di Fabio Nones
Guardo per caso alcuni momenti dell’inaugurazione dei giochi olimpici e resto sbalordito. Il “sacro” fuoco è ospitato all’interno di un gigantesco ostensorio.
Come interpretare questa scelta? Io l’ho sentita come una profanazione di un simbolo riservato all’adorazione eucaristica e mi ha fatto subito venire in mente il pensiero di Romano Amerio sullo sport, che qui vi ripropongo liberamente, tratto dal libro “Iota unum”.
La civiltà contemporanea ha una specie di culto del corpo (somatolatria): sport, istituti di bellezza, centri benessere. Oggi le olimpiadi, anche se le discipline sono aumentate, sono una riduzione rispetto a quelle antiche perché anticamente nelle non partecipavano soltanto atleti, ma anche poeti, storiografi e drammaturghi. Oltre al corpo era celebrato anche lo spirito umano.
Nella pedagogia tradizionale cattolica gli esercizi fisici erano consigliati per la cura del corpo e per l’igiene. Ciò che ha valore non è l’esercizio del vigore fisico in sé stesso ma l’esercizio della volontà con sacrificio, che fa crescere le potenzialità della ragione e della libertà contro l’ozio e gli istinti inferiori.
La Chiesa contemporanea, a partire dalla metà del secolo scorso, ha purtroppo portato incentivi al culto del corpo attribuendogli dignità di forza spirituale. La prestanza corporea sarebbe una condizione dell’equilibrio e della perfezione della persona.
In realtà, come dice Pio XII, l’esercizio corporale ha un fine relativo: la conservazione e lo sviluppo del vigore fisico. Il fine ultimo è la perfezione di tutta la persona in Dio. Il corpo è destinato a morire. Il corpo che avranno i beati al momento della risurrezione della carne sarà sempre lo stesso corpo ma sopravvestito di immortalità, bellezza e luce. A questo corpo finale il vigore e la prestanza acquistate quaggiù non saranno di nessun aiuto. La forza, la prestanza e la bellezza fisica pur utili non possono essere l’elemento principale dell’attività umana né il fine della vita. È Falso dunque pensare che l’esercizio del corpo produca di per sé sanità morale. Ogni persona, anche se inetta nello sport, non è mai minorata nella sua realtà di persona.
Tornando all’ostensorio olimpico, ho pensato subito a una ulteriore conferma del movimento antropocentrico della cultura attuale che mette l’uomo al posto di Dio. Credo che sia la cosa più inquietante. Mi rifaccio, per spiegarmi, a un dipinto in stile bizantino che si trova nella cappella del Santissimo Sacramento all’interno della chiesa di Santa Maria Immacolata a Mestre: “Il sacrificio di Abele e Caino”.
Anche qui c’è il fuoco, ma è il fuoco espiatorio e propiziatorio del sacrificio orientato a Dio. L’atteggiamento, lo sguardo e la direzione di tutta la persona dell’innocente Abele è verso Dio. Il nostro fine ultimo è infatti conoscere, amare e servire Dio su questa terra per goderlo poi per sempre in paradiso. Questo fine doveroso, bello e gaudioso dà l’orientamento a tutte le scelte umane e alle vicende della vita, anche a quelle più dolorose e perfino alla morte. In questo orientamento ultimo tutto trova un senso e uno scopo che dona valore e bellezza. Possiamo sopportare di tutto con l’aiuto di Dio, purché siamo orientati a un fine ultimo buono. Il viso rabbuiato, triste, di Caino e il suo guardare a sé stesso e alla terra descrive invece un altro orientamento che è rivolto alle cose mondane. Dentro questo movimento manca il senso ultimo e supremo: ogni cosa ha un senso solo relativo e passeggero. In questa visione dolore e morte non hanno più senso e ogni problema si attorciglia su sé stesso non essendo ordinato a un fine ultimo e superiore. Non dipendono forse da questo noia di vivere, ettolitri di ansiolitici e tranquillanti, manie e i disturbi ossessivi?
Povero l’uomo che cerca di mettersi al posto di Dio! Il prossimo passo sarà forse mettere al centro dell’ostensorio l’intelligenza artificiale?