Don Pagliarani / La FSSPX, lo stato di necessità, la libertà cattolica. Dialogo a tutto campo con i giovani
Sabato 7 febbraio 2026 don Davide Pagliarani, superiore generale della FSSPX, ha partecipato a una tavola rotonda sulla decisione di procedere con le consacrazioni episcopali il 1° luglio a Écône. L’incontro si è svolto nell’ambito dell’Università invernale del distretto francese della FSSPX, tenutasi a La Martinerie, vicino a Châteauroux. L’evento ha riunito diverse centinaia di partecipanti, per lo più giovani. Ecco la trascrizione del dialogo.
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Perché adesso?
Le voci sulle consacrazioni sono circolate ampiamente negli ultimi mesi, in particolare dopo la morte del vescovo Tissier de Mallerais. Alcuni si chiedono perché abbiate aspettato fino ad ora, mentre altri potrebbero chiedersi perché non abbiate aspettato più a lungo.
È una questione di prudenza. Prendere una decisione del genere – una decisione estrema, grave – è possibile solo se non c’è alternativa. Una tale scelta richiede un lungo e difficile discernimento, che deve essere intrapreso con calma e nella preghiera, ed è ciò che abbiamo fatto.
Da un lato, ora abbiamo solo due vescovi, ormai avanti con gli anni; dall’altro, la situazione della Chiesa non sembra destinata a cambiare nei prossimi anni. Siamo quindi giunti a un punto in cui potevamo, anzi dovevamo, prendere questa decisione davanti a Dio, per il bene delle anime.
Credo che la situazione sia matura di per sé, e non solo in termini di necessità oggettiva. E direi che è matura anche la possibilità per tutti i fedeli di buona volontà di comprendere le ragioni di questa decisione. Anche questo è importante. È qualcosa che dobbiamo spiegare, qualcosa che i fedeli devono essere in grado di comprendere. E penso che oggi, con quello che sta succedendo nella Chiesa, ci siano tutti gli elementi per farlo.
Le lettere inviate al papa
Nella sua omelia del 2 febbraio, lei ha detto di aver scritto al papa, e anche più volte, due se non sbaglio. Potrebbe, se possibile, entrare un po’ più nel dettaglio e dirci esattamente che cosa gli ha scritto, e poi quale è stata la sua risposta?
Ho scritto al papa per la prima volta all’inizio di agosto, per chiedergli udienza e, naturalmente, per congratularmi con lui per la sua elezione. Non ho mai ricevuto risposta a quella lettera. A novembre ho quindi scritto una seconda lettera, in cui ho messo per iscritto ciò che avrei voluto spiegare oralmente al papa. In essa ho esposto le ragioni per cui la Fraternità chiede nuovi vescovi e ne ha bisogno. Ho chiesto al Santo Padre di comprenderlo, senza nascondere le differenze dottrinali e tutti i problemi di cui siamo a conoscenza. Ho sottolineato che la Fraternità vuole servire la Chiesa; che se conserviamo la Tradizione è per la Chiesa, affinché un giorno un papa possa farne uso. Perché preservare la Tradizione non significa semplicemente mantenere i principi. Preservare la Tradizione significa preservare le anime che incarnano quella Tradizione, che la vivono. Ho spiegato al papa che questo è il servizio che vogliamo rendere alla Chiesa, fino al giorno in cui lui, o uno dei suoi successori, vorrà usufruirne. Ho inviato questa seconda lettera a novembre e la risposta è arrivata qualche giorno fa, una settimana fa, venerdì scorso, sì, otto giorni fa. Ma la risposta non teneva conto di ciò che proponevamo. Era semplicemente una minaccia di ulteriori sanzioni se la Fraternità avesse portato avanti questa idea di consacrare vescovi. È stato piuttosto deludente. Molto deludente. E pochi giorni dopo, come sapete, abbiamo annunciato le consacrazioni.
Perché procedere senza autorizzazione?
Quindi non avete ancora ricevuto l’approvazione del papa. Perché vi sentite comunque obbligati a consacrare vescovi?
È per il bene delle anime. L’unica cosa da considerare è questa: siamo qui sulla terra per salvare le nostre anime. Tutto ciò che facciamo nella nostra professione, nella nostra famiglia, nei nostri progetti – tutto, senza eccezioni – è ordinato, indirettamente o direttamente, alla salvezza delle nostre anime, alla nostra salvezza. La Chiesa esiste per garantire i mezzi necessari a questa salvezza. Su questo punto siamo tutti d’accordo. Ma la Chiesa ufficiale oggi, in una parrocchia tipica, fornisce i mezzi necessari per la nostra salvezza? Troviamo lì tutto ciò di cui abbiamo bisogno? Troviamo un catechismo veramente cattolico? La morale cattolica, cioè come dovremmo comportarci, viene insegnata veramente? La verità viene insegnata? I sacramenti necessari per la salvezza vengono amministrati come la Chiesa ha sempre fatto? Ha ancora un senso il peccato, un senso l’assoluzione, un senso la conversione morale? Tutto questo viene insegnato e praticato in una parrocchia tipica e ordinaria? Ovviamente no. Altrimenti non saremmo qui. Altrimenti la Fraternità San Pio X non esisterebbe.
A prescindere dalle consacrazioni, giustifichiamo il nostro apostolato perché esiste uno stato di necessità nella Chiesa. Ebbene, è proprio a causa di questo stato di necessità che la decisione è imperativa; è imperativa, ancora una volta, per il bene delle anime. E direi anche che serve a mandare un segnale alla Chiesa. La Chiesa stessa deve capire che essa è lì – parlo degli gli ecclesiastici, questo è chiaro – per servire le anime, per condurle in paradiso, per salvarle dall’inferno, per salvarle dal peccato. È lì per questo. Ma questo manca, e manca sempre di più. Da qui la necessità di fare tutto il possibile per salvare le anime. Questo è ciò che si chiama stato di necessità. Si tratta quindi di uno stato estremo, ma che impone, che postula anche soluzioni proporzionalmente estreme.
