Parrocchie senza preti, trans in Vaticano, piume d’aquila, sacralità della Madre Terra. La normalità della chiesa sinodale

Monsignor Josef Grünwidl, il nuovo arcivescovo di Vienna scelto da papa Leone, ha dichiarato alla televisione di Stato austriaca che dovremmo smettere di pensare alla Chiesa “in termini di sacerdoti” e concentrarci invece sulle parrocchie che “restano vive a livello locale, anche se non c’è un sacerdote presente ogni domenica”. Il suo piano è quello di “dare il potere” ai laici, uomini e donne laici, perché sostengano e organizzino la vita parrocchiale quando il sacerdote è assente.

Notare il tipo di analisi. La crisi non è inquadrata nell’apostasia, non si parla del crollo delle vocazioni e dei decenni di abusi liturgici. L’importante è tenere in vita apparente una parrocchia che in realtà, non avendo il sacerdote, è già morta perché non ha l’eucaristia. Prendiamo una stola, mettiamola addosso a un laico, uomo o donna, e il gioco è fatto.

Il sacerdote è facoltativo. L’importante è che ci sia il consiglio pastorale. Il sacerdote, non più alter Christus e non più centro della vita di fede, diventa un ospite di passaggio. Che ci sia o non ci sia non fa differenza.

Così si passa, giorno dopo giorno, da una Chiesa che si riunisce davanti all’altare a una comunità sinodale riunita attorno al tavolo della sala riunioni.

E mentre a Vienna le domeniche senza sacerdote sono ormai normalizzate, a Roma il gruppo di studio sinodale sul diaconato femminile annuncia: i vari contributi sono stati inviati alla commissione e i risultati li avremo presto, nei prossimi mesi.

Staremo a vedere, ma la via in realtà è già segnata. La relazione intermedia sul lavoro dei gruppi di studio parla della “partecipazione delle donne alla vita e alla guida della Chiesa”, descrive l’omosessualità come una “questione emergente” e chiede un ulteriore “decentramento” dell’autorità liturgica insieme all'”ospitalità eucaristica” per le famiglie di confessione mista. La dottrina? Non più qualcosa di certo e stabile, ma materia malleabile, da trasformare a seconda delle “sfide”.

Al centro c’è l’idea di “pastoralità” come “orizzonte interpretativo” per un “cambio di paradigma” nel rapporto tra dottrina e vita. Ecco le parole magiche. Non c’è più un orizzonte sacramentale a cui fare riferimento. C’è solo la ricerca di vie per applicare ciò che l’ideologia modernista ha già stabilito a tavolino nella sua ottica tutta orizzontale. La questione del diaconato femminile non ha più nulla a che fare con l’ordine sacro: riguarda solo il problema di come la Chiesa possa “ascoltare” le donne. Allo stesso modo, l’omosessualità non ha più nulla a che fare con il peccato e l’eventuale pentimento, ma solo con l’”ascolto” di identità che vanno riconosciute in quanto tali.

Un tempo l’esperienza era giudicata alla luce della fede. Nella nuova religione la fede è giudicata alla luce dell’esperienza. Di qui la ricerca di soluzioni adeguate.

Ciò che vale per diaconesse e omosessuali vale per tutto il resto, a partire dall’ossessione ambientalista. E così ecco il papa (che tempo fa ha benedetto un blocco di ghiaccio) rivolgersi alle “Chiese del Sud del mondo” riunite durante la Cop30 (la conferenza annuale delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici) per raccomandare l’urgenza di mantenere l’aumento della temperatura del pianeta al di sotto degli 1,5 gradi centigradi, come previsto dall’Accordo del 2015. Questo, secondo il papa, “il nostro strumento più forte per proteggere le persone e il pianeta”. E nessuno ormai si stupisce che il papa si esprima così.

E veniamo al pranzo per i poveri organizzato da Leone in occasione del Giubileo nell’Aula Paolo VI. Circa milletrecento gli ospiti, tra cui migranti, senzatetto, disabili e un gruppo di uomini che si identificano come “donne transgender”.

