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Dibattito / Restare o no nella parrocchia “novus ordo”? Le vostre opinioni. 2

di Fabio Battiston

L’articolo pubblicato da “Duc in altum” [qui] sul tema del perseverare o meno nell’appartenenza a una parrocchia novus ordo (continuando quindi a partecipare alle relative liturgie) mi ha fatto venire in mente un libro scritto da don Nicola Bux nel 2010: “Come andare a messa e non perdere la fede”. Si tratta di una sorta di godibilissimo (e amaro) vademecum nel quale l’autore ci guida, tra l’altro, nel senso profondo dei diversi momenti che compongono il rito e nella loro evoluzione (o involuzione), frutto delle “riforme” che si sono succedute negli oltre venti secoli di storia della Chiesa. Il titolo del libro è emblematico poiché fotografa come meglio non potrebbe la situazione nella quale si trova oggi una parte dei fedeli (attenzione, forse la minoranza) – ormai totalmente disorientata, incredula e sovente indignata – di fronte all’inarrestabile deriva liturgica avviata a seguito del Concilio Vaticano II.

Tale deriva, tra l’altro, si basa sul consapevole stravolgimento e tradimento di quanto stabilito dalla costituzione conciliare “Sacrosanctum Concilium” sulla sacra liturgia. In essa infatti, sia sul piano formale che sostanziale, non vi era nulla di esplicitamente dichiarato che potesse poi far scaturire le nefandezze cui siamo stati diretti testimoni in questi sessant’anni. Il documento è tuttavia caratterizzato da una serie di “porte” furbescamente mascherate che, senza entrare nel merito di specifiche riforme o cambiamenti nella liturgia, davano la possibilità (e la libertà) di attuare quelle innovazioni ritenute più opportune per meglio rispondere alle esigenze dei “nuovi tempi”. È da questi pertugi che si è potuto infiltrare quel fumo di Satana che ha oggi ridotto gran parte delle liturgie novus ordo a squallide rappresentazioni a metà strada fra scimmiottamenti di rituali protestanti e ignobili kermesse neo-pagane e preternaturali.

Chi scrive è dal 2017 abituale frequentatore, a Roma, della parrocchia personale della Santissima Trinità dei Pellegrini, retta dai membri della Fraternità sacerdotale di San Pietro (FSSP). Si tratta di una delle peraltro pochissime realtà della Capitale ove è ancora possibile – tra i molteplici e continui ostacoli frapposti da chi ben conosciamo – riscoprire e vivere non solo il senso profondo della liturgia eucaristica ma anche di diversi riti ormai dimenticati (e per molti credenti addirittura sconosciuti); un esempio tra tutti è quello dell’Ufficio delle tenebre, celebrato durante il triduo pasquale. Ebbene – e qui vengo al tema su cui Valli ci invita ad esprimere le nostre considerazioni – anch’io in questi mesi, per vari motivi, non ho potuto partecipare con continuità al rito tridentino. Ciò mi ha costretto a ritornare temporaneamente alle messe postconciliari presso alcune parrocchie romane. La sensazione provata durante ogni celebrazione è stata, a parte casi sporadici, la stessa: stavo assistendo alla liturgia di una religione diversa dalla mia sotto ogni punto di vista. Eppure fino a dieci anni fa riuscivo a partecipare al novus ordo seppur con sempre maggiore insofferenza e incredulità (poi sfociate in aperta intolleranza) per ciò che vedevo intorno a me; tuttavia il rito poteva ancora definirsi in qualche modo cattolico. Oggi non più.

È quindi evidente come in questi ultimi dieci anni – la coincidenza non fortuita con la catastrofe bergogliana è evidente – la slavina si sia trasformata in una valanga di portata tale da raggiungere gli obiettivi che i portatori del fumo di Satana si prefiggevano al momento di dare la “loro” interpretazione e attuazione dei dettami conciliari. Tuttavia la questione più significativa riguarda l’atteggiamento dei fedeli durante queste messe: acquiescenza e tranquillità assolute. Nessuna reazione, nessuna sgradevole sensazione o sorpresa dinanzi al menu domenicalmente offerto. La scelta è ampia: omelie superficiali e raffazzonate con cui il celebrante “sbriga” la pratica in cinque minuti d’orologio; canti sguaiati e stonati – talvolta attinti a repertori di musica leggera – improponibili perfino per “La corrida. Dilettanti allo sbaraglio”. Assurde e inutili spiegazioni che, a ogni piè sospinto, il sacerdote si ritiene in dovere di illustrare ai fedeli il senso dei momenti liturgici; recita ossequiosa e ieratica della nuova versione del “Padre nostro” con la blasfemia di un Padre al quale chiediamo di “non abbandonarci” alla tentazione. Per non parlare dell’abbietto rito dello scambio del segno di pace che, come retaggio del Covid, si è trasformato in un gesto indù con quelle mani giunte davanti al viso.

Di fronte a tutto questo – e a molto altro ancora su cui mi taccio per carità di patria – vi è accettazione totale anche da parte di chi, se non altro per motivi anagrafici, ha avuto nel passato l’opportunità di partecipare alle liturgie vetus. È questa, credo, una delle possibili conclusioni (amarissima) che si può dare alla problematica lanciata dal contributo pubblicato sul nostro blog. Sessanta e più anni di cambiamenti, riforme e innovazioni (sic!), prima sottili e striscianti poi impetuosamente invadenti, hanno creato in una parte dei fedeli assuefazione, annichilimento, talvolta rassegnazione; per altri, all’opposto, una sincera condivisione. Il risultato è duplice potendo produrre, a seconda dei casi: un esercito di lobotomizzati sempre ubbidienti, privi di qualunque capacità di analisi e di critica oppure una schiera di autentici credenti nella Nuova Chiesa Universale. Questi ultimi sono un altro esercito (il più forte?) composto stavolta dagli entusiastici adepti di una religione sincretistica i quali – rifiutando di diffondere l’unica Verità rivelata – si inginocchiano adoranti ai feticci dell’inclusione, del dialogo-ascolto sinodale, del misericordismo senza pentimento, del neo-paganesimo eco-pachamamico e del tutti insieme appassionatamente. Da tutt’altra parte c’è la “riserva indiana”, quella in cui la chiesa cattolica romana oggi imperante sta disperatamente cercando di rinchiudere quelli che considera i reietti, divisivi, nostalgici e reazionari fedeli; i superstiti di un modo di vivere la fede e la liturgia che, esso sì, deve essere perseguitato, sconfitto, annientato e dimenticato per sempre. Ma noi ci siamo e vogliamo continuare a esistere; da poveri peccatori ma non certo da traditori. E se ci cacceranno troveremo un’altra casa che ci accoglierà; chissà, forse una lavra.

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