La recente visita di Leone XIV in Turchia è l’occasione per alcune spigolature su un paese ben più complesso di quanto si potrebbe immaginare. Ecco dunque le note di viaggio di Marco Anca, l’inviato speciale di “Duc in asltum” tra i cristiani d’Oriente.
di Marco Anca
La Turchia è un paese sorprendente. Soprattutto per chi è rimasto fermo a quanto insegnato a scuola e predicato dal mainstream, cioè che sarebbe semplicemente il paese di Ataturk – turcomanno e musulmano sunnita – con una vicenda storica che avrebbe nello stesso Ataturk la partenza e l’arrivo.
Data la storia millenaria, c’è invece molto di più, e non solo sui libri, ma anche nella realtà, sul territorio, nelle genti.
Partiamo da una regione molto interessante, quella di Tur Abdin (in siriaco “montagna dei servi di Dio”), che si trova nel Sud Est del paese, al confine con la Siria a Sud e ad Est con la regione dei curdi, quella di Dyarbakir. Le località principali sono due cittadine molto belle, Mardin e Midyat. È la regione dei siriaci.
La popolazione è cristiana di rito siriaco e di lingua siriaca, lingua aramaica. Il rito siriaco si divide, per i cattolici, in siriaco occidentale o antiocheno e in rito caldeo. I siriaci hanno la particolarità, presente nel Levante, di riti cattolici aventi una corrispondente ortodossa e viceversa a seconda della visuale. Giustamente, la tradizione siriaca è considerata il terzo polmone della cristianità.
Nel Tur Abdin i cristiani sono antiocheni, principalmente siro ortodossi, con una minoranza siro cattolica, mentre i caldei (la cui corrispondente ortodossa sono gli assiri ortodossi) sono lì una piccola minoranza, in quanto si trovano soprattutto nel Nord della Siria, in Iraq (ora in Kurdistan iracheno, in diversi villaggi della Piana di Ninive e a Baghdad città) e nel Nord dell’Iran (alcuni anche a Teheran, dove hanno un paio di chiese).
Certo, ora sono una minoranza in quanto la maggioranza nella regione è turcomanna e musulmana sunnita, ma la loro presenza è ben visibile, anche per le chiese con la loro architettura tipica (notevoli soprattutto a Midyat) e gli innumerevoli monasteri siro ortodossi della regione, sui quali è stato scritto un piccolo ma interessante libro, “Turchia. Chiese e monasteri di tradizione siriaca”, con descrizione e fotografie di ogni monastero, da monsignor Paolo Bizzeti, vicario apostolico emerito di Anatolia, e frate Sabino Chialà.
Nel 2013, quando andai in quella regione, visitai due importanti monasteri siro ortodossi, tuttora in attività. L’imponente e bellissimo monastero di Sant’Anania (Mor Hananyo Dayro in siriaco, Deir ez-Zafaran in arabo e Deyrulzafaran Manastiri in turco, curiosamente sia in arabo sia in turco viene chiamato “monastero dello zafferano”), è vicino a Mardin, e per settecento anni, fino al 1924, è stato sede del patriarcato siriaco ortodosso (ora a Damasco). Monastero quindi di grandissima importanza, al cui interno si trova il trono del patriarca.
Vicino a Midyat c’è il monastero siro ortodosso di San Gabriele (Mor Gabriel) di classica architettura siriaca (come del resto Midyat), importante non solo per la forma ma anche perché sede del vescovo siro ortodosso di Tur Abdin.
Midyat è una cittadina molto bella, con palazzi architettonicamente rilevanti (spesso vi vengono ambientate le telenovelas turche) e ben nove chiese siro ortodosse, anche se i siro ortodossi ora sono minoranza della popolazione. La comunità sta comunque crescendo con il ritorno di emigrati dall’Europa e l’insediamento dei profughi siriani di religione siro ortodossa voluto da Erdogan, che ha molta simpatia e rispetto per i siriaci antiocheni. Dunque, numeri piccoli, ma comunità viva.
All’epoca del mio viaggio feci base a Mardin, città antica e bellissima, posta su una collina e tutta salite e discese. Qui la minoranza cristiana è principalmente siro ortodossa, ma ci sono anche pochi siro cattolici, armeni cattolici e un paio di famiglie caldee, tutti con la rispettiva chiesa.
Da notare che l’imponente museo di Mardin è stato sede del patriarcato siro cattolico fino al 1920, mentre ora si trova a Beirut.
Di Mardin mi ricordo la città vecchia, un vero labirinto. Per trovare le strade chiedevo ai passanti, ma lì tutti parlano solo turco. Poi finalmente ecco una signora che conosce il tedesco. Lei chiede a un negoziante di tessuti di chiamare al telefono il mio albergo e finalmente un fattorino viene a recuperami. Nel ringraziare e salutare il negoziante, noto che l’uomo, musulmano osservante, non stringe la mano a mia moglie ma si porta la mano al petto in segno di rispetto. Cosa che ho imparato a fare anch’io in presenza di donne musulmane.
