di Vincenzo Rizza
Caro Aldo Maria,
il cardinale Fernández dopo mesi di silenzio è entrato in piena fase creativa, con l’obiettivo di portare a termine i compiti che il suo mandante gli aveva assegnato. Sta così sfornando a raffica documenti che erano stati lasciati solo temporaneamente nel cassetto.
Fernández avrà tanti difetti ma non gli manca certo la coerenza… nell’incoerenza. Così, come già in passato con “Fiducia supplicans”, ha cercato di difendere la sua nuova creatura “Mater populi fidelis” con argomenti ancora più incoerenti di quelli utilizzati nella nota.
In un recente scambio avuto con la giornalista Diane Montagna ha infatti sostenuto, tra l’altro, che: nella stesura del documento sarebbero stati consultati “molti, molti” mariologi; l’inopportunità di usare il termine corredentrice non si riferirebbe al passato (visto che papi e santi lo hanno permanentemente utilizzato) ma al presente e al futuro (“d’ora in poi”); il termine corredentrice non sarà usato né nella liturgia né nei documenti ufficiali della Santa Sede, ma “if you, together with your group of friends, believe you understand well the true meaning of this expression, have read the document, and see that its positive aspects are also affirmed there, and you wish to express precisely that within your prayer group or among friends, you may use the title…” (“se tu, insieme al tuo gruppo di amici, ritieni di aver compreso bene il vero significato di questa espressione, hai letto il documento, e vedi che anche lì ne vengono affermati gli aspetti positivi, e desideri esprimere con precisione questo concetto all’interno del tuo gruppo di preghiera o tra amici, puoi usare il titolo…”).
Quanto alla consultazione di molti mariologi, l’affermazione è stata smentita da padre Maurizio Gronchi, consultore al Dicastero per la dottrina della fede, il quale ha candidamente rivelato che “non è stato possibile trovare alcun mariologo disposto a collaborare”. Non escludo, tuttavia, che il prefetto possa aver consultato “molti, molti” amici che si chiamano Mario, Maria, Mariano o Mariana, ritenendo tale nome sufficiente per un’adeguata conoscenza della Madre di Dio.
Quanto al resto, siamo alle solite: si dice una cosa, poi il suo contrario, poi una mezza via che smentisce entrambe, e infine si presenta tutto come un atto di raffinata concessione pastorale. Il titolo di “corredentrice” è ufficialmente inopportuno ma privatamente, in riunioni per lo più carbonare, consentito. Insomma: vietato, ma non troppo, preferibilmente enunciato a bassa voce e senza che altri possano sentire.
Ciò che fino a ieri era apertamente e legittimamente consentito, diventa oggi possibile occasione di scandalo, come se il vero scandalo non fosse la confusione dottrinale (ingenerata anche da documenti scritti male e interpretati peggio) ma il rischio che qualcuno si accorga che la Chiesa è stata cattolica per duemila anni.
Con il pretesto di chiarire, si smontano così secoli di tradizione. Vero che il termine è dibattuto e che sono stati chiesti in passato approfondimenti, ma dubito che chi volesse genuinamente approfondire la questione si sarebbe mai affidato al prode Fernández, costantemente impegnato in una gara contro sé stesso (evidentemente persa) per vedere fin dove possa spingersi la confusione senza apparire ridicola. Purtroppo la Chiesa di oggi è questa: da Agostino d’Ippona e Tommaso d’Aquino si passa a Tucho da La Plata, dal Doctor Gratiae e dal Doctor Angelicus si passa al Doctor Incongruentiae che dimentica che se un titolo è vero non dovrebbe essere inopportuno, se è falso non dovrebbe essere tollerato neppure nel privato.
In verità, la coerenza nell’incoerenza è stata assunta come metodo dai guardiani della rivoluzione e, mentre si gioca a proibire in pubblico ciò che si ammette in privato, resta una certezza: non è la tradizione ad aver bisogno di chiarimenti, ma chi pretende di “aggiornarla” con argomenti inconsistenti e illogici.