Tutto bene, tutto bello? La stampa laicista, nostalgica di Bergoglio, non è stata di questo avviso. Gli attivisti sarebbero stati “snobbati” da Leone perché nessun trans si è seduto al tavolo del papa, come succedeva con Francesco. Il cardinale Konrad Krajewski (l’uomo dei poveri) si è affrettato a rassicurare: solo una questione logistica, anche perché i trans sono arrivati in ritardo, ma “la Chiesa resta aperta a tutti”, ci mancherebbe.

Siamo al grottesco. La Chiesa ha sempre dato da mangiare ai poveri e ha sempre parlato con i peccatori, e senza telecamere al seguito. Francesco e Leone non hanno inventato niente. Anzi sì: hanno inventato l’approvazione pubblica del peccato. La stampa ci ha fatto sapere che i travestiti erano quarantotto. Benissimo. Nel frattempo, chi vuole celebrare una santa messa tradizionale senza piegarsi all’accettazione del Vaticano II deve scendere nella catacomba, perché la Chiesa aperta e inclusiva alla fin fine le sue chiusure le ha. E sono alquanto rigide.

Il pranzo dei poveri in Vaticano, chiaramente, non è carità. È spettacolo a beneficio della costruzione della nuova religione.

Se si vuol vedere a che cosa porta tutta questa “cura pastorale” si può guardare alla diocesi di Charlotte.

Da quando, nel 2017, la chiesa di Saint Mark a Huntersville aveva ripristinato le balaustre, la devozione aveva fatto registrare progressi impensabili. Le persone erano tornate a inginocchiarsi e a ricevere la santa comunione sulla lingua. La riverenza era aumentata e i fedeli erano felici.

Poi è arrivato il nuovo vescovo, Michael Martin. Il quale ha pensato bene di vietare le messe tradizionali nelle parrocchie, ha emarginato gli amanti della tradizione in una cappella periferica e infine ha scritto una lettera “pastorale” (i cui contenuti sono trapelati) al fine di scoraggiare l’uso delle balaustre, limitare l’uso del latino nel novus ordo, incoraggiare il ricorso ai ministri laici della comunione e sottolineare la necessità di essere leali al Concilio Vaticano II.

E nella chiesa di Saint Mark che cosa è successo? Come “Duc in altum” ha già scritto, il parroco, padre John Putnam, ha annunciato che dalla prima domenica d’Avvento si smetterà di usare la balaustra, e non perché lui sia convinto dell’idea ma per “obbedienza” alla “prassi normativa” di stare in piedi, secondo le norme dei vescovi statunitensi.

Vedete come funziona la Chiesa sinodale? La lettera del vescovo Martin non è ancora stata diffusa, ma è chiaro che il vento va in una certa direzione e occorre adeguarsi. Lo stesso per le diaconesse: nessuna decisione, ma il vento è quello. E per i trans e gli omosessuali idem.

Qualcuno dirà: non tutto è male, guarda il bel messaggio dei vescovi messicani per il centenario (2026) della rivolta dei cristeros, in memoria dei duecentomila che morirono gridando “Viva Cristo Rey!”. Un omaggio a chi versò il proprio sangue piuttosto che accettare le imposizioni di uno Stato laicista e massonico.

Sì, ma il messaggio dei vescovi va letto bene. Quei martiri sono ricordati come testimoni della “libertà di coscienza” e della “libertà religiosa”. Come se fossero caduti perché il Messico moderno potesse vivere nel pluralismo religioso garantito dallo Stato. Ma non è così. I cristeros sono morti perché credevano nella regalità sociale di Cristo e si battevano per un governo che la riconoscesse pubblicamente e vi si sottomettesse. E oggi la loro memoria viene usata per consacrare l’ordine liberale, proprio quell’ordine contro cui essi si batterono fino a dare la vita.

Ed eccoci in Canada, dove padre Susai Jesu, indiano, missionario oblato di Maria Immacolata, è stato nominato da Leone arcivescovo metropolita di Keewatin-Le Pas.

