Sulla “Bibbia come Dio comanda” tutto tace. E allora l’Investigatore Biblico si rivolge anche al cardinale Ravasi
di Investigatore Biblico
Nelle ultime settimane mi sono permesso di rivolgere alcune domande pubbliche sul tema delle traduzioni della Sacra Scrittura. Ho posto tre domande alla Conferenza episcopale italiana, poi ho rivolto una domanda al cardinale Giuseppe Betori e successivamente al cardinale Matteo Zuppi.
Si tratta di interrogativi nati dallo studio e dalla riflessione maturata durante la stesura del mio libro, scritto insieme a Saverio Gaeta, “La Bibbia come Dio comanda”, con il desiderio sincero di comprendere meglio come la Parola di Dio venga trasmessa oggi ai fedeli attraverso le traduzioni contemporanee.
Devo però constatare con rammarico che, fino a questo momento, a tali domande non ho ricevuto alcun cenno di risposta.
Desidero quindi riproporre la questione a un autorevole studioso della Bibbia come il cardinale Gianfranco Ravasi, che da molti anni è riconosciuto come uno dei più importanti esegeti cattolici e che ha dedicato gran parte della sua vita allo studio, alla divulgazione e alla meditazione delle Sacre Scritture.
Eminenza, nel mio libro “La Bibbia come Dio comanda” ho evidenziato alcuni casi in cui traduzioni bibliche moderne sembrano attenuare o modificare espressioni cristologiche rispetto ai testi antichi in ebraico e greco e alla tradizione della Vulgata. Se la Chiesa ha sempre insegnato che la Sacra Scrittura è ispirata e che il suo linguaggio possiede un valore teologico preciso, come si concilia questa convinzione con tali scelte traduttive? Non si rischia, nella lettura liturgica, di alterare almeno in parte la percezione della divinità di Cristo trasmessa dal testo originario?
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