A Roma apre il Mupa, Museo del patriarcato

di Vincenzo Rizza

Caro Aldo Maria,

il Comune di Roma ha annunciato che il 20 novembre è stato inaugurato il Mupa, il Museo del patriarcato.

Non si tratta, naturalmente, di un museo che spiega lo ius familiae nell’antica Roma o l’età patriarcale fino a san Giuseppe. Si tratta, invece, di una specie di parco a tema ideologico, una Disneyland moderna della colpa collettiva “che ci trasporta nel passato recente — quello dell’Italia patriarcale del XX e XXI secolo — per osservare da vicino le tracce di un sistema di potere fondato sulla discriminazione e sull’oppressione delle soggettività marginalizzate per la propria identità di genere!.

“Reperti autentici, opere e testimonianze restituiscono l’atmosfera degli anni ’20 del 2000, tra dinamiche familiari, stereotipi di genere e violenza normalizzata. Un viaggio tra gli oggetti, i gesti e le parole che hanno plasmato la cultura patriarcale, per ricordare quanto sia necessario che resti un capitolo storico definitivamente chiuso. La mostra invita a osservare criticamente il passato per riflettere sul presente e sul futuro”

Leggo sul sito di Actionaid, organizzatrice dell’evento, che il museo sarà visitabile nientepopodimeno che “in anteprima mondiale” fino al 25 novembre.

Sei giorni intensi di performance, installazioni e conferenze che partendo da un lontano futuro (il 2148) intendono spiegare al vulgo pidocchioso e ignorante l’arretratezza dei nostri tempi, ancora legati a tempi bui, e la superiorità delle teorie gender: si proietta sul domani la presunta egemonia morale di chi oggi si crede investito di una missione salvifica e usa il futuro come specchio per autorappresentarsi come l’unico illuminato in mezzo a un’umanità ottusa.

Non oso immaginare quali terribili simboli saranno esposti nel museo, nella moderna stanza degli orrori, per ammonire le future generazioni dai pericoli del patriarcato: forse una cravatta, simbolo della prevaricazione maschile sulla donna, forse un vocabolario del 2000, contenente ancora la parola “uomo” senza avvertenze sulla sua pericolosità, forse una pentola, prova inconfutabile dell’oppressione domestica, forse una culla, visto che qualcuno pretende ancora che solo le donne possano essere madri, o forse mattoncini Lego, esempio supremo di discriminazione di genere perché qualcuno ha avuto l’ardire di chiamare maschio l’incastro superiore e femmina quello inferiore.

Posso invece immaginare il contenuto degli eventi organizzati, tra cui:

  • il workshop “Per piacere, uno shooting femminista”, “un’esperienza che parlerà di che cos’è la bellezza, di corpi e di sorellanza” rigorosamente riservato “a donne e persone che si identificano come non binarie”;
  • il talk “Corpi sotto controllo: potere, sguardi e libertà”, un dialogo “su come il controllo dei corpi venga esercitato attraverso lo sguardo, la rappresentazione e le norme, e su come ribaltare queste dinamiche attraverso pratiche di resistenza, autoconsapevolezza e libertà. Perché disobbedire col corpo, si può” e infine
  • l’imperdibile laboratorio “Ricamo erotico selvaggio” volto a ribaltare i “vecchi schemi che lo vogliono una tecnica per donnine ben educate” e sprigionare “il suo potenziale creativo punk e soprattutto erotico”.

Insomma, un percorso autocelebrativo che per un verso intende criticare e ridicolizzare i rigidi modelli del passato e per l’altro vuole imporre una visione opposta ma ancora più rigida (e mi sia consentito, ridicola) in cui il mondo si divide semplicisticamente tra vittime per definizione e colpevoli “a prescindere”, in cui alcuni gruppi sono già stati assolti e altri già condannati senza appello.

Il Mupa si autoproclama museo del futuro, quando in realtà è uno stantio reperto del presente, con narrazioni stereotipate e indignazione prefabbricata elevata a virtù, che pretende di smascherare le strutture di potere inventandone di nuove, più rigide e più pericolose. Se questo è il futuro, francamente preferisco il passato.

 

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