“Più libri, più liberi”? Solo se allineati agli autoproclamati guardiani del pensiero

di Vincenzo Rizza

Caro Aldo Maria,

la fiera nazionale della piccola e media editoria che si tiene a Roma dal 4 all’8 dicembre non poteva avere un nome più evocativo: “Più libri più liberi”.

La libertà implica responsabilità e la responsabilità richiede conoscenza. La conoscenza non è infusa ma frutto di apprendimento costante grazie anche al senso critico che ci guida (o almeno ci dovrebbe guidare) a distinguere tra idee buone e idee cattive.

Anche le idee cattive (mi riferisco, naturalmente, all’idea in sé e non all’istigazione a commettere reati), in un sistema libero, hanno diritto di trovare spazio espositivo, salvo essere ritenute, appunto, cattive o stupide perché la ragione ne dimostra la dannosità o l’inconsistenza. Anche perché diventa difficile, quando non impossibile, confutare, criticare e disapprovare pessime idee se non se ne conosce neppure con precisione il contenuto.

Così in una società libera non solo possono ma devono essere pubblicate perfino opere come il “Mein Kampf”, simbolo di come l’uomo possa scendere in basso nella criminale ricerca di giustificazioni ideologiche alla propria ferocia e alla propria sete di dominio.

“Più libri più liberi”, allora, senza liste di proscrizione che dividano i buoni dai cattivi, ciò che può e ciò che non può essere pubblicato. Peccato che tale principio non sia condiviso da quegli intellettuali (ma che significa poi?), cantanti, attori, giornalisti e scrittori che hanno protestato perché tra gli editori presenti c’è una piccola casa editrice “il cui catalogo si basa in larga parte sull’esaltazione di esperienze e figure fondanti del pantheon nazifascista e antisemita”.

Tanto basta ai neo-censori del Ministero della Verità e della Libertà per invocare l’esclusione della casa editrice, dimentichi, forse, che fu proprio il partito nazista a organizzare i famigerati roghi di libri in Germania in cui si bruciavano opere considerate “degenerate”, “non tedesche”, “ebree”, “marxiste” o semplicemente scomode.

Più libri, più liberi, allora, ma solo per i libri che piacciono a chi si autoproclama arbitro del bene e del male: non c’è che dire, uno strano modo per invocare più libertà.

Peraltro, come spesso accade, la protesta dei neo-censori ha determinato effetti certamente indesiderati: una casa editrice per lo più sconosciuta ha beneficiato di pubblicità insperata, di gran lunga maggiore rispetto a quella che avrebbe ottenuto partecipando anonimamente ad una fiera con centinaia di espositori.

La mia naturalmente non è una difesa di una casa editrice di cui non condivido valori e idee, ma una difesa della libertà di espressione, calpestata in nome di altri valori e idee che parimenti non condivido.

Censurare idee che oggi sono ritenute scomode dalle élite (o presunte tali) dominanti apre la strada a censurare idee oggi accettate ma che domani potrebbero essere considerate sconvenienti. Le cattive idee, tuttavia, non si combattono con la censura ma con la consapevolezza che non vanno temuti i libri ma l’ignoranza e la presunzione di chi vorrebbe scegliere quali possiamo leggere.

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