La guerra, oppio di Israele?
di Gideon Levy*
È di nuovo tempo di guerra, e la guerra, ancora una volta, arriva a risolvere una volta per tutte i problemi esistenziali di Israele.
All’inizio sarà di nuovo dichiarata una vittoria sbalorditiva, con unanime applauso, con Yair Lapid [giornalista, scrittore e politico israeliano, primo ministro di Israele dal 1º luglio al 29 dicembre 2022, N.d.T.] che scrive che siamo una nazione forte e unita e gli analisti che competono nell’elogiare le coraggiose imprese di Israele. Il tutto fino alla prossima impresa soddisfacente.
Ancora una volta, quasi tutti gli israeliani sono convinti che non ci sia guerra più giustificata o vincente di questa. Come in tutte le guerre israeliane, il refrain è “che scelta avevamo?”, ”che cosa proponete in alternativa?. L’applauso generale è risuonato già nei primi dibattiti televisivi: relatori con l’acquolina in bocca che attendevano con ansia questo momento, come se stessero aspettando il Messia.
Se un tempo Israele godeva di qualche anno di tranquillità tra due guerre (otto dalla guerra del 1948 alla Campagna del Sinai, undici tra quella e la Guerra dei Sei Giorni, sei fino alla Guerra dello Yom Kippur, nove fino alla Prima Guerra del Libano e ventiquattro fino alla Seconda), ora tra una guerra e l’altra ci sono solo pochi mesi. Un tempo, le promesse fatte dopo ogni guerra raggiungevano il cielo delirante dei suoi istigatori e sostenitori, tra cui quasi tutti gli israeliani. “Nessun proiettile, nessun razzo Katyusha cadrà più sulle nostre comunità”, promise Menachem Begin alla fine della Prima Guerra in Libano. “Il sangue non è stato vano”, promise Ehud Olmert dopo la Seconda.
Lo scorso giugno, appena otto mesi fa, fu dichiarata la vittoria totale sull’Iran. Benjamin Netanyahu disse che la salva di apertura sarebbe passata alla storia militare di Israele e sarebbe stata studiata dagli eserciti di tutto il mondo: “Nel momento decisivo, una nazione come un leone (il nome ebraico della guerra è Leone Ruggente) si è levata, e il nostro ruggito ha scosso Teheran e ha risuonato in tutto il mondo”. Il ruggito del leone si è presto trasformato nello squittio di un topo.
La “vittoria storica” che ha eliminato “due minacce esistenziali per Israele, quella nucleare e quella dei missili balistici”, è durata quanto la vita di una farfalla. Pochi mesi di vittoria storica e abbiamo già bisogno di una nuova guerra. Non ci siamo ancora ripresi dal nome altisonante di Operazione Leone Nascente ed eccone subìto uno nuovo, Operazione Leone Ruggente, nome ancora più infantile. A volte sembra che tutto ciò di cui abbiamo bisogno siano questi nomi altisonanti dati alle guerre per predirne il fallimento predestinato.
Nessuna guerra nella storia di Israele, a parte la prima, ha portato a un risultato a lungo termine. Nessuna. Zero. Per la maggior parte sono state guerre scelte, e la scelta di intraprenderle è sempre stata la peggiore. Nei giorni scorsi l’inizio dell’attuale guerra è stato presentato come un “attacco preventivo”. Ma un attacco preventivo viene lanciato contro qualcuno che sta per attaccarti, mentre l’Iran non aveva intenzione di farlo. È vero che l’Iran ha un regime orribile ed è vero che rappresenta un pericolo per la sicurezza di Israele e dell’intera regione da anni. Ma non si è mai trattato del pericolo esistenziale dipinto da Israele. Ovviamente, si dovrebbe sperare che questa volta sia diverso, come abbiamo creduto in tutte le altre guerre fin dal loro inizio, ma l’esperienza passata lascia poco spazio a tale speranza. Anche se il regime di Teheran venisse rovesciato, l’Iran diventasse la Svizzera e venisse firmato un trattato di pace eterno, Israele troverebbe un altro spauracchio con cui intimidirci.
La solita promessa – “una volta per tutte” – che viene sbandierata non sarà mai ottenuta con la spada, né con gli F-35. Forse è troppo tardi per dirlo, ma finché l’Occupazione continuerà, finché rimarrà l’assoluto “una volta per tutte”, qui non ci sarà mai “una volta per tutte”.
Dopo due anni e mezzo di zero risultati a Gaza; dopo lo stesso periodo di tempo con piccoli e insignificanti successi contro Hezbollah in Libano; dopo otto mesi dall’ultimo attacco senza alcun risultato contro l’Iran, sarebbe ora di smaltire l’ebbrezza delle guerre e delle loro futili promesse.
Il sangue scorrerà ora come l’acqua, e l’America non dimenticherà mai che l’abbiamo spinta in questa guerra, alla fine della quale ci sveglieremo solo con un’altra vecchia alba.
*Editorialista di “Haaretz” e membro del comitato editoriale del quotidiano. Il suo libro più recente è “The Killing of Gaza: Reports on a Catastrophe”.
Nella foto [Ohad Zwigenberg/APS], la popolazione si rifugia in un parcheggio sotterraneo a Tel Aviv mentre le sirene antiaeree annunciano un imminente attacco missilistico dell’Iran.
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