L’albergo era un edificio antico con la terrazza che dava sulla pianura mesopotamica verso la Siria, con una vista spettacolare. Lì parlavano solo turco, e alla fine ci eravamo fatti capire con qualche parola di turco alternata a gesti, e aveva funzionato. Anche l’autista, curdo, parlava solo turco, e mi ricordo che quando gli chiesi qualcosa degli yazidi me fece capire a gesti che per lui erano diavoli.
Altra curiosità: a Mardin si trova il vino assiro, che non è male. La Turchia è una grande produttrice di uva, ma produce poco vino per motivi religiosi (anche se molti turchi non disdegnano l’alcol). Gran parte dell’uva turca diventa uvetta sultanina (se ci fate caso, sulla confezione di quella che comprate al supermercato spesso trovate la Turchia come luogo di origine). Nel 2014 era stata eletta sindaco di Mardin la signora Februniye (Febronia in italiano) Akyol, giovane donna siro ortodossa.
L’autista mi portò in due posti interessanti: Hasankeyf, villaggio curdo sul Tigri, di grandissima storia, destinato ad essere sommerso a causa della costruzione di una grande diga, ennesima vittima della modernità, e Dyarbakir, la capitale dei curdi, culturalmente assai ricca ma poco piacevole per il visitatore sia per la presenza di blindati della polizia sia perché la zona della fortezza è uno degli ambienti più malfamati che abbia mai trovato. Lì c’è anche una piccolissima minoranza cristiana, con chiesa siro ortodossa, armeno cattolica e caldea, tutte restaurate dopo i gravissimi scontri tra esercito turco e curdi del 2016 (e spero tanto che all’anziana coppia che viveva vicino alla chiesa sira i militari non abbiano distrutto la casa).
Ora, per capirci meglio, serve dare un inquadramento storico e demografico.
I siriaci antiocheni (attenzione, anche i maroniti sono antiocheni e nella loro messa usano alcune parti di siriaco, ma lasciamoli fuori, come lasciamo fuori i siriaci di San Tommaso dell’India) non li trovate solo nel Tur Abdin, dove ora sono nettamente minoranza. C’è una rispettata e benestante comunità a Istanbul.
Nell’Impero Ottomano la gente si muoveva. Per esempio, la comunità siriaca occidentale di Gerusalemme e Betlemme (dove ci sono le loro chiese) a fine Ottocento era arrivata in Terra Santa dal Tur Abdin, e oggi li trovate anche al Cairo.
Poi ci fu la grande emigrazione turca verso l’Europa nordoccidentale nel secondo dopoguerra, e infatti trovate le loro chiese (anche se con l’architettura del posto) in diverse città della Germania, in Olanda, in Francia, in Belgio, in Svezia, con un’importante e numerosa comunità a Sodertalje, città dei siriaci, addirittura sede episcopale siriaca, dove i siriaci hanno più chiese, un’emittente televisiva, una radio e due squadre di calcio, l’Assyriska e la Syrianska, ambedue in quarta divisione svedese. Essi sono presenti anche ad Atene e nell’ex Urss (Russia, Armenia, Georgia, soprattutto i siriaci orientali). Da un po’ di tempo alcuni degli emigrati in Germania stanno tornando nei luoghi d’origine.
La maggioranza della popolazione nel Tur Abdin è turca, araba e curda, quindi musulmana sunnita. La comunità siriaca ha vissuto una grande tragedia storica, il genocidio armeno e assiro del 1915 a opera dei Giovani Turchi, il movimento politico a cui apparteneva Ataturk, e ciò va ricordato perché in Turchia troppo spesso viene fatta la mitopoiesi di questa controversa figura). Da ricordare anche la più che volenterosa collaborazione dei curdi. A Sodertalje e Atene ho visto i monumenti commemorativi alle vittime, ma va ricordata anche la deportazione verso Sud, motivo per il quale ci sono comunità siriache anche in Libano e in Giordania, alle quali si sono uniti i nuovi sopravvissuti, quelli fuggiti da Iraq e Siria.
Dicevamo dei curdi, ostili ai siriaci ancora più dei turchi. Sono state le loro angherie, le violenze e le vessazioni a far emigrare molti siriaci nel secondo dopoguerra. E non bisogna dimenticarlo.
Tutta la zona è particolarmente turbolenta, soprattutto per la presenza degli irrequieti curdi (la Farnesina sconsiglia di andarci, il che significa che il viaggio non è assicurabile), ma per gli appassionati di cristianesimo d’Oriente è un’area di grandissimo interesse.
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Nella foto, la città di Mardin