La Fraternità sfida la Chiesa?
Lei parla molto del concetto di servizio: servizio reso alle anime, servizio reso alla Chiesa. Ma in pratica (questa l’accusa rivolta alla Fraternità, come nel titolo di “La Croix” il giorno dopo la sua predica del 2 febbraio) la FSSPX sembra dare l’impressione di sfidare la Chiesa. Come si posiziona rispetto a questa affermazione e qual è la risposta appropriata?
Non stiamo sfidando la Chiesa, la stiamo servendo. Stiamo servendo la Chiesa nelle anime, ancora una volta. E tutto ciò che facciamo – non dimentichiamolo, come ho detto prima – è per mettere la Tradizione al servizio della Chiesa stessa, come istituzione, cioè del papa e della gerarchia, perché la Tradizione appartiene alla Chiesa.
Abbiamo ricevuto un’eredità di cui beneficiamo e che non ha avuto inizio nel 1970 con la fondazione della Fraternità San Pio X. Questa eredità arriva da duemila anni di storia della Chiesa, duemila anni di Magistero, duemila anni di Tradizione. Preserviamo questa eredità per viverla noi stessi, per le anime che si rivolgono a noi. Ma ripeto: è anche per la Chiesa stessa. È una fiaccola che continuiamo ad accendere anche per gli altri, anche per coloro che non condividono le nostre idee, anche per coloro che non sono cattolici. Un giorno, le anime dovranno convertirsi. Ma qualcuno dovrà predicare la verità. Altrimenti, a cosa si convertiranno queste anime?
È in questo senso che serviamo la Chiesa, non la sfidiamo. Dire che la Fraternità sfida la Chiesa è, in ultima analisi, un’interpretazione molto superficiale. No: la Fraternità rifiuta tutto ciò che distrugge la Chiesa.
Di tutte queste nuove idee – e potremmo fare diversi esempi – ne citerò una, molto concreta e molto recente. Pochi giorni fa si è celebrata la Giornata della Memoria, il 27 gennaio, giornata dedicata alla memoria dell’Olocausto, della Shoah. In questa occasione, il prefetto del Dicastero per la dottrina della fede, cioè l’erede del Sant’Uffizio, anticamente chiamato Inquisizione romana (il nome è cambiato, ma è sempre il tribunale dottrinale della Santa Sede, che esiste ancora oggi e la cui funzione è centrale), ebbene, il cardinale che è a capo di questa istituzione, ha dichiarato in un discorso ufficiale rivolto a tutti i membri del suo dicastero che l’Inquisizione, quindi questo organismo di cui lui stesso è l’erede, era paragonabile alla Gestapo. In altre parole, la Santa Chiesa, che nel corso dei secoli ha compiuto tanti sforzi per preservare la fede, avrebbe agito come la Gestapo sotto i regimi nazisti.
Dunque, chi ama la Chiesa? Chi ama la Tradizione della Chiesa? Chi ama la difesa della fede, della verità, della purezza dottrinale così come è stata assicurata dalla Chiesa nel corso dei secoli? Chi ama tutto questo? Noi non ce ne vergogniamo. Non ci vergogniamo di condannare gli errori. È grazie a queste condanne e definizioni dogmatiche che siamo riusciti a conservare la fede.
Paragonare questo tribunale dottrinale, a cui i papi hanno dedicato tanta attenzione e impegno nel corso dei secoli, alla Gestapo è un oltraggio. E non è solo inaccettabile: è un segno. Un segno che, purtroppo, alcuni si vergognano della Chiesa. Si vergognano della loro madre. Noi non ci vergogniamo di nostra madre. No, siamo figli della Chiesa. È in questo senso che la Fraternità vuole servire la Chiesa. È molto importante capirlo. Abbiamo duemila anni di storia alle spalle. Non dimentichiamolo mai.
Lo stato di necessità e la missione canonica
Lei ha parlato dello stato di necessità, e comprendiamo che questo stato di necessità consiste nel bisogno delle anime di ricevere i sacramenti e di abbracciare la pienezza della fede. Comprendiamo anche che questo stato di necessità è universale: non riguarda solo questa o quella parrocchia, ma, in un certo senso, le parrocchie di tutto il mondo oggi. Tuttavia, un’obiezione sorge spesso riguardo al nostro ministero per le anime: la mancanza di giurisdizione che presumibilmente abbiamo su di esse, o l’assenza di una missione canonica all’interno della Chiesa, che renderebbe il nostro ministero un’attività alquanto irregolare. Il seminario di Écône era un tempo chiamato “seminario selvaggio” – non un seminario di selvaggi, intendiamoci, ma un seminario selvaggio – per indicare che lì si svolgevano attività al di fuori delle regole stabilite. Come possiamo rispondere? Come possiamo giustificare il nostro ministero alle anime nell’attuale stato della Chiesa? Invocare semplicemente uno stato di necessità non è forse una sorta di escamotage che ci permette di giustificare quasi tutto?
Il principio fondamentale è la salvezza delle nostre anime; è per questo che siamo sulla terra. Se Dio ci concede sessanta, settanta o cento anni quaggiù, è per salvare le nostre anime. Ora, se i mezzi necessari per questa salvezza non possono essere trovati all’interno delle strutture ordinarie, allora credo che tutti coloro che ne hanno la possibilità abbiano anche il dovere di compensare con altri mezzi. In nome di cosa? In nome della carità! La Fraternità è spesso accusata di essere dura. Quindi lasciatemelo dire subito: non siamo esenti dal peccato originale. Abbiamo bisogno dei sacramenti, della confessione; portiamo il peccato originale come tutti gli altri. Questo è un dato di fatto. Ma abbiamo un dovere di carità: fare tutto ciò che è in nostro potere per salvare le anime.
