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“Vetus ordo”, “novus ordo” e le condizioni stabilite dalla Chiesa perché vi sia la Presenza reale

Caro Valli,

intervengo nella discussione sulla celebrazione eucaristica, non per esprimere un’opinione, ma per ricordare un fatto.

Vetus o novus ordo, l’elemento fondamentale della celebrazione eucaristica è la Presenza reale di Cristo nel pane e nel vino consacrati.

I miracoli eucaristici sono doni che il Cielo ha dispensato nel corso dei secoli a conferma di questa verità di fede, e non sono mancati nemmeno negli ultimi decenni di celebrazioni novus ordo. Anzi, alcuni tra gli ultimi miracoli riconosciuti come tali (da indagini scientifiche ufficiali) risalgono a pochi anni fa, in Polonia: nel 2008 a Sokółka e nel 2013 a Legnica.

Ho avuto il privilegio di soggiornare ripetutamente a Legnica negli ultimi anni per motivi di lavoro, e nella chiesa parrocchiale di San Giacinto, dopo aver partecipato alla messa feriale, mi sono soffermato più volte in ringraziamento davanti a quell’ex pezzo di pane ora trasformato visibilmente in un pezzo di tessuto vivo del miocardio.

Anche con il novus ordo, dunque, la Presenza reale non viene meno.

E questo mi basta.

Pierluigi Beretta

Pavia

*

Risponde l’Eremita, il caro amico sacerdote che per “Duc in altum” compone i commenti domenicali al Vangelo.

Gentile signor Beretta,

la questione da lei posta tocca il centro stesso della fede cattolica e, proprio per questo, va affrontata non sul piano delle preferenze liturgiche o delle sensibilità personali, ma su quello oggettivo della dottrina della Chiesa. Qui non si tratta di opinioni, ma di un dato di fede definito.

Vetus o novus ordo, l’elemento essenziale della celebrazione eucaristica resta identico: la Presenza vera, reale e sostanziale di Gesù Cristo nell’Eucaristia. Su questo punto la Chiesa si è espressa in modo definitivo nel Concilio di Trento, con un insegnamento che ha valore dogmatico. Nella Sessione XIII (1551), il Concilio afferma che “nel santissimo sacramento dell’Eucaristia è contenuto veramente, realmente e sostanzialmente il corpo e il sangue, insieme con l’anima e la divinità, del Signore nostro Gesù Cristo”. E aggiunge che, per la consacrazione, “avviene la conversione di tutta la sostanza del pane nel corpo di Cristo e di tutta la sostanza del vino nel suo sangue”, conversione che la Chiesa “chiama giustamente e propriamente transustanziazione”.

Questo insegnamento non è una spiegazione teologica tra le altre, ma una definizione dogmatica vincolante per la fede cattolica.

Da qui discende un principio teologico fondamentale: la validità della consacrazione non dipende dal rito in quanto tale, ma dalla presenza delle condizioni stabilite dalla Chiesa. Esse sono tre: la materia valida (pane di frumento e vino d’uva), la forma valida (le parole consacratorie), e l’intenzione del ministro di fare ciò che fa la Chiesa. Quando queste condizioni sono presenti, la consacrazione è valida e la Presenza reale di Cristo è oggettivamente data, indipendentemente dalla forma rituale, antica o riformata, e indipendentemente dalla santità personale del sacerdote. Questo è insegnamento costante della teologia sacramentaria cattolica.

Il fondamento ultimo di tale certezza non è giuridico, ma evangelico. Nei racconti dell’Ultima Cena, Gesù pronuncia parole che la Chiesa ha sempre inteso in senso realistico: «τοῦτό ἐστιν τὸ σῶμά μου» (Mt 26,26), cioè “questo è il mio corpo”; e ancora: «τοῦτό ἐστιν τὸ αἷμά μου» (Mt 26,28), “questo è il mio sangue”. Il verbo ἐστιν (“è”) non indica una metafora, ma afferma un’identità sacramentale. Nel discorso di Cafarnao, il realismo è ancora più marcato: «ἡ γὰρ σάρξ μου ἀληθής ἐστιν βρῶσις καὶ τὸ αἷμά μου ἀληθής ἐστιν πόσις» (Gv 6,55), che significa: “la mia carne è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda”. Il termine ἀληθής (“vero”) esclude esplicitamente una lettura puramente simbolica.

Questa comprensione è condivisa unanimemente dai Padri della Chiesa. Sant’Agostino d’Ippona, pur usando talvolta un linguaggio ricco di profondità simbolica, non mette mai in dubbio la realtà del dono eucaristico. Commentando il Vangelo di Giovanni, afferma che Cristo “si è portato nelle proprie mani”, indicando chiaramente che ciò che si riceve è realmente il corpo del Signore. Per Agostino, il segno sacramentale non annulla la realtà, ma la rende accessibile: ciò che appare è pane, ma ciò che si riceve, nella fede della Chiesa, è Cristo stesso.

Sant’Ignazio di Antiochia chiama l’Eucaristia “farmaco di immortalità”; sant’Ambrogio osa dire che “non è ciò che la natura ha formato, ma ciò che la benedizione ha consacrato”. In queste voci antiche non c’è alcuna opposizione tra forma e sostanza: c’è la certezza che la parola di Cristo, pronunciata nella Chiesa, realizza ciò che significa.

I miracoli eucaristici, antichi e moderni, si collocano su questo sfondo. Non fondano la dottrina, ma la confermano come segni concessi alla fede. Il fatto che alcuni di essi siano avvenuti in contesto di celebrazioni secondo il novus ordo non “dimostra” qualcosa che la Chiesa già non sappia; piuttosto, richiama con forza il fatto che la Presenza reale non viene meno quando la consacrazione è valida. Il miracolo non supplisce a una mancanza del sacramento, ma rimanda al mistero che in ogni Eucaristia si compie, anche quando resta velato.

In definitiva, la fede cattolica può dirlo con semplicità e fermezza: quando un sacerdote celebra validamente l’Eucaristia, con la materia, la forma e l’intenzione volute dalla Chiesa, Cristo è realmente presente. Questa verità non cambia con i riti, non dipende dalle sensibilità e non è soggetta alle mode ecclesiali. È il cuore stesso della fede della Chiesa, definito dogmaticamente e custodito senza interruzione fin dagli apostoli. Tutto il resto può essere oggetto di discussione legittima; questo, invece, appartiene al deposito della fede cattolica e come tale chiede di essere accolto e custodito.

Aldo Maria Valli:
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