Meditazioni / 15 marzo 2026
Vetus ordo
Domínica quarta in Quadragésima
Hic est vere propheta qui venturus est in mundum
Gv 6,1-15
di Eremita
Questo Vangelo della moltiplicazione dei pani è molto importante perché ci rivela chi è veramente Gesù e nello stesso tempo ci mostra chi siamo noi.
Gesù attraversa il mare di Galilea, e una grande folla lo segue. Perché lo seguono? Il Vangelo lo dice chiaramente: perché vedevano i segni che compiva sugli infermi. L’uomo segue Dio quando vede qualcosa che gli conviene, quando riceve qualcosa. Questo succede anche a noi: cerchiamo Dio quando abbiamo bisogno, quando abbiamo un problema, quando vogliamo una soluzione.
Gesù sale sul monte e si siede con i suoi discepoli. È un’immagine molto forte: il monte nella Bibbia è il luogo della rivelazione, il luogo in cui Dio parla. E qui Gesù comincia a educare i discepoli.
Alza gli occhi e vede una grande folla che viene verso di lui. Non è indifferente davanti alla gente. Vede la loro fame, la loro povertà. Ma invece di fare subito il miracolo, fa una domanda a Filippo: “Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?”.
Lo ha chiesto per metterlo alla prova. Perché sì, Dio mette alla prova la fede. Non perché non sappia la risposta, ma perché vuole rivelare al discepolo quello che ha nel cuore.
Filippo ragiona in modo molto umano, molto logico. Fa i conti: “Duecento denari di pane non bastano”. È il modo con cui ragioniamo spesso anche noi. Davanti ai problemi, alle difficoltà della vita, guardiamo alle nostre risorse, alle nostre capacità, ai nostri limiti. E quasi sempre arriviamo alla conclusione: non è possibile.
Poi interviene Andrea. Porta un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci. Ma subito aggiunge: “Che cos’è questo per tanta gente?”. È poco, è niente.
E qui c’è una chiave molto profonda di questo Vangelo. Dio non ha bisogno di grandi cose. Dio parte da quello che hai, anche se è poco, anche se ti sembra insignificante.
Quel ragazzo rappresenta l’uomo che offre quello che ha. Non ha molto, ma lo mette nelle mani di Gesù.
Allora Gesù dice una cosa semplice: “Fateli sedere”. La gente si siede sull’erba. È un’immagine molto bella: il popolo che si siede come un gregge davanti al pastore. Non devono fare nulla, solo ricevere.
Poi Gesù prende i pani, rende grazie e li distribuisce. Questo gesto è molto importante: prendere, rendere grazie, distribuire. Sono gli stessi gesti dell’Eucaristia. Giovanni non racconta l’istituzione dell’Eucaristia nell’ultima cena come fanno gli altri Vangeli, ma qui ne dà il segno.
Il pane nelle mani di Gesù diventa sovrabbondanza. Tutti mangiano quanto vogliono. Non solo il necessario: quanto ne vogliono. Dio non è avaro, Dio non dà il minimo indispensabile. In Cristo c’è una pienezza che supera il bisogno dell’uomo.
E alla fine Gesù dice una cosa molto significativa: “Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto”. Raccolgono dodici ceste. Dodici, come le dodici tribù di Israele, come gli apostoli. È il segno che il dono di Dio è per tutto il popolo.
Ma qui succede qualcosa di sorprendente. Vedendo il segno, la gente dice: “Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo!”. Sembrerebbe una confessione di fede. Ma non è ancora la fede vera. Infatti vogliono prenderlo per farlo re. Perché? Perché hanno capito una cosa: quest’uomo può risolvere i problemi materiali. Può dare pane. Può garantire sicurezza. Può cambiare la situazione politica e sociale.
Ma Gesù si ritira di nuovo sul monte, da solo. Fugge da questa idea di messia. Non è venuto per essere un re secondo le aspettative dell’uomo.
Questo è molto attuale anche per noi. Spesso vogliamo un Dio che risolva i nostri problemi, che ci dia sicurezza, che faccia funzionare la nostra vita. Ma Gesù non è venuto prima di tutto per darci pane materiale. È venuto per dare sé stesso come pane.
Infatti questo miracolo è solo l’inizio del grande discorso sul pane della vita. Non basta mangiare il pane che sazia per un momento. L’uomo ha una fame più profonda: fame di senso, fame di amore, fame di vita eterna.
E questo pane è Cristo stesso.
Per questo il vero miracolo non è solo la moltiplicazione dei pani. Il vero miracolo è che Dio prende la nostra povertà – i nostri cinque pani e due pesci, cioè la nostra vita povera, fragile, limitata – e tutto ciò nelle sue mani può diventare pane per molti.
Quando un uomo mette la sua vita nelle mani di Cristo, anche se gli sembra poca cosa, Dio può fare qualcosa di grande.
