lui e gli uomini, come mediatrice delle grazie che provengono da lui, chi siamo noi per impedirglielo?

Sicuramente non mi daranno ascolto, ma credo che sarebbe bene per tutti pubblicare un chiarimento, insistendo sul fatto che Cristo è l’unico redentore e mediatore, ma che la Santissima Vergine, sua Madre Immacolata, è una collaboratrice essenziale, da lui amata in questo modo, nell’opera che il Figlio, e con lui il Padre e lo Spirito, compiono per la salvezza degli uomini.

Concludo con un altro argomento: le elezioni della Conferenza episcopale degli Stati Uniti. È stato eletto, ancora una volta, un vescovo conservatore e, anche se la sua vittoria sul principale rivale non è stata così schiacciante come in altre occasioni, bisogna constatare che anche il secondo in termini di voti, nuovo vicepresidente, è conservatore. Curioso l’intervento del nunzio prima delle votazioni, che ha chiesto di essere fedeli a papa Francesco e ha assicurato che papa Leone è una sorta di “nuovo Francesco”, con modi diversi ma con le stesse idee. Che sia chiaro che sono loro a dirlo, i presunti amici del defunto pontefice e del nuovo. I quali dicono esattamente la stessa cosa di coloro che criticano Leone perché lo vedono come un continuatore del suo predecessore.

Mi sembra quantomeno poco elegante – e, si è visto, anche poco utile – continuare a parlare del defunto pontefice quando abbiamo un nuovo papa da sei mesi. Credo che, per il bene di tutti, sia necessario voltare pagina e smettere di paragonare Leone agli uni e agli altri. Per dargli la possibilità di essere se stesso.

 

Aldo Maria Valli:
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