“Cristo? Un individuo fallito”. “Martire? Chi lotta per la Terra”. Bestemmie della chiesa sinodal-ambientalista

di Radical Fidelity

Giorni fa abbiamo appreso, con grande indignazione, che un altro prelato, padre Anthony Ward, è stato scomunicato latae sententiae per nient’altro che aver voluto praticare la fede cattolica tradizionale.

Sappiamo che Ward, leader del gruppo “scismatico” dei Servi della Sacra Famiglia, è stato scomunicato per essere stato consacrato vescovo senza il permesso papale, ma, in sostanza, uomini come Ward e il vescovo in pensione di Lusaka che lo ha consacrato, Telesphore George Mpundu, stanno solo cercando disperatamente di preservare la fede cattolica.

Mentre gli autentici fedeli cattolici sono quotidianamente etichettati come eretici, scismatici, scomunicati ed emarginati, tutti i papi post-conciliari, la maggior parte della gerarchia dal 1962 e la maggioranza del clero post-conciliare si sono auto-scomunicati non una volta, ma ripetutamente, per mezzo della falsa religione che promuovono costantemente!

Viviamo letteralmente in un’epoca in cui gli eretici hanno occupato le strutture della Chiesa e ora “scomunicano” i fedeli cattolici.

Ora so benissimo che queste affermazioni provocheranno commenti scioccati e scandalizzati. Pazienza. Diamo un’occhiata solo a due degli esempi più lampanti della scorsa settimana. Vediamo che cosa la falsa religione sinodale ha da offrire a noi cattolici tradizionali “eretici” e “scismatici”.

La nostra prima tappa nel mondo dei sogni sinodali è un articolo apparso nel sito Religió digital che parla dell’ultimo prodotto del celebre “teologo” tedesco Michael Seewald.

Il sito web della Fondazione tedesca per la ricerca afferma: “Seewald si è dedicato a studi non convenzionali e creativi di teologia sistematica, in particolare nella storia e nell’ermeneutica dei dogmi. Con la sua difesa, basata su un approccio storico e critico e sistematicamente ragionato, della mutevolezza dei dogmi nel rispetto della tradizione, è riuscito a costruire un ponte tra gli schieramenti opposti del cattolicesimo”.

Ahia, questo già non promette nulla di buono, ma andiamo avanti. Secondo l’articolo, Seewald delinea una visione della Chiesa che sembra un progetto per dissolvere la struttura stessa istituita da Cristo. Non assomiglia per niente alla teologia cattolica classica. Le sue proposte non offrono un autentico percorso di rinnovamento, ma un programma di capitolazione alle correnti ideologiche attuali. La sua critica all’autorità, le sue richieste riguardo alla struttura di un futuro concilio, il suo entusiasmo per la sinodalità e la sua reinterpretazione della Passione di Cristo puntano tutte nella stessa direzione: passare dalla Chiesa come divinamente costituita alla Chiesa come esperimento sociologico satanico.

Seewald afferma che il “modello di leadership della Chiesa, basato sull’autorità, sta giungendo al termine”, come se la costituzione divina della Chiesa fosse un assetto amministrativo temporaneo che la storia ha semplicemente superato. Questa affermazione non nasce dalla teologia, ma dal sospetto ideologico verso l’autorità. Per i cattolici tradizionalisti, il problema non è che l’autorità si sia esaurita, ma che teologi come Seewald non credano più che la Chiesa insegni per mandato di Cristo. La sua proposta che il Magistero abbandoni l’autorità giuridica a favore di un'”autorità epistemica” perennemente oscillante equivale a sostituire una Chiesa che proclama la verità con una che si scusa per averlo fatto.

La sua insistenza sul fatto che un Vaticano III senza donne con diritto di voto sarebbe “assurdo” rivela un analogo equivoco. I concili ecumenici non sono esercizi di rappresentanza democratica, ma assemblee di vescovi che agiscono nel loro ufficio sacramentale come successori degli apostoli. Pretendere che si conformino alla sensibilità politica moderna significa sostituire l’ecclesiologia con l’ideologia. La Chiesa non diventa più “autentica” imitando organi legislativi la cui legittimità è perpetuamente contestata. Semplicemente, non è più sé stessa. La prospettiva di Seewald, secondo cui l’ordine sacramentale deve cedere alle aspettative sociopolitiche; è esattamente la strada che conduce alla confusione dottrinale, al declino delle vocazioni e all’erosione dell’identità cattolica.

Il suo entusiasmo per la sinodalità riflette la stessa tendenza. Nello schema corrotto di Seewald, la sinodalità è un cavallo di Troia per indebolire l’autorità gerarchica. La presenta come un rimedio a una “impasse”, ma l’impasse che identifica è semplicemente il rifiuto della Chiesa di ridefinire i suoi insegnamenti secondo linee moderne. Il pericolo è evidente: la sinodalità diventa uno strumento per sostituire la chiarezza dottrinale con una consultazione infinita, in cui la Chiesa ascolta, ascolta e ascolta finché giunge alle conclusioni che i modernisti volevano fin dall’inizio.

