Formazione dei giovani preti. Tanto cammino, ma quando pregano e studiano?

di Vincenzo Rizza

Caro Aldo Maria,

è stato recentemente pubblicato il rapporto finale del gruppo di studio numero 4 per “La revisione della Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis in prospettiva sinodale missionaria”.

Si tratta di un documento che, nelle intenzioni, dovrebbe essere al servizio delle Conferenze episcopali per dare indicazioni sulla formazione al ministero ordinato.

Tralascio i numerosi riferimenti alla “conversione sinodale missionaria” e alla partecipazione delle donne alla formazione dei seminaristi.

Tralascio anche i numerosi riferimenti alla “missione” che, seppure in alcuni punti sia timidamente accostata all’annuncio del Vangelo, pare in realtà più riferita al mandato di convertire i recalcitranti allo “stile sinodale”.

Tralascio, infine, i numerosi riferimenti al camminare, ascoltare, dialogare, ormai refrain di troppi documenti vaticani, e alla “corresponsabilità differenziata [?] nei processi decisionali”.

Colpisce, invece, la pressoché totale mancanza in tutto il documento di un paio di parole che dovrebbero guidare la formazione dei ministri ordinati: la preghiera e lo studio delle Scritture, dei Padri e dei Dottori della Chiesa.

La preghiera rimane permanentemente sullo sfondo e in un solo passaggio, alle pagine 10 e 11, si fa riferimento ad alcuni elementi che non dovrebbero mai mancare nel discernimento ecclesiale; tra questi “un tempo conveniente per prepararsi con la preghiera”. In effetti tra la “conversione delle relazioni”, la “conversione missionaria”, la “conversione alla comunione”, la “conversione al servizio”, la “conversione a uno stile sinodale”, la “conversione della formazione” (questi sono i titoli dei primi sei capitoli del preambolo), capisco che diventa sempre più difficile trovare un tempo conveniente anche per la preghiera e la conversione al Vangelo.

Quanto alla necessità di approfondire lo studio delle Scritture, dei Padri e Dottori della Chiesa, buio totale, salvo ripescare una citazione di san Cipriano di Cartagine per giustificare “la più ampia partecipazione possibile di tutto il Popolo di Dio ai processi decisionali”, con una “democratizzazione” della Chiesa che, come dimostra anche il sinodo tedesco, diventa sempre più preoccupante e presbiteri considerati non più guida ma burocrati che devono camminare, accompagnare e dialogare, ma che, a quanto pare, non devono più insegnare, correggere, ammonire, custodire la fede ricevuta. In altre parole, non più pastori ma facilitatori di assemblee permanenti.

La gerarchia delle priorità sembra chiara. Il documento pretende di orientare la formazione dei sacerdoti dedicando pagine e pagine a procedure, stili, processi e quasi nulla alla preghiera e allo studio. E l’effetto lo vediamo: nonostante ci siano ancora (per fortuna) tanti buoni formatori, abbiamo documenti sempre più pieni e seminari sempre più vuoti.

Mi chiedo come possa un sacerdote che non sia formato innanzitutto nella preghiera, nelle Sacre Scritture e nella Tradizione della Chiesa guidare il popolo cristiano che non ha bisogno di animatori e moderatori ma innanzitutto di pastori in grado di nutrire le anime. E le anime non si nutrono con i processi e i cammini sinodali, con le conversioni delle relazioni e la corresponsabilità differenziata, ma grazie a sacerdoti che sappiano seguire la chiamata e si ispirino ai santi che, di solito, cominciano da due cose piuttosto semplici: pregare e studiare.

 

I miei ultimi libri

Sei un lettore di Duc in altum? Ti piace questo blog? Pensi che sia utile? Se vuoi sostenerlo, puoi fare una donazione utilizzando questo IBAN:

IT64Z0200820500000400192457
BIC/SWIFT: UNCRITM1D09
Beneficiario: Aldo Maria Valli
Causale: donazione volontaria per blog Duc in altum

Grazie!