Meditazioni / 8 marzo 2026

Vetus ordo

Domínica tértia in Quadragésima

Qui non est mecum, contra me est

Lc 11,14-28

di Eremita

Questo Vangelo ci mette davanti a una lotta. Non una lotta psicologica, non un problema morale, ma una lotta reale, spirituale. Gesù scaccia un demonio muto e quell’uomo comincia a parlare. È impressionante: il demonio rende muti. Ti chiude. Ti isola. Ti impedisce di lodare Dio, di chiedere perdono, di dire «ti voglio bene», di gridare il tuo dolore. Il demonio ti chiude la bocca e il cuore.

E quando Gesù libera quell’uomo, alcuni dicono: «È per mezzo di Beelzebùl che scaccia i demoni». È sempre così. Quando Dio opera una liberazione nella tua vita, c’è una voce che insinua: «Non è Dio. È suggestione. È debolezza. È qualcosa di ambiguo». È la tentazione di attribuire a Satana l’opera di Dio. È il peccato contro lo Spirito Santo: non riconoscere l’azione di Dio, chiudersi alla luce.

Gesù risponde con una logica semplice: «Ogni regno diviso in sé stesso va in rovina». Se Satana scaccia Satana, è finito. Ma se io scaccio i demoni con il dito di Dio, allora è giunto a voi il Regno di Dio. Qui c’è un annuncio fortissimo: il Regno non è un’idea futura, non è un progetto politico, è una presenza. Quando Cristo libera l’uomo dal male, lì è il Regno.

Poi usa un’immagine molto concreta: l’uomo forte, ben armato, custodisce il suo palazzo. È Satana che tiene l’uomo sotto il suo dominio. Ma viene uno più forte di lui e lo vince. Questo «più forte» è Cristo. Non sei tu. Non è il tuo sforzo morale. Non è la tua disciplina. È Cristo che entra nella tua casa, nella tua storia, e lega l’uomo forte. Se no, siamo perduti. Perché da soli non possiamo vincere il male che ci abita.

E Gesù dice una parola radicale: «Chi non è con me è contro di me». Non esiste neutralità. Non si può vivere una fede tiepida, accomodata, senza decisione. O lasci che Cristo entri e combatta per te, o inevitabilmente resti sotto un altro dominio. Questo non è fanatismo, è realismo spirituale.

Poi parla dello spirito impuro che esce da un uomo, vaga in luoghi deserti e poi ritorna con altri sette spiriti peggiori. Che significa? Che non basta una liberazione momentanea. Se la casa resta vuota, spazzata ma vuota, il male ritorna. La vita cristiana non è solo togliere il peccato, è riempire la casa della presenza di Dio. Se Cristo non abita in te, qualcosa altro prenderà spazio.

Quante volte abbiamo fatto esperienze belle, momenti di conversione, ma poi siamo tornati come prima, o peggio di prima. Perché? Perché la casa era rimasta vuota. Non basta emozionarsi, non basta un entusiasmo. Occorre una comunione stabile, una Parola accolta, un cammino concreto dove Cristo possa dimorare.

E a questo punto una donna grida: «Beato il grembo che ti ha portato!». È un entusiasmo spontaneo, affettivo. È come dire: che fortuna tua madre! E Gesù risponde in modo sorprendente: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la custodiscono». Non sta sminuendo sua madre, sta rivelando la vera beatitudine. Maria è beata non solo perché ha generato Gesù nella carne, ma perché ha ascoltato e custodito la Parola.

La felicità non è legata ai privilegi, alle esperienze straordinarie, ma all’ascolto. Ascoltare significa obbedire, lasciare che la Parola ti giudichi, ti converta, ti sostenga. Custodire significa proteggerla dentro di te, come un seme che cresce.

Questo Vangelo ci mette davanti a una decisione. Cristo è il più forte. È venuto per liberarti dal mutismo, dalla chiusura, dalla schiavitù del peccato. Ma non entra con la forza. Bussa. E se gli apri, non solo scaccia il demonio: riempie la casa della sua presenza.

Allora la tua bocca si apre. Puoi benedire, puoi perdonare, puoi annunciare. E diventi beato, non per un’emozione religiosa, ma perché la Parola ha trovato spazio in te. E il Regno di Dio, che non si vede ma opera, comincia a manifestarsi nella tua vita concreta, nella tua famiglia, nella tua storia.

***

Novus ordo

I veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità

Gv 4,5-42

di Eremita

Il Vangelo della samaritana è un Vangelo pasquale. È un Vangelo che parla di te, di me, della nostra storia concreta. Non è un racconto morale, è un annuncio. È l’annuncio che Cristo viene a cercarti proprio lì dove sei stanco, dove sei ferito, dove la tua vita è un deserto.

