Dal Verbo incarnato all’idea etica: il neo-modernismo cristologico di Vito Mancuso
di Daniele Trabucco
L’operazione teoretica che struttura “Gesù e Cristo”, l’ultima opera di Vito Mancuso, si presenta con una chiarezza programmatica: si tratta di separare con rigore il Gesù della storia dal Cristo dell’idea, di distinguere “Storia” e “Idea” per poi ricomporle in una nuova sintesi giudicata più adeguata alla coscienza contemporanea.
Gesù viene descritto come frammento storico finito, profeta ebreo sconfitto, ucciso all’interno di un conflitto insieme religioso e politico; Cristo, invece, è la figura teologica che nasce dall’interpretazione post-pasquale, principio di senso che oltrepassa lo spazio e il tempo, paradigma universale di salvezza elaborato progressivamente dalla comunità credente.
In questa prospettiva, l’intera tradizione neotestamentaria è letta come intreccio di questi due livelli: da un lato il rabbi di Nazareth, dall’altro il Cristo della fede, posto al centro soprattutto dalla riflessione paolina, che concentra il proprio sguardo sulla morte “per i nostri peccati” e sulla risurrezione. La svolta decisiva, tuttavia, non è solo esegetica, bensì teoretica.
L’autore esplicitamente rinuncia alla copula “è”, che esprime l’identità ontologica tra Gesù e Cristo, e la sostituisce con la congiunzione “e”, che segnala la coesistenza di due dimensioni da mantenere distinte e da armonizzare in una prospettiva “a prevalenza Cristo”. Cristo diventa così l’Idea, la forma eterna di salvezza; Gesù ne è la manifestazione storica in un determinato contesto culturale. La salvezza non scaturisce più propriamente da un evento redentivo unico, ma dall’adesione dell’uomo a una “logica eterna del bene” che attraversa da sempre il reale e che in Gesù-Cristo viene resa trasparente.
In coerenza con questo impianto, viene negato che la croce sia sacrificio propiziatorio e che esista un vero nesso causale tra la morte del Figlio e la riconciliazione dell’umanità con Dio; la redenzione, intesa come evento oggettivo, viene dichiarata teologicamente opaca ed eticamente inaccettabile. Ciò che resta è “salvezza senza redenzione”: realizzazione dell’uomo attraverso la vita buona e giusta, illuminata da una figura simbolica massimamente significativa.
Su questo sfondo l’impianto di Gesù e Cristo si mostra, in termini strettamente teoretici, come una ripresa aggiornata delle strutture profonde del modernismo condannato dal grande papa san Pio X con la nota lettera enciclica “Pascendi” del 1907. L’elemento soprannaturale viene assorbito nell’orizzonte dell’immanenza: la salvezza non discende più dalla libera iniziativa di Dio che interviene nella storia elevando la natura mediante la grazia, ma coincide con un processo etico-spirituale già inscritto nella trama dell’essere. L’ordine soprannaturale non è più “sovrabbondanza” gratuita rispetto alla natura; viene reinterpretato come il lato spirituale di un dinamismo cosmico universale.
Il cristianesimo perde così il carattere di economia singolare della grazia e si lascia comprendere come una delle molte forme in cui la medesima energia spirituale universale si è manifestata, in dialogo con le altre religioni, tutte ricondotte a diverse declinazioni della stessa esperienza fondamentale.
Le conseguenze cristologiche sono radicali. La definizione calcedonese dell’unica persona in due nature presuppone un robusto realismo ontologico: il Verbo, persona divina realmente distinta, assume una natura umana completa, e in questa unione ipostatica si dà la possibilità della redenzione. In Gesù e Cristo, al contrario, la categoria decisiva non è più quella di natura, bensì quella di relazione. Cristo non è anzitutto il Verbo consustanziale al Padre, bensì la figura simbolica e spirituale della relazione piena con l’Assoluto; Gesù è l’esempio storico di una tale relazione portata al suo compimento. L’Incarnazione non indica più un atto ontologico – il Verbo che si fa carne – bensì la massima intensità di trasparenza etica e spirituale dell’uomo rispetto al divino. La formula “vero Dio e vero uomo” viene, di fatto, svuotata del suo contenuto metafisico e ricondotta a linguaggio della coscienza credente. Ciò che conta non è ciò che Cristo è in sé, ma ciò che Cristo significa per la coscienza e per la prassi.
Proprio questo passaggio dalla verità oggettiva alla funzione simbolico-esistenziale del dogma costituisce il nucleo del modernismo. Il dogma non è più proposizione vera che vincola l’intelligenza alla realtà di Dio, bensì espressione storica di un’esperienza religiosa primordiale, sempre riformulabile alla luce delle esigenze della coscienza e della cultura. Se la configurazione tradizionale del rapporto Gesù/Cristo è giudicata “insostenibile” per l’uomo odierno, il compito della teologia non consisterà più nell’intelligere l’evento rivelato nella sua oggettività, ma nel generare nuove forme di linguaggio religioso che suscitino speranza, senso, orientamento. Il criterio ultimo non sarà la Tradizione apostolica, ma la coscienza: ciò che non “parla” alla sensibilità contemporanea viene rielaborato o abbandonato.