E allora questo Vangelo ci pone una domanda molto concreta: cosa portiamo noi a Gesù? Forse pensiamo di avere poco: poca fede, poca forza, poche capacità. Ma se lo mettiamo nelle sue mani, Dio può moltiplicarlo.
E così scopriamo che Cristo non è solo colui che dà il pane. Cristo è il pane che Dio dona al mondo perché l’uomo abbia vita.
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Novus ordo
Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo
Gv 9,1-41
di Eremita
Questo Vangelo è molto profondo, perché parla della cecità dell’uomo e della luce che viene da Cristo. Non è solo il racconto di un miracolo: è un’immagine della nostra vita.
Gesù passa e vede un uomo cieco dalla nascita. Questo dettaglio è fondamentale: cieco dalla nascita. Non è diventato cieco dopo, lo è sempre stato. Questo è l’uomo. Questa è la nostra condizione. Noi pensiamo di vedere, pensiamo di capire la vita, di sapere cos’è il bene e cos’è il male, ma davanti a Dio siamo ciechi. Non vediamo Dio, non vediamo la verità su noi stessi, non vediamo gli altri con amore. Viviamo spesso nelle nostre idee, nei nostri giudizi, nelle nostre paure.
I discepoli fanno una domanda che è tipica della religiosità dell’uomo: “Chi ha peccato?”. Cercano una colpa, una spiegazione morale. Ma Gesù rompe questo schema. Dice: né lui né i suoi genitori. Non è una punizione. È perché in lui si manifestino le opere di Dio.
Questo cambia tutto. La tua debolezza, la tua povertà, anche le tue ferite, non sono l’ultima parola. Possono diventare il luogo in cui Dio agisce.
Poi Gesù fa un gesto molto strano: sputa per terra, fa del fango e lo mette sugli occhi del cieco. È un gesto quasi scandaloso. Perché Dio agisce così? Perché Dio entra nella nostra realtà concreta, nella nostra terra, nella nostra umanità fragile. Il fango ricorda la creazione dell’uomo nella Genesi: Dio prende la terra e plasma l’uomo. Qui Gesù sta quasi ricreando quest’uomo.
Ma non basta. Gli dice: “Va’ a lavarti nella piscina di Siloe”. Il cieco deve andare. Deve fidarsi. Deve fare un cammino. Non vede niente, ha il fango sugli occhi, ma obbedisce. E quando si lava, acquista la vista.
Questo è il cammino della fede. Dio inizia un’opera nella tua vita, ma ti chiede anche di metterti in cammino, di fidarti della sua parola.
E allora succede qualcosa di molto interessante: l’uomo guarito entra in un processo. All’inizio sa solo una cosa: “L’uomo che si chiama Gesù…”. Per lui Gesù è solo un uomo.
Poi, davanti alle domande dei farisei, dice: “È un profeta”. La sua fede cresce.
Alla fine, quando Gesù lo incontra di nuovo e gli chiede: “Tu credi nel Figlio dell’uomo?”, lui risponde: “Credo, Signore!” e si prostra davanti a lui.
Vedete il cammino? Da “un uomo” a “profeta” fino a Signore. Questo è il cammino della fede cristiana.
E mentre il cieco vede sempre di più, succede il contrario ai farisei. Loro pensano di vedere. Sono religiosi, conoscono la legge, sono convinti di avere ragione. Ma proprio per questo diventano sempre più ciechi. Non riescono a riconoscere l’opera di Dio che è davanti ai loro occhi.
Questo è il dramma dell’uomo religioso quando si chiude. Crede di possedere la verità e non si lascia sorprendere da Dio.
Il cieco invece è povero. Non ha potere, non ha conoscenza teologica. Ha solo la sua esperienza: “Ero cieco e ora ci vedo”. Questa è la testimonianza cristiana. Non una teoria, ma una vita cambiata.
Alla fine lo cacciano fuori dalla sinagoga. Perde il posto nella società religiosa. Ma proprio lì, quando è stato escluso, Gesù lo cerca. Questo è bellissimo: quando il mondo ti rifiuta per causa sua, Cristo ti incontra più profondamente.
E Gesù dice una parola molto forte: è venuto perché i ciechi vedano e quelli che vedono diventino ciechi.
Chi riconosce di essere cieco può ricevere la luce. Chi pensa di vedere già, chi è pieno di sé, non può accogliere nulla.
Questo Vangelo è una domanda per ciascuno di noi. Dove siamo noi? Siamo come il cieco che accetta di lasciarsi toccare da Cristo, anche in modo umile e strano, e si mette in cammino? Oppure siamo come i farisei, sicuri delle nostre idee, incapaci di riconoscere l’opera di Dio?
Cristo oggi passa anche nella nostra vita. E continua a dire: “Io sono la luce del mondo”. Non una luce astratta, ma una luce che entra nella tua storia concreta, nella tua cecità, nelle tue ferite, e può aprire i tuoi occhi.
E allora il miracolo più grande non è solo vedere con gli occhi del corpo. Il miracolo vero è arrivare a dire con il cuore: “Credo, Signore”.



