Questa nuova guerra, le tre grandi crisi del nostro tempo e la domanda più importante
di Giulio Ferri*
La guerra iniziata con l’attacco congiunto di Israele e degli Stati Uniti contro l’Iran segna uno dei passaggi più delicati della storia recente del Medio Oriente. Ogni conflitto può essere raccontato con il linguaggio immediato delle operazioni militari, delle mappe strategiche e degli equilibri di potere. Ma quando una guerra coinvolge potenze nucleari, grandi tradizioni religiose e regioni cariche di significato biblico, limitarci alla cronaca militare rischia di impoverire la comprensione della realtà.
La prima lettura è inevitabilmente geopolitica. Israele considera da anni il programma nucleare iraniano una minaccia esistenziale. L’Iran, dal canto suo, vede Israele come il principale avversario regionale e ha costruito una rete di alleanze e milizie che estende la sua influenza dal Libano alla Siria e all’Iraq. Gli Stati Uniti intervengono non soltanto per sostenere Israele, ma anche per preservare un equilibrio strategico nel Medio Oriente e garantire la sicurezza delle rotte energetiche mondiali.
Da questa prospettiva la guerra appare come l’esito di una logica classica della politica internazionale: deterrenza, sicurezza e equilibrio di potere. Tuttavia anche a questo livello la realtà è meno semplice di quanto spesso venga presentato nel dibattito pubblico.
Da anni l’Iran sostiene che il proprio programma nucleare abbia finalità esclusivamente civili. Questa posizione non è soltanto una dichiarazione propagandistica. Diverse valutazioni dell’intelligence statunitense hanno effettivamente affermato che l’Iran non stava costruendo un’arma nucleare e che la guida suprema iraniana non aveva riattivato il programma militare sospeso nel 2003. L’analisi annuale della comunità di intelligence americana ha ribadito che Teheran non stava costruendo una bomba atomica, pur mantenendo capacità tecnologiche che potrebbero consentirlo in futuro se la leadership politica decidesse di farlo.
Anche il direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha dichiarato recentemente di non vedere prove di un programma strutturato per la costruzione di armi nucleari.
Questo non significa che il problema non esista. L’Iran ha effettivamente accumulato grandi quantità di uranio arricchito e possiede infrastrutture nucleari avanzate. Significa però che il dibattito politico internazionale è più complesso della narrazione semplice secondo cui la guerra sarebbe stata l’unico modo per fermare una bomba imminente.
Ma la geopolitica non è l’unica lente attraverso cui questo conflitto deve essere osservato. C’è un altro elemento, spesso ignorato nelle analisi europee, che ha avuto un peso significativo nella cultura politica americana: il ruolo dei movimenti cristiani evangelici fondamentalisti fortemente filosionisti.
Negli Stati Uniti esiste da decenni una corrente teologica e politica nota come sionismo cristiano. Essa nasce soprattutto in ambienti evangelici conservatori e interpreta la storia contemporanea alla luce di una particolare lettura delle profezie bibliche. Secondo questa visione, il ritorno del popolo ebraico nella terra di Israele e il rafforzamento dello Stato israeliano sarebbero tappe necessarie del piano divino che conduce agli eventi finali della storia.
Per molti di questi movimenti il Medio Oriente non è soltanto uno spazio geopolitico: è il teatro della storia della salvezza. In questa prospettiva, il confronto con l’Iran – spesso identificato come uno dei grandi avversari di Israele negli scenari profetici – assume un significato quasi escatologico.
Queste correnti non sono marginali. Negli Stati Uniti rappresentano milioni di elettori e hanno esercitato un’influenza significativa su diversi ambienti politici e militari. Durante le amministrazioni repubblicane, e in particolare in quella di Donald Trump, molti consiglieri politici e leader religiosi appartenenti a questo mondo hanno sostenuto una linea estremamente dura verso l’Iran, interpretando la difesa di Israele non soltanto come una scelta strategica ma come una missione religiosa.
Naturalmente non si può ridurre la politica estera americana a questa componente. Ma ignorarla significherebbe non capire una parte importante del clima culturale che ha accompagnato le decisioni politiche degli ultimi anni.
Quando si introduce questa dimensione religiosa nel quadro geopolitico, diventa inevitabile confrontarsi con la prospettiva biblica. La Bibbia nasce proprio in quella regione del mondo che oggi vediamo nuovamente attraversata dalla guerra. Nei libri profetici dell’Antico Testamento i conflitti tra popoli non sono rari. Isaia, Geremia ed Ezechiele descrivono spesso guerre tra nazioni che circondano Israele.