Se non abbiamo una missione canonica, una missione ufficiale, è proprio perché c’è un problema all’interno della Chiesa. La Chiesa è sempre più concentrata su obiettivi diversi dalla salvezza delle anime, obiettivi molto più legati a questo mondo. Problemi ecologici, per esempio. Potremmo parlare per ore della teologia verde di papa Francesco. Perché questa fissazione sugli alberi, l’acqua, la pioggia, il clima? Se perdiamo la prospettiva eterna, se perdiamo di vista il fatto che questa vita è ordinata all’eternità, alla vita futura, che siamo qui per raggiungere la nostra salvezza, allora concentreremo tutti i nostri sforzi non più nel preparare il cielo, ma nel curare questa terra, fino al punto di volerla trasformare in un paradiso artificiale, perché in pratica non crediamo più nel vero paradiso. Da quel momento in poi i veri problemi diventano i prati, la pulizia delle strade, i rifiuti, l’acqua potabile, eccetera. Possono essere questioni interessanti, ma non è responsabilità della Chiesa occuparsene.
È dunque in nome della carità verso le anime che, anche senza una missione ufficiale, anche senza un mandato diretto di un’autorità preoccupata di altro e con altre priorità, dobbiamo venire in aiuto delle anime. È un dovere, con un titolo diverso, ma non per questo meno importante.
Ciò non significa che la Fraternità sia esente da difetti. Solo perché invochiamo la carità non significa che tutto ciò che facciamo sia esente da errori umani. No, siamo esseri umani come tutti gli altri. Ma abbiamo questa determinazione: servire la Chiesa con la massima libertà possibile; e questo è molto importante. Nulla dovrebbe fermarti. Nulla dovrebbe essere di ostacolo alla professione della verità, alla sua conoscenza, né all’uso di tutti i mezzi necessari per raggiungere la tua salvezza. Questo è fondamentale. Ecco perché siamo qui.
Il dilemma: tradizione o comunione?
La maggior parte dei fedeli qui presenti non ha vissuto le consacrazioni del 1988. Non ci siamo trovati a dover fare una scelta. Molti di noi, in un certo senso, sono nati nella Fraternità, ci siamo cresciuti. Ma ora, anche se comprendiamo tutto ciò che ci sta dicendo, verrà il momento, con le consacrazioni episcopali di luglio, in cui alcuni potrebbero vivere, nonostante tutto, una sorta di dilemma angosciante. Potremmo sentire che sta arrivando anche per noi il momento della scelta, e che dovremo scegliere tra la Tradizione integrale di cui lei parla e la piena comunione con la Chiesa. Potrebbe approfondire la sua risposta affrontando la questione da questa prospettiva?
Prima di discutere il dilemma, è importante capire che nel corso della vita, prima o poi, certe decisioni diventano necessarie, certe scelte devono essere fatte. Questo è ciò che fa la differenza, se vogliamo, tra un bambino e un adulto. Un bambino dipende dai genitori; sono loro a decidere per lui. Ma quando si diventa adulti, ci si deve assumere responsabilità sempre più serie e importanti. Certamente, le consacrazioni comporteranno una scelta, una scelta che può essere difficile. Perché? Perché hanno una natura divisiva. Saranno un segno di contraddizione, se vogliamo. Questo porrà quindi ognuno di noi, al suo livello, di fronte a una scelta che può avere conseguenze, anche sociali. Ci sono amici che, forse, non capiranno. Ancora una volta, è importante comprendere che la posta in gioco è estremamente alta: ne va della salvezza delle nostre anime e dell’esempio che possiamo dare agli altri.
Ora, per quanto riguarda il dilemma in sé: dovremo scegliere tra fede integrale, Tradizione integrale e piena comunione con la Chiesa? No. In realtà, questo dilemma è mal formulato. Lo dico con tutto il rispetto. La domanda è legittima, ma è mal formulata.
La comunione nella Chiesa si fonda innanzitutto sulla fede. Cosa significa essere in comunione? Essere in comunione con il papa, con la gerarchia della Chiesa, significa condividere la stessa fede, se vogliamo usare un termine semplice, anche se forse non è il più preciso. Siamo in comunione perché crediamo nelle stesse cose. Crediamo in tutto ciò che la Chiesa insegna, vi aderiamo e, pertanto, siamo in comunione. Ecco cos’è la comunione. Non è un sentimento, non è un timbro amministrativo. No. La comunione è comunione nella fede, nella parte integrante della fede.
In altre parole, nessun dogma, nessuna verità può essere assente da questo fondamento di comunione, e nessun errore può esservi introdotto. Questo è cruciale.
Ora, è proprio preservando la fede e la Tradizione della Chiesa che manteniamo il fondamento di questa comunione. Vedete, quindi, che la comunione con la gerarchia ecclesiastica in quanto tale e la pienezza della Tradizione sono due realtà a cui non possiamo rinunciare. Non si tratta di scegliere tra l’una e l’altra. Non è un dilemma. Dobbiamo conservare entrambe, senza riserve.
Ovviamente, non possiamo essere in comunione su elementi che, di per sé, non possono costituire la base della comunione ecclesiale. Un errore non può essere la base della comunione. Questo è fondamentale.