L’elemento più disgustoso dell’intervista di Seewald è la sua blasfema affermazione secondo cui il “fascino” di Cristo risiede nel fatto che Egli fosse un “individuo fallito”. Descrivere il Figlio di Dio in questi termini significa invertire l’intero significato del Vangelo. Cristo non ha fallito, ha trionfato. La sua morte non è stata il tragico crollo di un nobile sognatore, ma l’atto deliberato e salvifico con cui ha sconfitto il peccato e la morte. La surreale proposta di Seewald secondo cui i cristiani dovrebbero mantenere una “distanza intellettuale” dalle dottrine tradizionali del sacrificio e del riscatto rivela la sua brama di rifiutare la dimensione soprannaturale della redenzione. Nel riduzionismo modernista di Seewald, Cristo non è più l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo, ma un toccante simbolo morale la cui morte ispira riflessione piuttosto che salvezza.

Nel loro insieme, le idee di Seewald propongono una Chiesa che non insegna più con autorità, non interpreta più i suoi concili in senso sacramentale, non distingue più la rivelazione divina dalle mode culturali e non proclama più un Redentore vittorioso. È una Chiesa modellata sulle ansie politiche e sulla sensibilità terapeutica dell’epoca presente, piuttosto che sulla fede apostolica tramandata attraverso i secoli.

Questo schema è fin troppo noto. È la stessa logica che ha svuotato le chiese, diluito la dottrina e sostituito il soprannaturale con il sociologico.

In definitiva, la visione di Seewald non è uno sviluppo della dottrina, ma uno smantellamento della dottrina. È una teologia della resa: resa al relativismo, alle mutevoli aspettative culturali e alla convinzione che la Chiesa per sopravvivere debba abbandonare la sua costituzione divina.

Dunque, i cattolici tradizionalisti vengono scomunicati ed esiliati, mentre pervertiti spirituali come Seewald riescono a forgiare il percorso della falsa religione sinodale sotto le mentite spoglie del cattolicesimo. Come non indignarsi?

Ora viaggiamo – sempre grazie a un articolo su Religión digital – verso un’altra destinazione del mondo delle nuvole e dei sogni sinodali: il workshop virtuale della Confederazione latinoamericana dei religiosi (CLAR).

Il workshop, intitolato “Echi della COP30 nella vita religiosa”, ha dato plastica dimostrazione della profonda confusione sulla natura e la missione della Chiesa che regna sovrana tra gli usurpatori della chiesa sinodale. Ciò che è emerso dall’evento non è stato il linguaggio dell’evangelizzazione, del pentimento e della grazia soprannaturale, ma la retorica dell’attivismo ambientalista ammantata di termini vagamente spirituali. La Chiesa – fondata da Cristo per salvare le anime e condurle alla vita eterna – viene riformulata dagli impostori sinodali come voce morale per le politiche climatiche, le rivendicazioni territoriali indigene e la ristrutturazione ecologica. Qualunque valore possa avere la gestione responsabile del creato, non può sostituire il mandato divino di predicare il Vangelo, amministrare i sacramenti e condurre le anime a Dio. Eppure, durante questo workshop, la missione soprannaturale è rimasta pressoché invisibile, oscurata dai discorsi di “conversione ecologica”, “voci territoriali” ed “economie post-estrattive”. In questa nuova falsa religione la salvezza del pianeta ha soppiantato la salvezza delle anime.

Questa inversione si riflette più chiaramente nel motto del workshop: “Vita religiosa: speranza e profezia dal cuore del pianeta”.

Nella comprensione cattolica tradizionale, ogni speranza scaturisce da Cristo e ogni profezia deriva dalla rivelazione divina, non dalla natura. Ma cosa vogliamo saperne noi poveri cattolici tradizionali, arretrati, rigidi, eretici e scismatici?

Sostenere che la vita religiosa tragga la sua speranza e la sua voce profetica “dal cuore del pianeta” significa spostare la fonte della vita spirituale dal Sacro Cuore di Gesù verso il mondo creato. Questa non è semplicemente una metafora infelice o goffa, è l’intenzionale trasferimento simbolico dell’autorità spirituale dal regno soprannaturale all’ambiente naturale. Per la vera Chiesa, la speranza è teologica, radicata nelle promesse di Cristo, e la profezia è un dono divino orientato a chiamare le anime alla conversione. Al contrario, per i rappresentanti della chiesa sinodale la terra stessa fornisce significato religioso e direzione morale, un’idea che rasenta la spiritualità naturalistica e sostituisce sottilmente il Creatore con la creazione. Il cuore del pianeta sostituisce il cuore di Cristo, e le preoccupazioni terrene oscurano quelle eterne.

