Curia romana e nuova Babele
di Vincenzo Rizza
Caro Aldo Maria,
è stato recentemente pubblicato il nuovo Regolamento generale della Curia romana che sostituisce il precedente del 1999.
Si applica alle istituzioni e agli uffici che compongono la Curia romana, ovvero la Segreteria di Stato, i Dicasteri, gli Organismi di giustizia e gli Organismi economici.
Non entro nel merito del regolamento ma trovo piuttosto bizzarro l’art. 50 che disciplina le “Lingue in uso”. Il precedente regolamento chiariva che i Dicasteri della Curia romana dovessero redigere i loro atti “di regola … nella lingua latina, potendosi usare anche le lingue oggi più diffuse sia per la corrispondenza sia, secondo le esigenze, per la redazione di documenti” (art. 144, §1). Il nuovo regolamento prevede che “Le Istituzioni curiali redigeranno di regola i loro atti nella lingua latina o in altra lingua”.
La regola non è più la lingua latina o, “secondo le esigenze”, le lingue oggi più diffuse, ma la lingua latina o genericamente ogni “altra lingua”.
Qualche piccola notazione mi pare d’obbligo.
Comprendo che in Vaticano il latino è ormai lingua morta e sepolta e nessuno o quasi la conosce più. Non è un caso che quando Benedetto XVI lesse la sua famosa “Declaratio” nel Concistoro del febbraio 2013 solo pochi cardinali presenti capirono il significato delle sue parole. Non è un caso, ancora, che molti documenti del pontificato di Francesco siano stati scritti in spagnolo.
Tralascio, poi, ogni considerazione sulle ragioni per cui il latino è stato per secoli utilizzato per garantire unità, stabilità e neutralità dottrinale e oggi è di ostacolo per chi vuole smantellare duemila anni di tradizione.
Trovo, tuttavia, alquanto ridicolo che si parli nel regolamento del latino o genericamente di altre lingue (senza neppure riferimenti alle “più diffuse”) per redigere gli atti delle istituzioni curiali. Come se potessero essere redatti atti ufficiali non utilizzando alcuna lingua. A meno che qualcuno non stesse già immaginando documenti in stile Ikea, fatti di schemi visivi, pittogrammi, disegnini e, perché no, emoticon.
Il mancato riferimento alle lingue più diffuse, ancora, consentirà la redazione di atti ufficiali in maltese, islandese o inuktitut e (perché no) in klingon o in sindarin? Tanto sarà poi cura dei solerti traduttori vaticani assicurare che “i principali documenti destinati alla pubblicazione siano tradotti nelle lingue oggi più diffuse” (così l’art. 50, §3, già art. 144, §3 del precedente regolamento).
È la nuova Babele: si moltiplicano le lingue e si perde l’unica che garantiva unità e universalità, in una confusione linguistica che riflette quella dottrinale dei nostri giorni.



