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La teologia in salsa sinodale suona bene ma ha un problema: non è cattolica

di Radical Fidelity

Il discorso di Leone XIV alla Facoltà teologica pugliese e all’Istituto teologico calabrese non ha fornito nulla di buono per quel poco di teologia cattolica che resta nella Chiesa sinodale.

I ripetuti inviti a “fare teologia insieme” sono stati una chiara indicazione: i fedeli dovrebbero fuggire nella direzione opposta. Ormai lo sappiamo: se un prelato, un membro del clero o un teologo post-conciliare inizia a desiderare di “fare qualcosa insieme”, che si tratti di teologia o di Chiesa, l’unica cosa che un cattolico dovrebbe fare è scappare. Questo “fare insieme” è fondamentalmente una parola in codice per dire che ci siederemo tutti insieme e aspetteremo che le sensazioni confuse si impossessino di noi, “ascolteremo” gli uni gli altri (compresi eretici, scismatici e praticanti di false religioni), “cammineremo” insieme e poi inventeremo qualcosa di nuovo che non ha nulla a che fare con la fede cattolica. La solita ricetta sinodale per il disastro.

E Prevost in questo senso non ha deluso. Dietro il linguaggio suadente e le metafore marittime, ha esposto il suo programma inquietante: il continuo spostamento della teologia cattolica dal suo fondamento appropriato nella verità immutabile verso un paradigma fluido, guidato dai “processi” e modernista.

Leone XIV ha detto che la teologia è al servizio dell’annuncio del Vangelo e “non può essere ridotta a una mera ricerca accademica”. Presa isolatamente, questa affermazione contiene un nucleo corretto. I grandi scolastici, da san Tommaso d’Aquino ai teologi dell’era preconciliare, non hanno mai concepito la teologia come uno sterile esercizio intellettuale. Ma, come al solito, gran parte del problema sta in ciò che Prevost non ha detto. L’autentica teologia cattolica è prima di tutto l’esposizione scientifica della rivelazione divina, ordinata alla gloria di Dio e alla difesa della verità. Nel discorso papale, tuttavia, la teologia viene riformulata in modo completamente nuovo, principalmente come strumento di adattamento pastorale e mediazione culturale. La ripetuta enfasi su “nuove forme”, “nuovi linguaggi” e impegno sociale smaschera il consueto passaggio postconciliare dalla verità ricevuta al messaggio adattato. Il riflesso dell’aggiornamento continua inarrestabile.

La metafora nautica che pervade il discorso, mutuata esplicitamente da Bergoglio, è un altro campanello d’allarme. I teologi sono esortati a rimanere in “mare aperto” ed evitare “porti sicuri”, ma ci si deve chiedere cosa si intenda con questi “porti sicuri”. Se il termine si riferisce semplicemente a uno sterile isolamento accademico, nessun cattolico tradizionale ha da obiettare. Ma nell’attuale contesto di apostasia sfrenata, si può essere quasi certi che tale linguaggio funzioni come una critica codificata della precisione dottrinale, del metodo scolastico, dei manuali teologici tradizionali e, in ultima analisi, dell’idea stessa di formulazione stabile della verità. Per secoli, la Chiesa ha apprezzato quei porti che proteggono il deposito della fede dal naufragio dottrinale. Il dogma è una salvaguardia, mentre il romanticismo dell’esplorazione perpetua non fa che incoraggiare ciò che i papi precedenti hanno ripetutamente condannato: l’evoluzionismo dottrinale.

Lo slogan centrale del discorso, “fare teologia insieme”, è presentato come evidentemente virtuoso. Ma la collaborazione tra studiosi non è il problema. Le università medievali erano profondamente comunitarie e lo scambio di intuizioni può arricchire l’impresa accademica. Ma il contesto qui rivela qualcosa di diverso. Il discorso collega esplicitamente la teologia collaborativa a uno “stile sinodale”, al superamento delle “chiusure”, alla formazione di organismi misti di clero, religiosi e laici e alla produzione di nuovi “stili e linguaggi della fede”. Non si tratta semplicemente di lavoro di squadra, ma riflette il più ampio progetto sinodale che privilegia il processo e il dialogo rispetto alla precisione e alla definizione. Storicamente, i grandi progressi teologici della Chiesa non sono nati da assemblee di brainstorming, ma da una rigorosa fedeltà alla rivelazione. La silenziosa democratizzazione della teologia, in cui il consenso e l’ascolto reciproco sostituiscono il contenuto oggettivo della fede, è profondamente in contrasto con la concezione cattolica classica secondo cui la verità non è generata dal voto.

Una parte sostanziale del discorso di Leone XIV si concentra, com’era prevedibile, su questioni sociali contemporanee come migrazioni, crisi occupazionali, oppressione e ingiustizia. Ciò che colpisce è la relativa assenza di soprannaturale. Si cercano invano riferimenti al peccato, alla grazia, alla redenzione, ai Novissimi, alla necessità della conversione, o anche solo una menzione del nome di Nostro Signore Gesù Cristo. La teologia è elogiata principalmente per aver generato un “pensiero critico e profetico” volto a “smantellare la logica della rassegnazione e dell’indifferenza”. Questo linguaggio vuoto è quello stantio dell’umanitarismo orizzontale secolare che ha dominato gran parte del discorso postconciliare e sta rovinando anche la comunicazione di Prevost.

Leone XIV elogia l’unificazione istituzionale delle facoltà teologiche come segno di maturità ecclesiale. Ora, l’efficienza organizzativa può avere benefici pratici, ma la storia della Chiesa insegna che l’unità senza chiarezza dottrinale è fragile nella migliore delle ipotesi e distruttiva nella peggiore. La vera unità nella Chiesa scaturisce da una sola fede, un solo battesimo e una sola dottrina, non dalla collaborazione strutturale. Il discorso omette qualsiasi serio avvertimento contro i pericoli che hanno preoccupato il Magistero per generazioni, come l’errore dottrinale o il dissenso teologico. Ma come sappiamo, nel mondo immaginario del Sinodo la precisione teologica e l’ortodossia sono ostacoli sulla strada della campagna per sradicare il cattolicesimo. A questo proposito chiedo: quando è stata l’ultima volta che avete letto un documento papale, o ascoltato un discorso o un’omelia papale, e avete sentito usare esplicitamente il termine “cattolico” o “cattolicesimo”?

Il discorso si chiude con la formula ormai familiare e scontata del vivere “tra fedeltà e creatività, tradizione e novità”. Linguaggio che è diventato un tratto distintivo della retorica ecclesiastica contemporanea e riflette l’ambiguità intenzionale a cui mirano gli eretici sinodalisti. Il problema è che la teologia cattolica non ha mai inteso Tradizione e novità come poli in tensione paritaria. Lo sviluppo autentico nella Chiesa cattolica è organico e omogeneo, in contrapposizione a quello sperimentale e aperto.

Sebbene rivestito di calore pastorale e vocabolario spirituale, il discorso di Leone XIV in definitiva promuove ancora una volta l’agenda della falsa religione sinodale che si è attaccata alle strutture della Chiesa cattolica come un parassita mortale. L’enfasi è posta sul processo, sulla missione e sul dialogo a scapito dei veri valori teologici come la precisione, la chiarezza metafisica e la definizione dottrinale.

Per coloro tra noi che attribuiscono grande importanza alla teologia cattolica come esposizione disciplinata e riverente del deposito immutabile della fede, questo discorso è solo un’ulteriore prova che il cattolicesimo non ha nulla a che fare con la cosiddetta religione sinodale.

radicalfidelity

 

Aldo Maria Valli:
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