di Vincenzo Rizza
Caro Aldo Maria,
tra cardinali che pubblicano libri eufemisticamente sconvenienti, diocesi che legittimano ciò che il catechismo apertamente condanna e presepi che si moltiplicano raffigurando personaggi senza volto o san Giuseppe con lineamenti femminili, ogni tanto arriva anche qualche notizia che ci ricorda che c’è ancora qualcosa di cattolico.
Non mi riferisco solo alla recente presa di posizione del Santo Padre, che ha espresso un garbato rifiuto al muezzin che lo aveva invitato a pregare nella casa di Allah, precisando, in un’intervista successiva, che preferisce pregare in una Chiesa cattolica davanti al Santissimo Sacramento. Il riferimento è anche alla dichiarazione della presidenza della Commissione degli episcopati dell’Unione europea (COMECE), che ha fortemente criticato la sentenza emessa il 25 novembre 2025 dalla Corte di giustizia dell’Unione europea nella causa Wojewoda Mazowiecki.
Questa sentenza obbliga gli Stati membri a riconoscere un matrimonio tra due cittadini dello stesso sesso che sia stato legalmente contratto in un altro Stato membro, dove essi hanno esercitato la loro libertà di circolazione e di soggiorno. In particolare, il dispositivo della sentenza stabilisce: “L’articolo 20 e l’articolo 21, paragrafo 1, TFUE, letti alla luce dell’articolo 7 e dell’articolo 21, paragrafo 1, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, devono essere interpretati nel senso che: essi ostano alla normativa di uno Stato membro che, con la motivazione che il diritto di tale Stato membro non autorizza il matrimonio tra persone dello stesso sesso, non consente di riconoscere il matrimonio tra due cittadini dello stesso sesso di detto Stato membro, legalmente contratto durante l’esercizio della loro libertà di circolazione e di soggiorno in un altro Stato membro nel quale hanno sviluppato o consolidato una vita familiare, né di trascrivere a tal fine l’atto di matrimonio nel registro dello stato civile del primo Stato membro, qualora tale trascrizione sia l’unico mezzo previsto da quest’ultimo che permette un tale riconoscimento”
Nella dichiarazione si ricorda, innanzitutto, che la visione antropologica della Chiesa è “basata sulla legge naturale, del matrimonio come unione tra un uomo e una donna”. Si sottolinea, poi, “con preoccupazione”, che la sentenza impatta “su questioni che sono al centro delle competenze nazionali” e che andrebbe adottato “un approccio prudente e cauto” onde “evitare influenze indebite sui sistemi giuridici nazionali”.
E infatti la Corte, nonostante l’articolo 9 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea stabilisca che “il diritto di sposarsi e il diritto di costituire una famiglia sono garantiti secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l’esercizio”, di fatto entra a piedi uniti nelle legislazioni nazionali di quegli Stati membri che ammettono il matrimonio solo come unione tra un uomo e una donna.
Utilizzando il grimaldello della libertà di circolazione e di soggiorno, la Corte nega “la ricchezza e la diversità del panorama giuridico e delle tradizioni dell’Ue”, attribuendo un “ruolo deludentemente limitato … al rispetto delle identità nazionali degli Stati membri (articolo 4, paragrafo 2, TUE) e al loro ordine pubblico”.
In sostanza “la sentenza crea di fatto una convergenza degli effetti del diritto matrimoniale, anche se l’Unione non ha il mandato di armonizzare il diritto di famiglia. Vi è anche un impatto sulla certezza del diritto, poiché sempre più Stati membri non saranno in grado di prevedere in modo chiaro quali parti del loro diritto di famiglia rimarranno di loro competenza. Inoltre, la COMECE teme che la sentenza possa portare a sviluppi negativi in altri settori sensibili del diritto di famiglia transfrontaliero, ad esempio aprendo la strada a futuri approcci giuridici simili in materia di maternità surrogata. Infine, ricordando il contesto difficile che l’Unione europea sta attualmente affrontando, anche in riferimento alla sua percezione in vari paesi, non sorprende che questo tipo di sentenze dia adito a sentimenti antieuropei negli Stati membri e possa essere facilmente strumentalizzato”.
Una lettura lucida ed equilibrata del provvedimento della Corte, che smaschera il tentativo (in verità perfettamente riuscito) di introdurre a forza principi graditi all’establishment europeo, ignorando diritto e tradizione degli Stati membri (senza considerare il diritto naturale, ormai dimenticato).
L’ordine pubblico nazionale si dissolve innanzi a un non meglio precisato ordine pubblico europeo che è sempre più disordine. Anche perché, come è stato acutamente osservato, “l’uomo occidentale contemporaneo sembra aver perso il legame con un modello di umanità che non solo difendeva i diritti, ma li concepiva come l’espressione di una soggettività radicata nella tradizione e nella storia. L’uomo mondializzato retrocede verso il caos, perché dimenticando ciò che è, pensa di poter essere tutto” (Fabrizio Sciacca, “Il mito dei diritti”). Così, quando qualche Stato membro dovesse ritenere che anche la poligamia sia legittima, tutti gli altri Stati membri non potrebbero che accettare tale “diritto”. Per non parlare, senza andare troppo lontano, del diritto delle coppie omosessuali di adottare un bambino, ormai ammesso in tanti Stati dell’Unione.
La sentenza Wojewoda Mazowiecki, purtroppo, non è un incidente di percorso. È il naturale esito di un processo che da anni mira a scardinare identità, culture e sovranità in nome di un “progresso” che non ammette confronto. Che la COMECE lo abbia denunciato con chiarezza è un segnale incoraggiante: significa che non tutto il cattolicesimo europeo si è arreso allo spirito del tempo. Se la politica, tuttavia, non troverà il coraggio di fermare questa deriva, la prossima volta potremmo non avere più nemmeno la possibilità di protestare.