Faccio un esempio di errore dottrinale. Riguarda l’affermazione di papa Francesco secondo cui la pluralità delle religioni è voluta dalla sapienza divina, voluta da Dio stesso. Dio avrebbe voluto la pluralità delle religioni in quanto tale. Questa affermazione è cattolica? Dio lo ha voluto? No. È un’aberrazione. È inconcepibile. Dio si rivela, si è fatto conoscere. Perché? Perché esiste una sola verità, la verità che ci giunge attraverso Nostro Signore, attraverso l’Incarnazione. Perché Nostro Signore si è incarnato? Per manifestare, attraverso la sua umanità e la sua predicazione, un solo Dio, una sola verità, un solo Vangelo. Come può un papa affermare che Dio ha voluto una pluralità di religioni? È inaccettabile. È folle. Sì, è folle.
Possiamo dunque essere in comunione con una simile affermazione? Può una simile affermazione costituire il fondamento della comunione cattolica? È fantascienza, è “Guerre stellari”, inconcepibile, tragico.
Povere anime! Immaginate le anime che sentono questo. È naturale che dopo un po’ la gente si allontani dalla Chiesa. Se Dio ha voluto una pluralità di religioni, una simile affermazione non può che generare indifferenza. E se si diventa indifferenti, prima o poi si abbandona la Chiesa.
Ti chiedi: perché la gente non va più in chiesa? Proprio perché affermazioni del genere, a lungo andare, non provocano altro che indifferenza verso la verità.
Possiamo essere in comunione con questo? Assolutamente no. È impossibile. C’è un solo Dio. Questo è il primo comandamento.
Visto che siamo in tema di comunione, vorrei aggiungere un’osservazione. Si dice spesso che la Fraternità non è in piena comunione. L’avete sentito dire: che siamo presumibilmente ai margini della comunione ecclesiale; che non siamo in piena comunione.
Ma cos’è la comunione parziale? Variabile? Anche questa è un’altra nozione tipicamente moderna, che non ha nulla a che fare con la teologia della Chiesa.
Nella Chiesa o sei membro o non lo sei; o sei in comunione o non lo sei. È come il matrimonio. Nel matrimonio, o sei sposato o non lo sei. Solo perché hai dei disaccordi con tua moglie, o perché c’è un problema, non significa che sei sposato al 90%. No. Il matrimonio è valido o non è valido.
Lo stesso vale per la Chiesa. O si ha la fede cattolica, e allora si è in comunione con la Chiesa; oppure non la si ha, e allora non si è in comunione.
Questo modo moderno di parlare – “sono scismatici”, “non lo sono”, “sono in comunione”, “non lo sono”, “non sono in piena comunione” – è solo una chiacchiera. O siamo in comunione, o non lo siamo. E se siamo in comunione, perché? Perché condividiamo la stessa fede. La fede è il fondamento della comunione.
Se c’è una gerarchia nella Chiesa, perché Dio l’ha istituita? Perché ci sono un papa e dei vescovi che insegnano? È proprio per questo: insegnare la fede; non per altro, non per l’ambientalismo, non per piantare alberi. Non è questo lo scopo della Chiesa.
Internet non sostituisce i sacramenti
Lei menziona tutti questi errori della Chiesa attuale e ce ne rende consapevoli. Ma questa consapevolezza è ormai piuttosto diffusa. Vediamo che gli errori vengono denunciati da tempo, soprattutto online. Non sarebbe più opportuno lasciare che la Fraternità si sviluppasse nella fiducia nella Provvidenza, piuttosto che intervenire con questo gesto pubblico, con queste consacrazioni che, come lei ha detto, creeranno una certa divisione?
Grazie a Dio, c’è una crescente consapevolezza di questi errori all’interno della Chiesa. Oggi vediamo reazioni impensabili venti o trent’anni fa. Le piattaforme e internet, nonostante tutto, permettono ancora la diffusione di buone idee. Questa consapevolezza è alimentata da scambi e piattaforme, anche esterne alla Fraternità. Ognuno progredisce al proprio ritmo, secondo la propria prospettiva, ma questo fenomeno è innegabile.
C’è quindi una maggiore consapevolezza di questi errori. Di conseguenza, non si dovrebbe forse permettere a questo movimento di svilupparsi senza intervenire con un gesto forte come le consacrazioni episcopali, che potrebbero, in apparenza, rischiare di distruggere tutto? Questa è una possibilità. Ma dobbiamo stare attenti: una vita cristiana non può esaurirsi in una mera presa di posizione. La professione di fede non si riduce semplicemente a cliccare “mi piace” dopo aver letto qualcosa di cattolico online o ascoltato un podcast su YouTube. La vita cristiana, basata su principi di fede, su professioni di fede, deve esprimersi in una vita in cui la grazia operi veramente nell’anima. E questo implica necessariamente i sacramenti, il santo sacrificio della Messa, l’Eucaristia, la confessione e l’insegnamento della dottrina.
È Nostro Signore stesso che ha edificato la sua Chiesa sui sacramenti. Le anime saranno santificate dai sacramenti fino alla fine dei tempi. È la sua volontà. Ma per avere i sacramenti, servono i sacerdoti. E per avere i sacerdoti, servono i vescovi. Una semplice consapevolezza generale non è quindi sufficiente se, allo stesso tempo, non ci sono mezzi concreti per sostenere e aiutare le anime. E questi mezzi vengono attraverso il sacerdozio, quindi attraverso i vescovi.
Perché la Fraternità non può diventare un istituto Ecclesia Dei?
Quindi questa vita cristiana di cui parla non è solo una teoria, né un semplice atto di adesione intellettuale: presuppone un’applicazione pratica attraverso la messa e i sacramenti.
Oggi, probabilmente più che nel 1988, ci sono molte comunità in tutto il mondo, e non solo nel nostro Paese, che beneficiano della messa tradizionale e probabilmente anche di una buona parte del catechismo tradizionale, delle confessioni tradizionali, eccetera. Non è forse sufficiente? La Fraternità stessa non dovrebbe impegnarsi per raggiungere uno status simile a quello di queste comunità? In che modo le consacrazioni offrono qualcosa di più di ciò che queste comunità possono già fare?