Gesù arriva a Sicar, in Samaria. La Samaria era terra di scismatici, di gente considerata impura. Eppure è lì che va. Non aspetta che vengano a Gerusalemme. È Lui che attraversa il confine. È Lui che si siede al pozzo di Giacobbe, stanco per il viaggio. Questo è impressionante: Dio si fa stanco, si fa mendicante. «Dammi da bere». Dio ti chiede qualcosa. Dio ha sete di te.

Questa donna viene a mezzogiorno. Non viene al mattino, quando vanno tutte. Viene quando il sole è alto, quando nessuno c’è. È una donna sola, segnata dalla sua storia: cinque mariti e quello che ha ora non è suo marito. È una donna che ha cercato amore, sicurezza, felicità, e ogni volta si è trovata con le mani vuote. Quante volte anche noi abbiamo cercato un’acqua che non poteva dissetarci? Relazioni, successo, denaro, perfino religiosità… e la sete rimane.

Gesù le parla di un’acqua viva. Lei pensa ancora all’acqua materiale. Anche noi siamo così: restiamo sul piano orizzontale. Ma Cristo parla di un’altra sorgente, di qualcosa che zampilla per la vita eterna. Non è uno sforzo morale, non è un «devi fare meglio». È un dono. «Se tu conoscessi il dono di Dio…». La fede nasce quando uno scopre che Dio non viene a giudicare, ma a donare.

E poi c’è quel momento decisivo: «Va’ a chiamare tuo marito». Cristo tocca la sua ferita. Non per umiliarla, ma per illuminarla. La verità non è una condanna, è liberazione. La donna non scappa. Riconosce: «Non ho marito». È il primo atto di verità. E Gesù conferma: «Hai detto il vero». Quando davanti a Dio smettiamo di giustificarci, quando non ci nascondiamo più, allora può iniziare qualcosa di nuovo.

La donna cambia discorso, parla del tempio, del monte Garizim o di Gerusalemme. È tipico: quando Dio tocca la nostra vita concreta, noi preferiamo discutere di teorie, di liturgie, di questioni religiose. Ma Gesù va al cuore: «Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Non è una questione di luogo, ma di cuore. Non è questione di appartenenza etnica, ma di relazione filiale.

E poi l’annuncio sconvolgente: «Sono io, che parlo con te». In greco è ancora più forte: «Io sono». È la rivelazione del Nome di Dio. E a chi lo rivela? Non a un sacerdote, non a un dottore della legge, ma a una donna samaritana, peccatrice, emarginata. Questo è il Vangelo: Dio si manifesta ai piccoli, a chi non conta.

La donna lascia l’anfora. È un dettaglio meraviglioso. L’anfora rappresenta la sua vita di prima, il suo modo di procurarsi l’acqua. La lascia, perché ha trovato la sorgente. E diventa missionaria. Senza aver fatto un corso, senza sapere teologia. Va e dice: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto». Non annuncia una dottrina, annuncia un incontro.

E i samaritani credono prima per la sua parola, poi per l’incontro personale con Cristo. Questo è il cammino della fede: qualcuno ti testimonia, ti invita, e poi tu stesso fai esperienza. «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo… ma perché noi stessi abbiamo udito». La fede non è per sentito dire, è esperienza viva.

Anche ai discepoli Gesù parla di un altro cibo. «Il mio cibo è fare la volontà del Padre». Noi pensiamo che la vita consista nel riempirci, nel consumare. Gesù mostra che la vera sazietà è compiere l’opera di Dio, partecipare alla salvezza degli altri. «Alzate gli occhi e guardate i campi». Il mondo è assetato. Anche se sembra indifferente, anche se sembra lontano, i campi biondeggiano.

Questo Vangelo ci dice che Cristo oggi passa nella tua Samaria. Si siede accanto al pozzo della tua storia, delle tue ferite, dei tuoi fallimenti. Non si scandalizza dei tuoi cinque mariti, delle tue incoerenze, delle tue fughe. Ti chiede da bere, cioè ti chiede di entrare in dialogo con Lui. E se accetti, se ti lasci guardare nella verità, scoprirai che dentro di te può nascere una sorgente nuova.

Allora anche tu potrai lasciare l’anfora e diventare testimone. Non perché sei perfetto, ma perché sei stato amato. E dirai con i samaritani: «Questi è veramente il salvatore del mondo». Non un maestro tra tanti, non un profeta qualsiasi, ma il Salvatore. Colui che placa la sete più profonda dell’uomo: la sete di essere amato e di vivere per sempre.

 

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