Nel caso fossimo un po’ duri di cervice, Leone XIV ha voluto ricordarcelo per benino. Durante l’omelia nella solennità della Conversione di san Paolo apostolo, ha detto testualmente: «Il mio amato predecessore, Papa Francesco, ha osservato che il cammino sinodale della Chiesa cattolica “è e deve essere ecumenico, così come il cammino ecumenico è sinodale” (Discorso a S.S. Mar Awa III, 19 novembre 2022). Ciò si è riflesso nelle due Assemblee del Sinodo dei Vescovi del 2023 e del 2024, caratterizzate da un profondo zelo ecumenico e arricchite dalla partecipazione di numerosi delegati fraterni. Credo che questa sia una strada per crescere insieme nella reciproca conoscenza delle rispettive strutture e tradizioni sinodali. Mentre guardiamo al 2000° anniversario della Passione, Morte e Risurrezione del Signore Gesù nel 2033, impegniamoci a sviluppare ulteriormente le pratiche sinodali ecumeniche e a comunicare reciprocamente ciò che siamo, ciò che facciamo e ciò che insegniamo (cfr Per una Chiesa sinodale, 137-138)».
Ecumenico, sinodale… ecumenico, sinodale… ecumenico, sinodale… Gli amici di Radio Spada hanno sottolineato in rosso la reiterazione, evidentemente ispirata dall’amato predecessore.
Ma perché tanta insistenza sui due concetti?
Come spiega Radical Fidelity [qui] in un’acuta analisi, l’unità dei cristiani è l’ultimo inconveniente che i sinodalisti devono eliminare per realizzare il loro sogno: una nuova religione, la nuova religione mondiale. Ma tale religione unica non può realizzarsi pienamente finché esistono diverse configurazioni cristiane.
Ecco il perché dell’omelia del 25 gennaio, a conclusione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, quando Leone XIV ha ribadito esplicitamente l’enfasi del Vaticano sull’unità ecumenica attraverso un cammino sinodale.
Se la fede cattolica ci sta a cuore, dovremmo nutrire serie preoccupazioni sul pericolo insito nella fusione di sinodalità ed ecumenismo secondo la linea proposta da Prevost. Evidentemente, anche noi cattolici tradizionali vorremmo che tutti i cristiani fossero uniti, ma sappiamo che l’unità può e deve realizzarsi nella fedeltà all’integrità dottrinale della Chiesa cattolica, al suo insegnamento sulla natura della Chiesa e all’assoluta necessità di salvaguardare l’autentica unità cattolica da annacquamenti e confusione.
In altre parole: o l’unità si fa nella Verità cattolica, o non può esserci unità. Non si può scendere a compromessi. O i culti eretici e scismatici tornano all’Unica Vera Fede, o rimangono dispersi sulla via della perdizione.
Come ben sappiamo, gli ideologi sinodali che occupano Roma sono invece disposti a vendere le proprie madri pur di raggiungere l’obiettivo di una falsa unità. E un esempio recente di questa prostituzione morale e dottrinale è stata l’omissione del «Filioque» da parte di Leone XIV durante la recita del Credo con il patriarca ortodosso.
Gli sforzi ecumenici moderni, a partire dal Concilio Vaticano II, non solo espongono tutti noi al pericolo dell’indifferentismo religioso – ovvero l’idea che tutte le tradizioni cristiane (o persino le diverse religioni) siano percorsi ugualmente validi per la salvezza, idea espressamente condannata da papi come Pio IX e Gregorio XVI – ma sembrano avere proprio questo errore come obiettivo finale.
L’enfasi posta da Leone XIV sulla testimonianza condivisa e sul riconoscimento reciproco del battesimo sopravvaluta grossolanamente ciò che i cattolici condividono effettivamente con le altre comunità cristiane. Suggerisce falsamente, e astutamente, che le differenze dottrinali, in particolare su questioni centrali come l’Eucaristia, l’autorità e la salvezza, siano incidentali piuttosto che essenziali. Il chiaro insegnamento del Concilio di Trento secondo cui non c’è salvezza al di fuori della Chiesa è ormai praticamente svanito, e qualsiasi frammento di questa verità sia rimasto da qualche parte va ora eliminato, riducendolo al più a una nota a piè di pagina per dimostrare quanto i cattolici fossero un tempo arretrati.
Dopo il colpo inferto da Bergoglio con la dichiarazione di Abu Dhabi, Prevost perfeziona il percorso ed eleva l’accoppiata ecumenismo-sinodalità a principio teologico. La sinodalità – ascolto, condivisione di esperienze, discernimento consensuale – è presentata come nuovo modello alternativo alla natura gerarchica della Chiesa e al suo ufficio di insegnamento. Così, eliminato l’ostacolo della verità divina e della sua custodia, l’unità della Chiesa si può costruire sul consenso umano. Evidente la strategia in vista della nuova religione. Poiché la verità divina è un ostacolo in vista del perseguimento dell’obiettivo finale, i sinodalisti si stanno impegnando nell’aggirarla. Non a caso, nell’attuale accezione vaticana, la sinodalità enfatizza la partecipazione dei laici e persino dei cristiani non cattolici, promuovendo un «camminare insieme» che confonde deliberatamente i confini dottrinali che per secoli hanno definito l’identità cattolica.