Tuttavia i profeti non sono cronisti anticipati della geopolitica moderna. Il loro scopo non è fornire un calendario degli eventi futuri. Quando parlano di guerre, lo fanno per interpretare la storia alla luce della giustizia di Dio. Le guerre, nella loro prospettiva, non sono semplicemente eventi militari: sono il segno di una crisi morale più profonda e ciò riguarda soprattutto il popolo d’Israele.
Anche Gesù affronta il tema delle guerre con parole sorprendentemente sobrie. Nel Vangelo di Matteo avverte i discepoli che sentiranno parlare di guerre e di rumori di guerre, ma li invita a non lasciarsi prendere dal panico. Le guerre fanno parte della storia umana, ma non devono essere scambiate automaticamente per il segno della fine del mondo.
Questo avvertimento è particolarmente importante in un’epoca in cui molti cercano di leggere ogni crisi internazionale come il compimento delle profezie apocalittiche. Il libro dell’Apocalisse viene spesso citato come se fosse una mappa nascosta della geopolitica contemporanea. In realtà il suo linguaggio è simbolico. Non descrive il calendario della fine del mondo, ma il dramma permanente della lotta tra il bene e il male nella storia.
Quando si passa dalla prospettiva biblica alla teologia della storia, il quadro diventa ancora più profondo. La teologia della storia non si limita a chiedere che cosa accade, ma cerca di comprendere che cosa gli eventi rivelano sul cammino dell’umanità.
La guerra attuale sembra manifestare almeno tre grandi crisi del nostro tempo. La prima è la crisi dell’ordine internazionale. Il sistema nato dopo la Seconda guerra mondiale appare sempre più fragile e incapace di gestire i conflitti tra grandi potenze. Quando le regole condivise si indeboliscono, la politica tende a tornare alla logica della forza.
La seconda crisi è antropologica. Le guerre contemporanee non sono soltanto scontri tra eserciti, ma scontri tra visioni dell’uomo e della società. Da un lato troviamo società altamente tecnologiche e secolarizzate che fondano la propria potenza sulla scienza, sull’economia e sulla superiorità militare. Dall’altro emergono movimenti religiosi radicalizzati che interpretano la politica come il prolungamento di una missione sacra. In entrambi i casi esiste il rischio di perdere il centro della visione cristiana dell’uomo: la dignità della persona.
La terza crisi riguarda l’anima spirituale dell’Occidente. Le società occidentali possiedono oggi una potenza tecnologica immensa, ma spesso sembrano aver smarrito il fondamento spirituale che per secoli ha orientato la loro civiltà. Quando una civiltà perde la memoria delle proprie radici, la politica tende a oscillare tra due estremi: il cinismo del puro calcolo strategico e la tentazione di giustificare la forza con retoriche quasi messianiche. Entrambe queste derive sono pericolose.
La fede cristiana non autorizza a trasformare le guerre in strumenti diretti del piano escatologico di Dio. La storia della salvezza non procede attraverso escalation militari. Procede attraverso la libertà dell’uomo, la conversione del cuore e la misteriosa azione della grazia.
Se esiste una chiave autenticamente cristiana per interpretare la storia, essa non si trova nelle mappe militari o nei rapporti di intelligence. Si trova nel mistero della Croce. Il centro della storia non è una guerra tra nazioni, ma l’evento della Redenzione.
Le potenze cambiano, gli imperi nascono e cadono, ma il dramma fondamentale rimane quello della libertà umana davanti a Dio.
Per questo la domanda più profonda che ogni guerra pone non riguarda soltanto quale potenza vincerà. Riguarda piuttosto ciò che l’umanità sta diventando mentre combatte queste guerre.
La storia non appartiene completamente agli uomini, ma gli uomini hanno una responsabilità reale nel modo in cui essa prende forma. Senza un rinnovamento morale e spirituale delle civiltà, nessun equilibrio militare potrà garantire una pace duratura.
E forse la vera domanda che questo conflitto ci pone è proprio questa: se il mondo possiede oggi una potenza distruttiva senza precedenti, possiede anche una saggezza morale sufficiente per non usarla fino in fondo?
*docente di filosofia
Nella foto [Amir Kholousi/ISNA/WANA/Reuters], conseguenze di un attacco israeliano e statunitense su un edificio a Teheran
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