La figura di Cristo, a questo punto, diventa paradigma di umanità compiuta, non soggetto eterno che entra nella storia per trasformarla dall’interno.
In questa prospettiva, il giudizio negativo sulla redenzione si illumina in tutta la sua portata. Se la salvezza coincide con la vita buona, se l’asse è l’etica e non l’evento, allora non può esservi un atto storico singolare che segni una reale frattura soteriologica. La morte in croce non è atto sacerdotale che offre riparazione unica e definitiva per il peccato, ma gesto estremo di coerenza morale, testimonianza suprema della logica del bene. L’idea stessa di un Dio che esige il sangue del Figlio viene respinta come incompatibile con un’immagine razionale e moralmente accettabile del divino.
Si assiste qui a una doppia operazione: da un lato viene rifiutata ogni concezione sacrificale della croce; dall’altro, viene negato che vi sia, nella storia, un evento oggettivo in cui la grazia si manifesta come giudizio e misericordia. La storia della salvezza si trasforma in storia della presa di coscienza etica dell’umanità.
Sotto il profilo della teologia cattolica, ciò rappresenta un vero rovesciamento dell’intera architettura soteriologica. La tradizione ha sempre inteso la giustificazione come effetto della mediazione unica di Cristo, Sacerdote e Vittima, la cui offerta si rende presente nel tempo mediante i sacramenti, e in particolare nell’Eucaristia. L’ordine sacramentale, in questa visione, non è un repertorio di simboli, ma il modo stesso in cui l’evento pasquale si rende contemporaneo. Se si svuota la croce della sua efficacia redentiva, l’intero ordine sacramentale si riduce a memoria edificante o a rito di sostegno esistenziale; la Chiesa non è più “sacramento universale di salvezza”, ma comunità spirituale tra le altre, luogo possibile – non necessario – in cui la coscienza può alimentarsi. Il cristianesimo viene riassorbito nella categoria più ampia di “spiritualità universale”, e la differenza cristiana si attenua fino a diventare quasi impercettibile.
Sul piano filosofico, la coppia concettuale “Storia/Idea” è trattata con categorie chiaramente debitrici tanto dell’idealismo quanto di una visione evolutiva del reale. Cristo è l’Idea che dà forma al caos dei fatti; Gesù è il punto di massimo emergere di tale Idea nella vicenda umana. L’Incarnazione, così reinterpretata, non è più l’ingresso dell’Eterno nel tempo, ma il punto in cui la coscienza si apre pienamente alla dimensione eterna del bene. La trascendenza, in ultima analisi, si identifica con la profondità dell’immanenza. Ne consegue una cristologia essenzialmente immanentista: il Verbo non discende, ma affiora dal fondo della coscienza e della storia; non si china sulla creatura, viene riconosciuto come anima del processo cosmico. È la compiuta sistematizzazione di quel “dogma dell’immanenza” che la teologia classica, proprio per salvaguardare la realtà dell’Incarnazione, ha sempre rifiutato.
In sintesi, “Gesù e Cristo” esibisce una grande coerenza interna: data l’opzione di fondo per un cristianesimo reso compatibile con la coscienza moderna, l’intero edificio della fede viene riorganizzato attorno alla categoria di esperienza etica e di relazione. Proprio per questo, la distanza rispetto alla fede cattolica appare non accidentale, ma strutturale. La trascendenza viene dissolta nell’immanenza; il soprannaturale nella dinamica dello spirito; il Verbo incarnato nell’idea etica; la redenzione nell’autorealizzazione morale. Laddove la tradizione confessa un evento in cui Dio si compromette con la carne fino alla croce e alla risurrezione, qui emerge un paradigma in cui la carne è solo veicolo simbolico di una logica eterna del bene.
Per una teologia che voglia rimanere fedele al realismo dell’Incarnazione, il nodo è proprio questo: o si mantiene la densità ontologica del mistero – il Verbo fatto carne, morto e risorto per la salvezza del mondo – oppure si scivola verso un cristianesimo ridotto a etica alta, a spiritualità universale, a figura del desiderio umano di senso. Gesù e Cristo sceglie decisamente la seconda via. In tal modo, si colloca nel cuore di quel neo-modernismo che, pur raffinato nel linguaggio e attento alla sensibilità contemporanea, finisce per consegnare il cristianesimo alla pura immanenza della coscienza, privandolo della forza paradossale e salvifica del Dio che entra realmente nella storia.