È una domanda delicata. Perché? Perché dobbiamo parlare specificamente degli istituti Ecclesia Dei. Nel linguaggio più comune, in Francia vengono talvolta chiamati “i ralliés“; ma parliamo dell’Ecclesia Dei. È più corretto. E non sono gli unici: c’è anche tutta una serie di sacerdoti diocesani che, senza appartenere a un istituto particolare, hanno riscoperto la messa tridentina, soprattutto dopo il motu proprio di papa Benedetto.
Ci si potrebbe allora chiedere: la Fraternità non dovrebbe adottare anche questo statuto? Perché non dovrebbe diventare, concretamente, un istituto Ecclesia Dei?
Voglio rispondere in modo semplice e franco, ancora una volta. Restiamo fedeli ai nostri principi: non stiamo giudicando nessuno.
Gli istituti Ecclesia Dei esistono perché esiste la Fraternità San Pio X. Storicamente, hanno iniziato a esistere nel 1988, in seguito alle consacrazioni. Roma voleva creare un’alternativa per tutti coloro che erano sensibili alla liturgia tridentina tradizionale ma che non volevano aderire al cosiddetto “scisma” di monsignor Lefebvre. Questa è la storia.
Abbiamo quindi creato questa categoria Ecclesia Dei, all’interno della quale ci sono diversi istituti. Ora, a posteriori, cosa possiamo dire della vita di questi istituti? Roma li ha protetti? Ha offerto loro garanzie? Ha mantenuto le sue promesse? Questi istituti sono davvero al sicuro grazie alla protezione romana? Hanno la libertà di dire tutto ciò che pensano, o almeno tutto ciò che speriamo pensino? Non hanno, in realtà, una spada di Damocle sospesa sopra la loro testa?
Questi sono fatti, cronache che tu conosci quasi meglio di me. Questi istituti si trovano in una situazione in cui, innanzitutto, è il vescovo locale a poterli accogliere o espellere, accettarli o escluderli. Ma se hai una famiglia e la cappella dove partecipi alla messa viene improvvisamente chiusa perché il vescovo ha cambiato idea, dove vai con la tua famiglia? Torni alla nuova messa?
Questa situazione molto particolare in cui si trovano, questa spada di Damocle che pende sulle loro teste, li costringe al silenzio. Ora, quando si celebra la messa tridentina, essa mette inevitabilmente in discussione la nuova messa, semplicemente perché non le corrisponde e, di conseguenza, mette in discussione anche il concilio, la nuova dottrina, eccetera
Ma se non potete parlare liberamente, se non potete predicare liberamente, se non potete esprimervi liberamente, perché altrimenti verrete privati del privilegio di celebrare la messa tridentina in questa cappella, allora siete bloccati.
E quando non dici le cose in modo chiaro, ogni volta che dovresti, alla lunga finisci per cambiare il tuo modo di pensare.
Lo dico sinceramente, non con amarezza, ma con compassione per questi poveri sacerdoti, per queste povere anime che cercano sinceramente qualcosa di più serio, di più tradizionale. Ne hanno diritto. Ma lo cercano in un contesto in cui non hanno alcuna garanzia di poterlo mantenere per sempre. Possiamo vivere senza la garanzia di preservare sempre la messa e senza la certezza di una dottrina e di una predicazione conformi alla Tradizione di sempre? Non possiamo mettere le nostre anime in una situazione così fondamentalmente precaria. Semplicemente non possiamo.
Nel 2019, la Commissione Ecclesia Dei – ovvero l’istituzione che sovrintende a questi istituti – è stata abolita da papa Francesco. È interessante notare che gli istituti esistono ancora, ma la struttura che li governava è scomparsa. Perché? La spiegazione ufficiale fornita dalla Santa Sede è che la Commissione Ecclesia Dei è stata istituita nel 1988 per facilitare il reinserimento nella Chiesa di coloro che non desideravano aderire allo “scisma” di monsignor Lefebvre e che oggi sono considerati sufficientemente reintegrati nelle loro parrocchie.
Non è vero. Ma si vede l’intenzione dietro a tutto questo. Da parte mia, credo che, poiché ognuno di noi ha una sola anima, dobbiamo fare tutto il possibile per fornirle garanzie. Così come cerchiamo di avere una casa, di riscaldarla, di mettere il cibo in tavola per vivere, così dobbiamo fornire alla nostra anima garanzie almeno equivalenti.
Ecco perché non credo che sia l’ideale che la Fraternità diventi un istituto Ecclesia Dei. Ecco. Non credo che sia la volontà di Dio.
Lo stato di necessità oggi
Lei pensa davvero che il bisogno delle anime sia oggi così serio come lo era nel 1988?
Penso che oggi sia ancora più evidente. Abbiamo già dato la definizione dello stato di necessità: è la difficoltà di trovare, in una parrocchia, i mezzi necessari per garantire la nostra salvezza, la verità, la predicazione della verità, la morale cattolica e i sacramenti.
Penso che oggi sia ancora peggio. Molto peggio. Le decisioni prese da papa Francesco sono state catastrofiche. Sì, catastrofiche. La morale tradizionale riguardo al matrimonio è stata rovinata. È stata completamente distrutta. Sempre in nome, ovviamente, della comprensione, dell’ascolto e dell’adattabilità. E quindi, tutto è giustificato.