Altrettanto preoccupante è il linguaggio spirituale che rasenta una sorta di misticismo incentrato sulla terra. Le invocazioni della “Ruah” come forza ecologica, le meditazioni poetiche su fiumi e foreste come portatori di rivelazione e i riferimenti all’Amazzonia ferita che parla attraverso la preghiera non assomigliano al vocabolario della teologia ascetica cattolica. Piuttosto, riecheggiano idee naturalistiche e panteistiche che rischiano di trasformare la creazione in oggetto di venerazione. Quando si dichiara che “la biodiversità deve ispirare la nostra spiritualità” o che “il volto di Dio è plurale”, si sconfina in un’ambiguità teologica che mina sia l’unicità del Dio Uno e Trino sia la natura definitiva della rivelazione in Cristo. Non si tratta semplicemente di apprezzamento per la bellezza della creazione, ma del suggerimento, nemmeno troppo sottile, che gli ecosistemi e le cosmologie indigene facciano parte di un orizzonte spirituale più ampio. Questo è esattamente il tipo di sincretismo che la Chiesa ha sempre rifiutato, poiché la rivelazione non nasce da territori, climi o culture, ma da Dio stesso.

Questi signori ti dicono che se hai sempre pensato che il martirio cristiano significasse sopportare la morte per Cristo, radicato nella testimonianza della sua verità fino alla morte, spesso con l’accettazione volontaria della morte causata da un persecutore motivato dall’odio per il cristianesimo, beh, sei uno stupido! Secondo gli iniziati del culto sinodale che hanno partecipato al workshop, ciò che ti rende martire è essere un attivista ambientale che muore per la terra.

Una delle partecipanti, “suor” Azucena Correa, ha guidato un “momento contemplativo” prima di ricordare “i martiri ambientali, gli indigeni, gli agricoltori e i leader religiosi che hanno dato la vita per difendere l’Amazzonia: essi, ha detto, “sono semi che hanno fatto germogliare il Regno”.

Applicare il termine sacro di martire a coloro che sono morti opponendosi agli interessi minerari o difendendo i diritti sulla terra, per quanto coraggiosi possano essere stati, svuota il martirio del suo significato specificamente cristiano. Tali ridefinizioni rivelano quanto profondamente queste “teologie” sostituiscano il soprannaturale con il politico. Persino il linguaggio della “profezia” viene usato non per chiamare le anime al pentimento, ma per sostenere politiche di intervento sul clima o criticare le economie estrattive. Tutte preoccupazioni che possono essere prudenziali, ma non certo profetiche in senso biblico o ecclesiale.

Alla base di tutti questi elementi c’è una profonda inversione della gerarchia dei beni. La tradizione cattolica pone Dio e la salvezza delle anime al di sopra di tutte le questioni terrene, anche quelle importanti. Eppure, durante il workshop, le preoccupazioni terrene sono state elevate a uno status quasi sacro, come se la politica climatica fosse l’apice della moralità cristiana e l’attivismo ambientale la vocazione primaria della vita religiosa. L’enfasi sul multilateralismo, sulle “voci territoriali” e sulle alleanze globali riflette una mentalità in cui gli obiettivi politici assumono un’aura spirituale e la sostenibilità diventa la nuova forma di salvezza.

Ciò che in definitiva è più angosciante è la perdita dell’identità cattolica stessa. Nulla nei temi, nel linguaggio o negli obiettivi riflette la chiarezza dottrinale o l’orientamento soprannaturale che sono sempre stati al centro della vita cattolica. Al contrario, la Chiesa viene presentata dai suoi occupanti sinodali come un partner morale dei movimenti laici, e il suo patrimonio spirituale è riutilizzato per sostenere le agende internazionali sul clima. Questo trasforma la Sposa di Cristo in un’istituzione benintenzionata ma mondana, la cui voce è indistinguibile da quella delle reti di attivisti e dei forum politici globali. Quando la Chiesa dimentica la sua identità e la sua missione, cessa di essere l’arca di salvezza divinamente istituita e diventa semplicemente un’altra partecipante a dibattiti temporali.

In conclusione, sia il workshop sia i commenti osceni di Seewald dimostrano un grave allontanamento dalla fede. È chiaro che molti di coloro che stanno in Vaticano e i loro seguaci propugnano una nuova falsa religione, con la quale nessun fedele cattolico dovrebbe avere nulla a che fare.

Ma consolatevi con questo: la Chiesa, sopravvissuta a ogni impero, ideologia e rivoluzione, sopravvivrà certamente anche ai temi di moda presentati da questi veri eretici. Ciò che non può durare è la chiesa vuota, insicura e desacralizzata che Seewald e i partecipanti al workshop propongono: una chiesa senza chiarezza, senza autorità e senza il Cristo trionfante che è risorto non come un “individuo fallito”, ma come Signore e Re.

radicalfidelity

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