Finora parroco della Sacred Heart of the First Peoples nell’arcidiocesi di Edmonton, padre Susai Jesu si è distinto per la promozione del sincretismo: rito delle bruciature, uso delle percussioni, cerimonie con piume d’aquila, simboli indigeni sull’altare. Il tutto in nome della inculturazione. Ma è così?

La Chiesa cattolica dovrebbe battezzare la cultura locale, trasformandola alla luce del Vangelo e della redenzione. Qui invece è la cultura locale – pagana – che si impossessa della Chiesa e la trasforma in ciò che non è e non può essere.

A quali spiriti, esattamente, ci si rivolge durante le messe proposte da padre Susai Jesu? Di quale “purificazione” si parla? Le piume d’aquila sono suggestive, ma che cosa rappresentano? Le aquile nella cosmologia precristiana sono esseri che mediano tra l’uomo e il Grande Spirito. E tutto ciò che cosa ha a che fare con la Trinità?

Più certi simboli entrano nel santuario, più la Chiesa arretra. Le parole stesse, come riconciliazione, guarigione e cammino, assumono significati nuovi, che non hanno più nulla a che fare con la dottrina cattolica.

Direte: ma la nomina di quel vescovo riguarda una lontana provincia canadese. Non è vero. Tutto si tiene. La nomina di quel vescovo è un messaggio rivolto alla Chiesa intera. Nel momento stesso in cui la santa messa tradizionale è perseguitata ed emarginata, si promuove il sincretismo. Siamo sempre lì, come con la pachamama, come con i riti amazzonici.

A conferma, ecco il numero di novembre di “Donne Chiesa Mondo”, il supplemento mensile dell’”Osservatore Romano”, dedicato alle “Figlie di Madre Terra”.

Tema: “Nella Terra c’è il respiro del Dio Creatore”. Svolgimento: i popoli indigeni, poiché “percepiscono la sacralità della Terra”, sono “grandi maestri”.

Una religiosa, tale suor Adele Howard, racconta di aver sentito personalmente i “sussurri della creazione” e le “lacrime” della Terra dopo l’incontro con un anziano aborigeno capace di individuare la presenza del “Serpente Arcobaleno”. E la risurrezione? “È energia che si rigenera costantemente”, energia cosmica rigenerativa.

Non è necessario continuare. Ripeto: tutto si tiene. La nostra fede viene svuotata dall’interno, giorno dopo giorno. La messa stessa è trasformata. E allora che cosa volete che siano quarantotto travestiti a pranzo in Vaticano? Perché vi scandalizzate, vecchi bacchettoni? Non sapete che non ci sono più separazioni rigide, che tutto è fluido, che non esiste una legge morale oggettiva perché nessuno possiede la verità tutta intera?

E a completamento del puzzle, ecco l’incontro di Leone con la cantante Laura Pausini, cattolica devota ma anche eroina dell’attivismo omosessuale, alla quale a quanto pare il papa ha confessato di essere un suo fan. Ovvero fan di chi si oppone pubblicamente all’insegnamento della Chiesa su famiglia, contraccezione, aborto e sodomia.

Come scrive Chris Jackson, alle cui riflessioni devo in gran parte quanto vi sto proponendo, la questione non è se la crisi sia reale. La questione è per quanto tempo i cattolici continueranno a fingere che questo sia solo un momento difficile in un sistema altrimenti sano, piuttosto che il frutto marcio di un albero piantato sessant’anni fa. I martiri del Messico sapevano cosa gridare mentre morivano: “Viva Cristo Re!”.

Secondo Jackson, ci stiamo avvicinando al punto in cui ripetere quel grido sarà sufficiente per marchiarci come nemici della nuova religione sinodale e inclusiva. Mi permetto di correggerlo: non ci stiamo avvicinando, ci siamo già.

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Nella foto, il nuovo arcivescovo di Keewatin–Le Pas (Canada) alle prese con le piume d’aquila

 

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