Permettetemi di farvi un esempio molto concreto. Ci sono molti giovani tra voi; siete tutti giovani, o quasi. Un giorno avrete dei figli. Immaginate cosa significherebbe andare a messa con loro e, in chiesa, una coppia omosessuale – scusate se apro questo argomento – riceve la benedizione del prete. Come spiegherete ai vostri figli che non si tratta di un matrimonio, che è un evento eccezionale, ma che è stato comunque voluto da papa Francesco in nome dell’inclusione ecclesiastica? Come vi aspettate che lo capiscano? Come lo spieghi ai bambini? Non dimenticate che i bambini si troveranno di fronte a un mondo estremamente aggressivo. Tutta questa campagna Lgbtq, tutta questa pressione – tu conosci tutte queste assurdità meglio di me – diventerà sempre più forte. È diabolico.
Ma se avete una Chiesa che, invece di avvertire i suoi figli e proteggere le anime, benedice tutto questo, come lo spiegherete ai vostri figli? Come li educherete in un contesto del genere, quando loro stessi hanno dubbi, quando non capiscono più cosa sta succedendo?
Dobbiamo proteggerli. Ecco cos’è uno stato di necessità. Questo esempio può sembrare un po’ duro, lo ammetto, ma è reale. È reale. La Chiesa sta ora abbracciando pienamente tutte le principali aspirazioni del mondo moderno. L’intera questione Lgbtq la riguarda. Sono andati a Roma in pellegrinaggio; a Roma, in pellegrinaggio. Ma non per chiedere perdono per i loro scandali e peccati: no, per dimostrare che possono finalmente compiere il loro pellegrinaggio come persone Lgbtq, con tutto ciò che ciò comporta. È incredibile. È incredibile.
Questo è lo stato di necessità. E penso che non riconoscere che è estremamente grave, che le anime devono essere protette da tutto questo, sia quasi un peccato contro lo Spirito Santo.
Ecco cos’è la necessità. Nel 1988 non eravamo a questo punto. C’era ancora una certa moralità naturale, un certo senso del matrimonio. Oggi sta crollando tutto.
Le consacrazioni creano una gerarchia parallela?
Questo stato di necessità, come lei ha dimostrato, è universale. È grave, poiché non fa che peggiorare. Riguarda anche la società civile. Riguarda quindi tutti gli aspetti della vita umana, sia religiosa che civile.
Ciò aveva già spinto monsignor Lefebvre a procedere con le consacrazioni del 1988. Con il passare degli anni, questa situazione eccezionale si prolunga sempre di più, e alcuni ci accusano di voler instaurare con queste nuove consacrazioni una gerarchia parallela all’interno della Chiesa. L’argomento della salvezza delle anime è comprensibile, ma come possiamo rispondere a chi ci accusa di creare una gerarchia parallela, o addirittura quasi una Chiesa parallela?
È importante capire cosa sia una Chiesa parallela, soprattutto in relazione all’episcopato. Una Chiesa in cui i vescovi sostituissero i vescovi della gerarchia cattolica: ecco cosa sarebbe una vera Chiesa parallela. Ora, la gerarchia della Chiesa, la Chiesa docente, è composta dal papa e da tutti i vescovi che hanno giurisdizione, cioè i vescovi che generalmente hanno un titolo diocesano, i vescovi ordinari di una diocesi, i pastori ordinari che, in quanto tali, hanno la responsabilità di insegnare. Si dice che abbiano giurisdizione. Tuttavia, non tutti i vescovi hanno giurisdizione nella Chiesa, almeno non nello stesso senso. Ci sono vescovi che sono veramente vescovi, ma che non sono, ad esempio, il vescovo di Châteauroux o di Parigi. Prendiamo l’esempio di un vescovo ausiliare: assiste un altro vescovo nei suoi doveri, ma non è lui stesso il vescovo della diocesi. Ci sono anche vescovi in pensione, vescovi emeriti. Il vescovo emerito di Parigi, ad esempio, non è più vescovo della diocesi; rimane vescovo, ma non esercita più tale giurisdizione.
I vescovi della Fraternità saranno proprio questi vescovi senza giurisdizione. Saranno lì solo per aiutare le anime, per impartire loro i sacramenti, per servirle, ma non con l’autorità gerarchica che appartiene alla Chiesa gerarchica propriamente detta. È in questo senso che i nostri vescovi, quelli che abbiamo già e quelli che avremo, se Dio vuole, il 1° luglio, non avranno questa qualità, questo potere che solo il papa può dare.
Aggiungerei che la Fraternità ha sempre sostenuto questi principi. Quasi quarant’anni dopo, ha ancora ben chiaro che i suoi vescovi sono lì per aiutare, per sostenere, ma non per usurpare una giurisdizione che solo il papa può conferire. Questo è molto chiaro nella Fraternità.
La fraternità è l’unica via di salvezza?
Dato il ruolo che la Fraternità svolge oggi nel servizio alle anime, possiamo dire: fuori dalla Fraternità non c’è salvezza?
Riconosco che questa è una domanda molto diretta. Quindi no: la formula è “fuori dalla Chiesa non c’è salvezza” e non “fuori dalla Fraternità non c’è salvezza”. Teologicamente, questo non è esatto. Come dovremmo allora comprendere la Fraternità, il nostro attaccamento ad essa, il nostro amore per essa? Dobbiamo comprendere che, in questa situazione catastrofica, la Fraternità rappresenta per noi un mezzo per rimanere fedeli alla Chiesa. È per noi il mezzo privilegiato per rimanere fedeli alla Chiesa.
Ci sono altri modi per rimanere fedeli alla Chiesa? Sì. Non possiamo dire che la Fraternità sia, in assoluto, l’unica via. Ma, in termini pratici, esiste un altro mezzo a nostra disposizione che ci offra la stessa libertà e le stesse garanzie: ricevere la predicazione della verità, poterla professare, poter denunciare gli errori, denunciare coloro che li propagano, avvertire i fedeli e garantire i sacramenti? Da un punto di vista teorico, non possiamo dire che la Fraternità sia l’unica opzione. Potrebbero esserci altri mezzi. Ma allora, quali sono questi altri mezzi che offrirebbero le stesse garanzie?
