Cronache dalla grotta / Di porte, giustizia e vocine

di Rita Bettaglio

Aperíte mihi portas justítiæ, ingréssus in eas confitébor Dómino: hæc porta Dómini, justi intrábunt in eam (Psal 117:19). Apritemi le porte della giustizia, invoca il salmista.

Dove sono queste porte? Dov’è la giustizia in questo mondo in cui dominano la menzogna e il suo principe? Noi che annaspiamo in questo mondo folle, nel quale si chiama bene il male e male il bene, avvertiamo, nel nostro animo impotente, lo stesso grido.

Nella grotta la Quaresima avanza lemme lemme, passetto per passetto: talora quasi inavvertita, talora graffiante nelle sue multiformi manifestazioni, che spesso non riconosciamo neppure. Ci pare, infatti, che nulla accada o, almeno, nulla di buono.

Un giorno un discepolo si lamentò col proprio padre spirituale: “Padre, non sto facendo niente in questa Quaresima…”. Gli pareva infatti di non viverla col necessario impegno di penitenza, preghiera e carità. Lui, lapidario, rispose: “Stai soffrendo: questo è sufficiente”.

Alle volte, cioè quasi sempre, vogliamo disegnare noi i contorni della nostra vita spirituale, facendo programmi e propositi, e con testardaggine vogliamo fare bilanci a ogni istante. Rimaniamo sempre insoddisfatti e umiliati perché, se siamo sinceri con noi stessi, vediamo benissimo che, Deo gratias, non corrispondiamo mai alle nostre aspettative. Rana rupta et bos, raccontava Fedro: una rana si gonfiava, gonfiava, gonfiava per diventare grande come un bue e, alla fine, scoppiò. Niente di nuovo, dunque.

Ci sono poi quei diavoletti che sembrano messi lì apposta per provare la nostra pazienza e umiltà e s’industriano di mettere sempre il bastone tra le ruote, materiali e spirituali. Un confessore, anni fa, mi mise in guardia: “Stia sicura che, se decidesse come fioretto di non mangiare più caramelle alla menta, tutti gliene offrirebbero”.

La cavernicola non fa eccezione e tutti gli anni prende propositi per la Quaresima, cercando di essere realista, ma sempre, per quanto modesto sia il proposito, ne esce abbacchiata e con le orecchie basse. La penitenza più grande, infatti, non è quella scelta, ma l’umiliazione di non riuscire a corrispondervi se non in piccola parte o malamente. Bonum mihi quia humiliasti me, ut discam justificationes tuas: bene per me se mi hai umiliato, perché conosca i tuoi giudizi. I giudizi di Dio, i suoi decreti sono chiamati in latino justificationes, parola che deriva da justitia, giustizia: perciò essi sono il distillato, il frutto della Sua giustizia.

Apritemi le porte della giustizia: ingréssus in eas confitébor Dómino, entrato in esse celebrerò, confesserò il Signore. Confitebor viene da confiteor, che è anche il nome dell’atto penitenziale che recitiamo nella messa: vuol dire confessare ma anche fare atto di fede, professare, testimoniare, dichiarare, esporre chiaramente, senza infingimenti.

Il salmista afferma dunque che la propria professione di fede nel Signore e la conseguente lode avverrà una volta entrato nelle porte della giustizia.

Che vorrà dire per noi, cavernicola compresa? La porta per entrare a Dio, per avere accesso agli atri del Signore è la giustizia. San Giuseppe cui è dedicato questo mese di marzo era un uomo giusto, dice il Vangelo.

Il giusto Giuseppe rispettava i comandamenti di Dio: era pietoso e giusto. La sua giustizia verso gli uomini era riflesso di quella verso Dio: Dare a ciascuno il dovuto, secondo l’ordine della carità, stabilito da Dio stesso all’atto della creazione di tutto ciò che esiste.

Oggi, nel mondo e nelle nostre anime, la giustizia non ha molti simpatizzanti perché presuppone la verità, anzitutto verso noi stessi. E non ci piace proprio quella vocina che ci sussurra: Medice, cura te ipsum! Medico, cura te stesso, perché non c’è uomo che non sia malato, ferito e bisognoso di cure, talora robuste.

La vocina non piaceva tanto neanche a don Camillo, sulle prime, tanto che alle volte sgattaiolava davanti al Cristo dell’altar maggiore. Ma pur vi ritornava sempre perché Lui solo aveva parole di vita eterna.

*

Un’oretta dopo don Camillo era di ritorno e andava a stendere il suo rapportino al Cristo. “Tutto bene. Tutto come mi avevate ispirato Voi”.

“Bravo don Camillo. Ma dimmi un po’, ti avevo anche suggerito di prenderlo per i piedi e buttarlo dentro nel fosso?”.

Don Camillo allargò le braccia. “Veramente non ricordo bene. Il fatto è che a lui non gli andava molto di vedere un prete in bicicletta da corsa e allora ho fatto in modo che non mi vedesse più”

“Capisco. È già tornato?”

“Arriverà fra poco. Vedendolo cadere nel fosso ho pensato che ritornando su un po’ bagnato si sarebbe trovato impicciato con la bicicletta e allora ho pensato di tornare solo con tutt’e due le biciclette”.

Il Cristo approvò molto gravemente.

“È stato un pensiero molto gentile, don Camillo”.

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