Questi modelli partecipativi, privi di chiare garanzie dottrinali, non hanno alcuna somiglianza con il cattolicesimo, baluardo della verità divina. Al contrario, imitano intenzionalmente gli ideali democratici moderni. Perché il governo apostolico stabilito da Cristo attraverso Pietro e gli apostoli va rimosso.
L’appello del papa a «manifestare l’unità» attraverso servizi di preghiera congiunti incoraggia i cattolici a considerare la questione solo in termini di esteriorità. Il punto è che la manifestazione esteriore dell’unità deve essere fondata sull’unità interiore di fede, non solo su cerimonie condivise. Ma l’omelia di Leone XIV tratta la preghiera condivisa e la cooperazione come prove sufficienti di unità, vanificando così la missione della Chiesa di proclamare la verità prima di promuovere l’armonia esteriore. Per non parlare del fatto che pregare con eretici e scismatici è sempre stato proibito dalla Chiesa!
Il movimento ecumenico moderno e il suo fondersi con l’ideologia sinodale sminuisce sistematicamente la specificità della dottrina cattolica e della vita sacramentale. La chiamano carità, ma in pratica è la fine della Verità e del dogma.
Già Bergoglio aveva espresso questa linea, ma ora Prevost la sta perfezionando, con una evidente saldatura tra ecumenismo e sinodalità Quando Prévost sottolinea la testimonianza condivisa e la comune missione, sottintende consapevolmente e sottilmente che tutte le testimonianze cristiane sono ugualmente complete. Ma, se così è, non c’è più bisogno della Chiesa cattolica.
Ovviamente, nulla potrebbe essere più lontano dalla verità. La dottrina cattolica ha sempre insegnato che la pienezza della verità sussiste solo nella Chiesa cattolica. Pertanto, l’unità non può essere ridotta a un impegno cooperativo in assenza di un ritorno a quella pienezza. Ma i sinodalisti se ne infischiano. Poiché il loro progetto è la nuova religione universale, non vogliono l’unità nella Verità, ma l’unità fondata sul consenso umano.
Questo ci porta al punto finale, il più inquietante: l’esplicito riferimento di Leone XIV all’anno 2033 come orizzonte verso cui dovrebbe procedere un’intensificata convergenza ecumenica e sinodale. Il solo atto di fissare una scadenza simbolica per questa «unità» dovrebbe far scattare seri campanelli d’allarme per i cattolici attenti ai segni dei tempi.
La retorica ricorda in modo inquietante i quadri globalisti secolari, in particolare l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.
Le scadenze generano inevitabilmente pressione, e la pressione produce inevitabilmente compromessi. Quando l’unità viene trattata come un obiettivo da raggiungere entro una data prefissata, non è più un dono ricevuto da Dio – che sospetto fortemente non approvi il modello di unità di Prevost & Co. – e diventa un prodotto fabbricato dagli uomini. Potete esserne certi: questa urgenza artificiale sopprimerà la chiarezza dottrinale, marginalizzerà le legittime obiezioni teologiche e metterà da parte coloro che non sono disposti ad accettare l’ambiguità per salvare le apparenze.
La Chiesa ha già subito le conseguenze della riforma pastorale nell’era postconciliare: cambiamenti imposti frettolosamente, tensioni dottrinali irrisolte e decenni di confusione. Un caos deliberato, che è parte del piano. E ora questa scadenza simbolica legata a un anniversario importante. Perché questa data? Chi sta esercitando questa pressione? È una coincidenza che sia così vicina alla cronologia dell’Agenda 2030? Ci viene ora fornito un calendario per la fase finale di una Religione Mondiale Ufficiale? Quando saranno formalmente coinvolte le altre false religioni?
L’orizzonte del 2033, con ogni probabilità, inaugurerà la fase finale della falsa unità: un’unità di gesti, linguaggio e preghiera condivisa stesa come un velo per mascherare contraddizioni dottrinali irrisolte e inconciliabili.
Cristo pregò affinché i suoi seguaci fossero una cosa sola. Ma l’unità promossa da leone XIV – l’ecumenismo sinodale – non ha nulla a che fare con la preghiera di Cristo in Giovanni 17. Non è né una chiara proclamazione della verità cattolica né una fedele continuazione del perenne insegnamento della Chiesa sull’unità. Più che l’unità per cui Cristo ha pregato, questa sembra essere la precorritrice dell’unità descritta nell’Apocalisse di san Giovanni, capitolo 13: «E l’adorarono tutti gli abitanti della terra, i cui nomi non sono scritti fin dalla fondazione del mondo nel libro della vita dell’Agnello, che fu immolato… Ed esercitò tutto il potere della prima bestia davanti a lui; e fece sì che la terra e i suoi abitanti adorassero la prima bestia, la cui ferita mortale era stata guarita… E le fu concesso di dare vita all’immagine della bestia, affinché l’immagine della bestia parlasse e facesse sì che chiunque non adorasse l’immagine della bestia fosse ucciso…».
Nella mia satira «Come la Chiesa finì» (se volete, lo trovate qui), immaginavo alcuni documenti vaticani pubblicati al fine di raggiungere l’obiettivo della Nuova Chiesa Universale. Come, per esempio, «Gaudeamus igitur», motu proprio sul cambio di nome da Chiesa cattolica a Chiesa Accogliente. E immaginavo anche la promulgazione del Superdogma del Dialogo con l’enciclica «Do ut des». Era il 2017 e direi che ora ci siamo arrivati. Quello che non immaginavo è che in Vaticano mi avrebbero preso sul serio. E così in fretta.