Rivolgo la domanda direttamente a te: dimmi dove trovi garanzie equivalenti nelle parrocchie oggi? Dimmelo.
Perché qui, a mio avviso, bisogna distinguere nettamente tra principi teorici e pratica hic et nunc, qui e ora. E, da parte mia, trovo molto difficile trovare, nella pratica, le stesse garanzie al di fuori della Fraternità.
Spero che questa sia una risposta abbastanza diretta.
La Fraternità può essere paragonata ai farisei?
Al tempo di Cristo, i farisei erano i custodi della tradizione. Si sono smarriti per orgoglio, arrivando persino a rifiutare il Salvatore che attendevano. Cosa risponde a chi afferma che la Fraternità pecca per orgoglio? Siamo noi i nuovi farisei?
Questa domanda non è solo diretta, è brutale. Inizierò, tuttavia, facendo una distinzione. Il termine “tradizione” è qui ambiguo. La tradizione dei farisei era una tradizione artificiale e umana contro cui Nostro Signore si ribellò. Consisteva in un insieme di riti secondari, banali e insignificanti, aggiunti alla vera legge di Mosè. Queste tradizioni umane venivano imposte agli altri, e i farisei le usavano per giudicare gli altri. Si trattava quindi di una religione diventata estremamente esteriore, rituale e, in definitiva, vuota. Per noi, la Tradizione è qualcosa di ben diverso. Non dimentichiamolo. La Tradizione, insieme alla Sacra Scrittura, è fonte di Rivelazione. Dio si fa conoscere attraverso la Tradizione della Chiesa. Dio, che continua ad assistere la Chiesa nel corso dei secoli, ci rivela la fede attraverso la Tradizione, con la T maiuscola.
Ecco perché, nel corso dei secoli, si è assistito a uno sviluppo del dogma e quindi a nuove definizioni. Questa è l’eredità, il tesoro della Tradizione, che è giunto fino a noi a partire dagli Apostoli.
Stiamo quindi parlando di due realtà completamente diverse. La prima tradizione doveva essere abolita, e questo è ciò che ha fatto Nostro Signore. La seconda, la nostra, è indispensabile. È necessaria per la nostra salvezza. Ora ci chiediamo: non corriamo comunque il rischio di diventare i farisei del XXI secolo? È una domanda legittima. Anche qui faccio una distinzione. Come ho già detto, portiamo il peccato originale come tutti gli altri. Non siamo marziani esenti dalla condizione umana. Siamo esseri umani come tutti gli altri. In ogni situazione concreta che implica l’intervento umano, c’è anche il peccato originale. Pertanto, potremmo, in certi casi, assumere atteggiamenti scorretti; ma ciò non incide sull’istituzione in quanto tale. Ci sono errori umani che si possono commettere. Quando si vuole difendere la verità, a volte si può lasciare che qualcosa di troppo umano invada il proprio zelo. Sì, può succedere. A volte potremmo dire cose un po’ troppo dure, o avere atteggiamenti che non tengono sufficientemente conto della difficoltà che l’altro ha nel comprenderci, nell’avvicinarsi alla Tradizione, nel compiere il passo necessario. Questo può accadere e allora bisogna correggerlo, proprio come qualsiasi altro difetto. D’altro canto, è ingiusto, e perfino inaccettabile, prendere questa o quella goffaggine, questo o quel difetto personale, per mettere l’intera Fraternità nella categoria dei farisei o degli zeloti. No, no, no. Ciò che rappresentiamo è la Tradizione della Chiesa. E dobbiamo distinguere, ancora una volta, tra l’istituzione, tra la verità che incarna, e le debolezze umane che possono esistere in alcuni o in altri.
Cosa farà la Fraternità se Roma condannerà le consacrazioni?
Più specificamente, tornando all’annuncio da lei fatto circa le consacrazioni episcopali previste per il 1° luglio per la Fraternità San Pio X – consacrazioni che daranno il potere di ordine, cioè la capacità di conferire i sacramenti, ma non il potere di giurisdizione – è necessario chiedere al papa il mandato pontificio, come previsto dal diritto canonico.
Senza fare previsioni o addentrarsi nella fantascienza, pensa che papa Leone XIV potrebbe accettare questa richiesta? O almeno astenersi dall’intervenire, tollerando il processo senza approvarlo esplicitamente? Come vede la situazione?
Tutto è possibile. Sì, tutto è possibile. Direi questo: proprio come Benedetto XVI ha revocato i decreti di scomunica nel 2009 – cosa che è sembrata del tutto inaspettata – penso che un papa possa capire che la Fraternità agisce con buone intenzioni. Questo mi sembra ovvio. Abbiamo buone intenzioni. Siamo piuttosto diretti, come abbiamo detto: diciamo quello che pensiamo. Il papa può quindi comprenderlo, può persino apprezzarlo, senza necessariamente condividere la nostra posizione. E, se veramente si prende cura delle anime, allora, per il bene di tutte quelle anime che, in un modo o nell’altro, direttamente o indirettamente, si rivolgono alla Fraternità, o la vedono come un punto di riferimento, penso che un papa possa teoricamente comprendere questa particolare esigenza della Fraternità. È possibile. Sì, è possibile. Ma, ancora una volta, tutto dipende da Dio, dalla Provvidenza e dalla buona volontà del papa.
Penso che aver annunciato le consacrazioni con cinque o sei mesi di anticipo ci permetta di prepararci al peggio; ma permette anche al papa di riflettere e, spero, di ricevere ulteriori spiegazioni da parte nostra, per comprendere meglio le nostre buone intenzioni.
Tutto questo è possibile. Tuttavia, non credo che il Papa abbraccerà pienamente la Tradizione entro il 1° luglio. Umanamente parlando, non è uno scenario probabile. Ma che possa capirla, sì, è possibile.
