Cronache dalla grotta / Che cosa insegna la cella

di Rita Bettaglio

“Resta nella tua cella e la cella t’insegnerà ogni cosa”. Così sentenziavano i Padri del deserto. E lo dicevano non per far gli strani o i misantropi.

Come può una cella, nel nostro caso una grotta, insegnare qualcosa o, addirittura tutto?

Nella grotta oggi pioviggina stancamente e il respiro resta quasi sospeso nel silenzio.

Domani, magari, splenderà il sole ma, per ora, quest’acqua fine fine segna il passo lento del giorno.

Restare nella cella vuol dire anzitutto permanere nel presente che, forse, è sofferenza e privazione, scomodità o insoddisfazione. Non è facile. Talora è abbracciare una croce irta di spine così piccole che solo noi le sentiamo. Per gli altri non esistono, non le vedono e non le capiscono. Questo fa sentire la grotta ancora più grotta.

Finché, un giorno, ti accorgi che potresti confidare le tue pene a un amico, cercare un po’ di comprensione e consolazione, ma sai, dal profondo, che devi stare fermo, lasciare che tutto ti attraversi e ti perfori. Abbracciare la croce, restare nella grotta.

Perché, sia chiaro, ci sono innumerevoli momenti in cui dalla grotta scapperesti a gambe levate.

Padre Fernando, monaco da millemila anni, giorni fa ha detto che il desiderio di lasciare il monastero, la tentazione di pensare che altrove avremmo fatto meglio, è una voce che tutti i monaci odono: un demone che visita tutti, nessun escluso. E non solo i monaci, ma uomini e donne di ogni stato o condizione.

Che fare, allora? Dibattersi tra desideri mutevoli o, come disse Guareschi, “prendere senza esitare la via della prigione”? “Ci sono momenti in cui, per restare liberi, bisogna prendere senza esitare la via della prigione”, sentenziò Giovannino prima di varcare la soglia del carcere di Parma, nella ben nota vicenda delle lettere di De Gasperi. Ma ognuno di noi sa cosa voglia dire per sé.

La risposta è la gravitas prescritta al monaco da san Benedetto: essa si oppone alla dissipazione, al volare dell’anima e della mente di fiore in fiore. Secondo la scuola di Gaza, infatti, esiste la parrhesia, cioè la libertà filiale, la franchezza. Essa. però, può essere buona o cattiva: buona se è libertà interiore davanti a Dio, frutto della purificazione del cuore. Cattiva se è un eccesso di libertà, di confidenza che distrugge il pudore spirituale. Essa porta, secondo Isaia di Gaza, all’esagerata confidenza e alla dispersione della mente.

Questa realtà la conosciamo tutti e la saggezza popolare ha coniato il detto: “La troppa confidenza toglie riverenza”. Con gli altri, con Dio o con noi stessi. Per questo nel sentire comune fino a qualche decennio fa (in casa mia la cosa vale ancora) la leggerezza, parlare a voce alta, ridere sguaiatamente, prendere confidenza erano considerati disdicevoli per una persona ben educata. Così come la curiosità: quante volte ho sentito mia madre ripetere che “non bisogna essere curiosi né fare domande”!

La sobrietà, la discrezione, la prudenza ci proteggono da molte derive pericolose. Ci evitano di farci perdere, dissipare e ingannare. Dagli altri ma soprattutto da noi stessi.

La cella, la grotta, coi suoi tempi lenti, talora morti, serve proprio a questo: è un setaccio per i pensieri e i disordinati moti dell’animo. Non per niente Dio non era nel vento, non nel terremoto o nel fuoco, ma nella brezza leggera, nel sibilus auræ tenuis (1Re 119,12), il tenue sibilo dell’aria. Quello che spira nel cuore una volta esaurite le baruffe chiozzotte, tanto frequenti in ognuno, cavernicola compresa.

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