Cosa farà la Fraternità se la Santa Sede decidesse di condannarla? Ci ha detto che la risposta del cardinale Fernández conteneva più minacce che altro. E, come fedeli, pensiamo naturalmente alla scomunica che colpì i vescovi all’epoca; ci chiediamo anche se potremmo essere in qualche modo colpiti noi stessi. Cosa dobbiamo pensare di tutto questo?
Nella vita bisogna scegliere. L’ho già detto. La vera domanda è questa: davanti a Dio, è meglio garantire alle anime ciò di cui hanno bisogno per la loro salvezza – perché non è né un piacere, né una preferenza, né un privilegio, ma una necessità – anche se ciò significa assumersene le conseguenze, oppure, per paura di queste conseguenze, abbandonare la missione?
Se me lo chiedete, da parte mia, la decisione è già stata presa. È stata annunciata il 2 febbraio. È una decisione molto seria, e posso assicurarvi che è stata preceduta da preghiera, attesa e discernimento. Non torneremo indietro. Non possiamo tornare indietro.
Tutto è nelle mani della Provvidenza di Dio. Ma Dio chiede a ciascuno di noi di fare la sua parte. E mi sembra che nel 2026 la nostra parte, ognuno secondo il proprio posto, consista proprio nell’andare avanti, nel pensare al futuro.
Oserei dire: proprio come coloro che ci hanno preceduto hanno pensato a noi. Se siamo qui oggi, è perché qualcuno ha permesso a ciascuno di noi di conservare la fede: sono stati i nostri genitori, le nostre famiglie, la Fraternità, monsignor Lefebvre. Non c’è niente da fare: più passa il tempo, più risplende la santità di monsignor Lefebvre.
Come ha potuto un solo uomo realizzare tutto ciò che ha fatto? Come ha potuto resistere, trasmettere la fede e la Tradizione, l’amore per la Chiesa, l’amore per le anime? E come ha potuto, da solo, al momento giusto, prima di lasciare questo mondo, trasmettere l’episcopato a vescovi che avrebbero potuto continuare la sua opera? Come ha potuto, da solo, prendere una decisione così importante?
Per noi oggi è facile, perché abbiamo il senno di poi e seguiamo le sue orme. Ma, ai miei occhi, la risposta è proprio lì: è il segno più bello della santità. La vera santità è quella che permette a un’anima di essere mossa dallo Spirito Santo, dalla sapienza di Dio, dal consiglio di Dio. Il segno distintivo di un’anima pura è la sua ricettività a tutto ciò che lo Spirito Santo ispira.
E più passa il tempo, più acquisiamo prospettiva, più diventa evidente che quest’uomo è stato veramente guidato dallo Spirito Santo. Quale santità! E quanto è incoraggiante vedere che non c’è crisi, né nel mondo né nella Chiesa, per la quale Dio non sia pronto a suscitare mezzi adeguati e persone capaci che sappiano cosa fare, proprio nel momento in cui è necessario farlo.
Che esempio ci ha dato quest’uomo! Che grandezza! Che santità! È magnifico. E con ogni anno che passa, questo diventa ancora più evidente. Non saremmo qui senza di lui. Vedete come una singola persona, un singolo uomo, può cambiare la storia se è veramente uno strumento docile nelle mani di Dio, e se è pronto a fare qualsiasi cosa per compiere la volontà divina.
Questa è la via per la felicità. Questa è la ricompensa che Nostro Signore ci riserva, non solo nell’eternità, ma anche in questa vita. Dato che state meditando sulla felicità, ecco, oggi, un bellissimo esempio.
Consiglio finale
Solo un’ultima parola, per essere breve: che consiglio darebbe più in generale ai fedeli, ai nostri fedeli, a quanti sono qui presenti, in questa situazione? Quale atteggiamento dovrebbero adottare? Quali consigli pratici darebbe? Ha già parlato della preghiera, il che è ovvio, ma, concretamente, cosa dovremmo fare?
Vorrei riprendere l’esempio dell’arcivescovo Lefebvre. Direi: è stato un uomo libero, nel senso cattolico del termine. Anche tu devi essere libero. Puoi vedere come il mondo accumuli intorno a noi ogni sorta di paure, idee strane e ostacoli che ci frenano. Un uomo libero è un uomo che, in fondo, ha un solo ideale e che riconduce tutto a questo unico ideale. Ecco il mio consiglio: meditate su questo, su questo esempio, su questa eredità che ci lascia monsignor Lefebvre. Era veramente un uomo libero nel senso cristiano del termine, nel senso che nulla poteva fermarlo. Nulla poteva impedirgli di conoscere la volontà di Dio, né di compierla.
Ma un uomo veramente libero, in questo senso, da questa prospettiva, è un uomo felice sulla terra e, naturalmente, nell’eternità. Il mio consiglio è quindi questo: cerca di liberarti da tutto ciò che costituisce un ostacolo, da tutto ciò che ti appesantisce, da tutto ciò che ti impedisce di vedere dove dovrebbe andare la tua anima, dove dovrebbe andare la tua vita, affinché tu possa andare avanti senza difficoltà, senza impedimenti. Questo è estremamente importante. E quali possono essere, nello specifico, questi ostacoli? A volte è un pizzico di ambizione; a volte sono paure; a volte è il pensiero: “Cosa dirà la gente di me?”. E questi ostacoli possono moltiplicarsi all’infinito. Dobbiamo scoprire la vera libertà, che non ha nulla a che vedere con la libertà di cui parlano oggi. La vera libertà è la libertà di fare il bene, di servire Dio. Questo è ciò che vi incoraggio a fare, e questo è ciò che vi auguro: di averla sempre più pienamente.



